di Sandro Maria Velardi – Oggi sono due anni che sono senza Ciccio. Ciccio è mio fratello, morto il 19 novembre 2007. Ciccio è un uomo, uno dei pochi veri uomini che nella mia vita ho conosciuto.
Nato tetraplegico, si muoveva con difficoltà, non poteva articolare parole se non le più essenziali e belle (Apà=Papà, Amà=Mamma, Acca=Acqua). Il mio nome non lo ha mai pronunciato verbalmente e sono ansioso di sentirmi chiamare da lui. Però è vero che non solo mi ha chiamato, ma mi ha parlato tanto con i suoi occhi, con il suo corpo e, soprattutto, con la sua anima.
Non posso pensare a lui come un disabile, un diversamente abile come oggi – political correct – è obbligatorio dire o scrivere. No. Lui era un minorato fisico come sentivo dire più brutalmente ma meno farisaicamente durante la mia infanzia, vissuta accanto a lui. Così dicevano i miei compagni di gioco alla fine degli anni ’60: “Non possiamo giocare a pallone con tuo fratello perché e minorato!”. Ebbene sì. Ciccio era un minorato fisico e lo fu ancora di più dopo l’ischemia cerebrale che lo colse il giorno dopo il mio 42 compleanno, il 2 maggio 1999.
Ciccio, però, aveva – e ne sono certo ha – una dignità che non ho intravisto in me stesso, per primo, e in molti uomini “sani” o normodotati come, farisaicamente, si dice. Ciccio è un uomo che chiedeva e otteneva con gli occhi tutto quello che voleva dagli altri; senza urlare, senza pietire. Era fermamente consapevole dei propri diritti e di ciò che lui considerava gli fosse dovuto. Mai prevaricatore, mai pietista con se stesso. Fermamente credente, non temeva tuttavia di sputare (anche fisicamente) sui ministri della Chiesa che valutava indegni del ruolo rappresentato. Dotato di coscienza civile e politica sicura e positiva, senza “se” e senza “ma”. Amava Pertini e Giovanni Paolo II allo stesso modo. Si incazzava – guardando la TV unica sua finestra sul mondo – allo stesso modo, con la stessa silente, ma urlata, indignazione con tutti quelli che a suo giudizio (infallibile nel lungo periodo) che lo “insultavano” con la loro disonestà o con la loro ipocrisia o, peggio, col finto “buonismo”.
Da quando non è più accanto a me, vivo una doppia identità. Da un lato mi sento sollevato dall’onere quotidiano che, anche se ero stanco o svogliato, mi portava a telefonare dieci volte al giorno, a recarmi a vedere come stava, a portare farmaci e a tutte le altre incombenze che – a volte – sentivo come un peso schiacciante e vincolante.
Oggi, mi capita spesso di svegliarmi e di avere desiderio di telefonare per sapere come ha dormito, come va la glicemia, la pressione e tutti gli acciacchi grandi e piccoli che lo affliggevano. Guardo un film o vedo una trasmissione politica e vorrei leggere da lui il suo parere o condividere le sue tante risate, il suo senso di rabbiosa, feroce, efficace ironia. Vorrei condividere l’assenza di nostra mamma con lui. Vorrei dividere la mia paternità e l’orgoglio per i miei figli, che lo hanno molto amato e sono stati molto riamati.
Ciccio, tu che hai parlato più di me che, spesso, blatero e più di tanti loschi figuri. Ciccio tu che hai camminato e viaggiato più di quanto possa mai fare io.
Ciccio: che regalo grande sei stato per me !!
Voglio credere con tutto me stesso che il 19 novembre sia stato per te il giorno della crisalide: il giorno in cui tu hai perso il peso schiacciante del destino mortale per avere la tua rinascita, il tuo volo di farfalla.
Il tuo volo, Ciccio, non si fermerà più e, spero, ogni tanto ti riposerai ancora sulla mia spalla.




