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Chiusura delle Guardie Mediche e risparmio economico

25 Giugno 2009
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 5 minuti
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locriospedale

di Salvatore Romeo*- Nel tempo in cui i conflitti sociali possiedono un’eco attenuata a causa di una sordina imposta dalla “normalizzazione” imperante, le voci dei sindacati e delle organizzazioni professionali si sentono soltanto nel momento in cui intervengono su casi che promettono una vasta risonanza

 mass-mediatica poiché riguardanti situazioni eclatanti o masse rumoreggianti.

Spessissimo ci si dimentica delle categorie più deboli ma silenziose e dei servizi fondamentali e civili di cui il cittadino si ritrova deprivato dall’oggi al domani.

Stanno chiudendo molte postazioni di Guardia Medica nella nostra Provincia e nella nostra ASP.

Molti “medici” stanno perdendo il posto di lavoro.

Una moltitudine di cittadini sta perdendo il diritto alla salvaguardia della propria salute.

Non esiste un sindacato che provveda agli interessi della gente comune, così come non esiste un sindacato che tuteli i diritti dei più deboli.

Probabilmente l’Ordine dei Medici della provincia di Reggio è rimasto prigioniero ancora di quel luogo comune che vede da sempre la categoria dei suoi iscritti come una “casta baronale”, ipervalutata, iperconsiderata, coccolata e privilegiata sia economicamente che socialmente.

L’Ordine dei Medici della nostra provincia evidentemente considera che tutti i suoi iscritti siano “a posto”, protetti all’ombra dei loro privilegi e della loro serenità economica ed occupazionale.

Non si spiegherebbe altrimenti il suo silenzio e la sua supina accettazione di fronte a quanto sta accadendo.

Sacrosante sono le levate di scudi delle organizzazioni sindacali allorchè si paventano perdite di posti di lavoro per infermieri, educatori, operai, operatosi della sanità a vario titolo.

Ma sacrosanto sarebbe anche prendere posizione per aiutare e sorreggere quell’umile servizio che con dignitosissima professionalità umana molti medici, giovani e non più giovani, svolgono a tutela della salute e del benessere della socialità.

Ma non una voce si è alzata a loro sostegno, tranne qualche eccezione, la cui eco si è persa, tuttavia, nella rassegnazione generale e fatalistica che ci vede prigionieri di un’arroganza inaudita.

I medici disoccupati o precari non sono titolari di uno status forte, non appartengono ad una “clientela” rumorosa, non possiedono un carattere bellicoso.

Ed allora… chi se ne frega?

A chi importa che vi siano professionisti  di 30 o di 50 anni che dopo una vita di studi e di sacrifici non si ritrovano nulla tra le mani, che non possono programmare uno straccio di futuro decoroso, che vivono nella più totale precarietà esistenziale, vittime ricattabili (ahimè) di ras e dittatorelli che in nome di una demagogia disarmante danno quotidianamente prova di quell’arroganza che è diventata qualità necessaria per giungere a ricoprire posti di responsabilità e di “comando” nelle nostre ASP?

In nome di un risanamento finanziario che invece dovrebbe svolgersi in ben altri ambiti, oggi si sopprimono servizi di base per la salute della gente comune.

In un territorio geograficamente disagiato come il nostro, anziché diffondere in modo capillare l’assistenza sanitaria, si è pensato bene di chiudere le Guardie Mediche.

Nella nostra provincia molte sono le emergenze: non mi riferisco soltanto ai famigerati e dolorosi “viaggi della speranza”, ma mi riferisco principalmente alla carenza di Ospedali accoglienti e competenti, alla carenza di posti-letto, alla carenza di postazioni di Guardia Medica, alla carenza di un’assistenza domiciliare, alla carenza di una medicina di base oramai ridotta a semplice centro di smistamento verso i luoghi di cura, nella maggior parte dei casi.

Mi riferisco alla carenza di postazioni del Servizio di Emergenza Territoriale – 118 -, alla carenza del suo personale e delle Ambulanze; mi riferisco alla carenza di posti-letto nei pochi Reparti di Rianimazione; mi riferisco alla carenza di laboratori di analisi pubblici, alla carenza di strumenti di indagine diagnostica ormai di uso routinario e comune negli ospedali del Nord, ma non nei nostri, come una TAC, una RM, una PET.

I problemi si risolvono soltanto se vengono analizzati ed affrontati nella loro concretezza e per fare ciò è inutile e fuorviante “pensare in grande”, se prima non si ha il buon senso, pratico, di garantire il minimo indispensabile.

Ma anche la “gente comune”, come i “medici”, è una categoria silenziosa e le decisioni che si prendono sulla sua testa passano come provvedimenti manageriali tesi alla “razionalizzazione della spesa”, senza tenere in minimo conto la “qualità” dei servizi, oltre alla loro quantità.

Quanti affitti pagati a vuoto, quante consulenze esterne evitabili, quanti rimborsi per spese inutili e faraoniche, quanti doppioni negli uffici amministrativi, quanti “progetti” superflui, quante apparecchiature amministrative rinnovate con ciclicità impressionante, mentre nelle corsie e negli ambulatori mancano i medici, quando negli ambulatori periferici manca la carta per scrivere le ricette e per compilare le cartelle cliniche…

La Guardia Medica costa solo lo stipendio del medico (1.400 euro circa al mese…), perché non vi è un infermiere di supporto, non un amministrativo, non un autista, non un mezzo dell’ASL; l’affitto, la luce, il telefono, la pulizia dei locali sono a totale carico delle amministrazioni comunali e non dell’ASP.

Il medico di Guardia Medica lavora con la sua automobile privata, non percepisce alcun rimborso spese, nemmeno per la benzina, non ha buoni pasto, si paga da sé “il panino e la sua acqua”, salvando nel contempo vite umane ed alleviando sofferenze.

Probabilmente se si paventasse il licenziamento di unità di altre categorie (e penso ai metalmeccanici, ai lavoratori tessili, senza voler alimentare discorsi di guerra tra poveri) ci sarebbe stato qualche “sciopero generale”, o almeno qualche sindacato avrebbe sporto qualche documento di protesta.

Forse l’Ordine dei Medici di Reggio si è mosso, ma noi non sappiamo…

*

Centro Studi Sociali Helios Magazine

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