
“Nuovo potere”, celebrato contro i presunti affiliati alle cosche di Roccaforte del Greco. Il Gup ha emesso pene che vanno da 1 anno e 4 mesi fino a 13 anni di reclusione: Francesco Pangallo classe 1975, 13 anni; Giovanni Pangallo, 10 anni; Antonino Pannuti, 3 anni e 4 mesi; Bruno Pizzi, 3 anni e 4 mesi; Armando Proscenio, 6 anni e 8 mesi; Domenico Proscenio, 7 anni e 6 mesi; Teodoro Spanò, 9 anni; Vincenzo Gullì, 12 anni; Filippo Stelitano, 7 anni; Vittorio Verno, 10 anni; Pietro Verno, 7 anni e 6 mesi; Domenico Attinà, 7 anni; Mario Attinà, 2 anni e 8 mesi; Carlo Mesiano, 1 anno e 8 mesi; Domenico Pangallo, 7 anni; Francesco Pangallo, classe 1974, 4 anni e 8 mesi; Agostino Palamara, 6 anni e 8 mesi; Massimo Antonio Gabello, 1 anno e 4 mesi; Annunziato Iaria, 6 anni e 8 mesi; Carmelo Rocco Iaria, 6 anni e 8 mesi; Domenico Carmelo Iaria, 12 anni e 6 mesi; Massimo Idà, 6 anni e 8 mesi; Francesco Romeo, 3 anni e 4 mesi; Girolamo Romeo 3 anni e 4 mesi; Vincenzo Pasquale Ivan Romeo, 6 anni e 8 mesi; Natale Tripodi, 6 anni e 8 mesi.
Tredici, invece, le assoluzioni: Leone Luigi Iofrida, Francesco Ferraro, Paolo Attinà, Andrea Gelsoni, Antonino Gullì, Agostino Cento, Antonio Iaria, Ugo Iaria, Andrea Mesiano, Annunziato Spanò e Andrea Trapani, Antonino Pangallo, Carmelo Pangallo.
Il procedimento “Nuovo potere” scaturisce da un’operazione condotta il 13 gennaio 2010 dall’Arma dei Carabinieri contro le cosche Zavettieri e Pangallo-Maesano-Favasuli che hanno la loro zona d’influenza nei territori di Roccaforte del Greco e Roghudi. Negli anni scorsi, il “locale” di ‘ndrangheta fu interessato da una sanguinosissima guerra di mafia nota come “faida di Roghudi” che lasciò sul selciato cinquanta morti e che fu interrotta solo dopo l’intervento risolutore del boss Giuseppe Morabito, “u Tiradrittu”, arrestato dal Ros dei Carabinieri il 18 febbraio 2004.
L’operazione portò all’arresto di ventisette individui accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, tentato omicidio, estorsione e traffico di armi e stupefacenti. Le indagini presero spunto dal tentato omicidio, avvenuto l’8 aprile del 2004, di Teodoro Spanò, di 52 anni, legato alla cosca Pangallo-Maesano-Favasuli. Spanò, raggiunto in prossimità di contrada Lacco a Melito Porto Salvo, si salvò grazie all’intervento di una pattuglia dei Carabinieri. Il 28 settembre successivo fu ucciso Antonino Pangallo, personaggio di spicco dell’omonima cosca. Ad aiutare gli inquirenti nella ricostruzione delle dinamiche criminali di Roccaforte del Greco, Comune di recente sciolto per mafia, un collaboratore di giustizia, Carlo Mesiano, anch’egli condannato dal Gup Laganà. Mesiano, assistito dall’avvocato Antonino Aloi, ha accusato, tra gli altri, anche Vincenzo Gullì, difeso dagli avvocati Pietro Catanoso e Nico D’Ascola, di essere stato esecutore materiale del tentato omicidio in danno di Teodoro Spanò: in quella circostanza ignoti a bordo di una motocicletta e coperti da caschi integrali rivolsero una serie di colpi all’indirizzo di Spanò, che era a bordo della sua auto e che si salvò miracolosamente dal terribile agguato.
La pena più alta la rimedia dunque Francesco Pangallo classe 1975, condannato proprio a 13 anni di reclusione, a fronte di una richiesta di ben 18 anni, 10 anni di reclusione, invece, per Giovanni Pangallo, per il quale il pm De Bernardo aveva invocato 14 anni. Accolta in pieno, invece, la pena per Vincenzo Gullì, condannato a 12 anni di reclusione. La decisione del Gup è arrivata dopo la requisitoria del pm Antonio De Bernardo, che nelle scorse settimane aveva invocato circa trecento anni di carcere complessivi, e le arringhe dei legali che formavano il folto collegio difensivo (tra gli altri Umberto Abate, Francesco Floccari e Giulia Dieni). Proprio due avvocati, Antonino Curatola e Maurizio Punturieri, possono sorridere: il primo ha ottenuto l’assoluzione di Leone Luigi Iofrida e Francesco Ferraro, per i quali il pm De Bernardo aveva chiesto 8 anni di reclusione ciascuno, il secondo ha invece portato all’assoluzione i suoi assistiti Paolo Attinà e Andrea Gelsoni, per i quali l’accusa aveva chiesto 4 anni e 8 mesi. Assoluzioni importanti, quelle ottenute dagli avvocati Curatola e Punturieri, dato che il Gup Laganà ha complessivamente avvalorato l’impianto accusatorio messo in piedi dall’Ufficio di Procura, comminando pene piuttosto pesanti, talvolta conformi alle richieste.




