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Racconto di 48 ore nel fango con una vanga in mano e il terrore in testa

4 Ottobre 2009
in Spaziostretto
Tempo di lettura: 5 minuti
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strill_giampilieri_bimbamini

di Gaetano Saccà – Spesso e volentieri nel nostro paese capita che, dopo una qualsiasi tragedia in qualsivoglia luogo, la prima reazione delle persone sia parlare: esprimere il proprio punto di vista, protestare, condannare, disperare.

Definitelo come volete, ma sempre di chiacchiere si “parla”. È una pratica comune, e quindi non appare per nulla strano che le stesse reazioni si riscontrino, letteralmente “fotocopiate”, anche nel caso della tragedia di Messina. Frasi fatte che inondano le pagine dei giornali, dei servizi tv, delle dichiarazioni pubbliche di tutti coloro i quali si ritrovano nella possibilità di esprimere il loro pensiero. Si fa un uso così esteso e poco “pesato” di queste frasi da svuotare i discorsi che le contengono, che diventano semplici accostamenti di parole. Parole che volano, senza appunto alcun peso. Cosa fare allora per dare una gravità a tutto questo? Come ridare un peso a questa sciagura che sembra ammantata da un velo di superficialità da ogni lato la si guardi? È semplice, almeno credo.

Il Silenzio, con la S maiuscola.

Il silenzio di chi ha perso tutto, il silenzio di chi lavora giorno e notte nel fango. Il silenzio dei fatti.
Mettersi in spalla una vanga e spalare via il fango dalle case, andare nei centri di accoglienza e per dare conforto a chi non ha più niente, donare sangue per i feriti negli ospedali, portare beni di prima necessità nei centri di raccolta della protezione civile. Voglio esortare, insomma, i miei concittadini a mettersi in prima linea per aiutare chi non può più godere della tranquillità di una casa e dell’amore di amici e familiari. Chiudo questa lunga e forse, paradossalmente, retorica introduzione per tentare ora di raccontare le impressioni di chi in quei luoghi c’è stato.

Il giorno successivo alla terribile notte del nubifragio ci siamo recati in automobile a Giampilieri, il paese più colpito dall’alluvione. L’accoglienza che ci viene “riservata” è curata da un posto di blocco delle forze dell’ordine, che bloccano l’accesso alla frazione di San Paolo; qui si sono raccolti tutti i mezzi dei soccorritori e delle prime emittenti tv, oltre ai veicoli dell’esercito. Parcheggiata l’auto, proseguiamo a piedi verso la strada che dovrebbe portarci a Giampilieri Superiore. L’uso del condizionale è presto spiegato: al posto della Statale 114 c’è una distesa di fango che ha sommerso le auto parcheggiate e invaso case e garage.

Negozi devastati dalla furia dell’acqua, segnali stradali quasi del tutto coperti da una coltre di terra; anche la focacceria in cui eravamo soliti passare le nostre serate d’estate è stata devastata, centrata in pieno dal fiume di detriti staccatisi dalla montagna. Verso di noi si avvicina un ragazzo con una bimba sporca in braccio che sembra essere priva di vita; mentre la consegna ad uno degli uomini della Croce Rossa, ci accertiamo con sollievo che la piccola è viva, un po’ spaventata, ma sta bene. Cerchiamo di proseguire lungo la strada da cui proveniva l’uomo, ma un muro di fango ci sbarra il cammino; l’unica soluzione è seguire le squadre della protezione civile che si sono aperte un varco verso quel che resta della ferrovia. Anche qui la situazione è simile a quella vista sulla statale, con il solito mix di terra e acqua.

C’è qualcosa che però ci sorprende: è una voragine che si apre lungo la strada ferrata, in cui parte dei binari sono sospesi nel vuoto. Dopo qualche secondo di stupore, ci rimettiamo in cammino verso la stazione di Giampilieri, che raggiungiamo circa venti minuti dopo. Più ci si avvicina all’epicentro del disastro, più i segni della furia distruttiva del torrente si fanno minacciosi. La stazione è stata invasa dai detriti, e sui binari giace abbandonata una motrice; le panchine su cui qualche giorno prima i pendolari aspettavano i treni non superano il nostro ginocchio, coperte come sono dal fango. Passare dall’altro lato della stazione è impossibile, a meno che non si voglia nuotare nella fanghiglia che sommerge i binari, ma con un po’ di fortuna riusciamo ad accedere al sottopassaggio che collega le due banchine.

Ci immergiamo nel buio del corridoio sotterraneo invaso dalla melma, che ad ogni passo appare sempre più come la gola umida di un mostruoso gigante; qui troviamo una delle povere vittime di questa tragedia, un vecchietto sporco di fango e con i vestiti strappati che si trascina confuso nell’oscurità. Salita una rampa di scale, riusciamo finalmente a metter piede sull’altro lato della stazione e a ritornare sulla strada che porta a Giampilieri Superiore; ora il sentiero è, in tutti i sensi, in salita. Ci aspetta una lunga camminata, con il costone della montagna che ad ogni passo sembra incombere sulle nostre teste.

Impieghiamo altri venti minuti circa per arrivare. Superata l’ultima curva prima dell’ingresso del paese, lo spettacolo che ci si apre davanti lascia senza parole… l’intero abitato è un inferno marrone, con il fango caduto dalla montagna crollata che lascia intravedere appena i tetti delle case. Proseguiamo verso la piazza del paese, imbattendoci in un cumulo di auto accartocciate e parzialmente coperte di fango. Questa piccola collinetta è diventata una sorta di diga, che ha permesso al fango di raccogliersi nella piazzetta, o per meglio dire, in quello che resta della piazzetta di Giampilieri. Ci dirigiamo verso l’interno, aggrappandoci ai primi appigli che le nostre mani riescono a raggiungere; d’improvviso, ci rendiamo conto di aver afferrato la ringhiera del secondo piano di una casa… Sotto di noi ci sono quasi 3 metri di fango duro e compatto, quasi quanto il cemento. Non facciamo nemmeno in tempo a riprendere la marcia che questa spessa coltre di terra si apre sotto i nostri piedi, facendoci toccare con gli stivali qualcosa di sinistro; scostato parte del fango con le pale, rinveniamo sotto i nostri piedi la carcassa di una vettura con il parabrezza sfondato, al cui interno non vi è, per fortuna, nessuno.

Raggiunta la chiesa, troviamo al posto della strada un rigagnolo di acqua che scorre giù a valle, passando all’interno delle case come se fossero delle piccole grotte naturali. Sopra di noi volteggiano quelli che, ad una prima occhiata, sembrano colombi. Uno di questi scende verso il piccolo ruscello, e un brivido corre lungo la schiena: è un corvo, che dopo essersi abbeverato nel putrido fiumiciattolo inizia a guardarci con occhi invadenti. Riprendiamo velocemente la via per la strada principale, e qui una delle prime ruspe ad arrivare sul luogo è intenta a scavare in una delle viuzze. Dopo aver rimosso qualche metro di fango, l’autista del mezzo fa un’incredibile scoperta; incastrato tra le case c’è un gigantesco masso, grande quasi quanto un’automobile. E a proposito di auto, poco oltre la ruspa si erge un’altra collinetta di lamiera e fango, il secondo “tappo” che blocca la strada verso Altolia, una tra le frazioni più colpite che tutt’ora risulta isolata. La nostra scalata si ferma qui. Ma proprio dove si smette di camminare inizia il lavoro: c’è tanto fango da spalare intorno a noi, e la forza delle nostre braccia probabilmente sarà poco più di una goccia nel mare.

Ma lo sanno anche i bambini che il mare è fatto di gocce… dobbiamo unire le nostre forze per liberare da Giampilieri, ma anche Scaletta, Briga, Molino, Altolia, e tutti i paesi colpiti.

Ho provato a immortalare questi momenti, a documentarli con tanti scatti fotografici (reportage 1 e reportage 2) ma è tremendamente difficile trasmettere le sensazioni e le emozioni di 48 ore così intense e difficili.

Le parole ora non servono, è il vostro aiuto quello che conta. A seguire troverete tutti gli indirizzi in cui recarvi per dare il vostro aiuto.

  • Centro di raccolta della protezione civile in via Acireale allo Z.I.R.
  • Centro di raccolta di Mili Marina presso il Palasport
  • Centro di raccolta C.I.R.S. ONLUS in Via XXIV Maggio
  • Donazioni al comune di Messina al Conto Corrente N° 1406398 codice Iban IT 91Y0102016598000300034781 intestato al Comune di Messina – Servizio Tesoreria, specificando la causale: pro-alluvionati”
  • Donazioni alla Fondazione Bonino Pulejo sul Conto Corrente N° 600021892
    presso Unicredit Private Banking S.p.a. filiale 7585 Messina (intestato a FBP e alla GdS), codice Iban IT 25 F 03223 16500 000600021892
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