
di Cristina Marra – Fa venire i brividi sin dalla prima pagina: brividi di freddo e di paura. “Sangue di mezz’inverno”(Editrice Nord pag.444 euro 18,60) il primo romanzo di Mons Kallentoft, nuovo maestro del noir svedese, è un thriller in cui il “gelo ha mostrato
il suo vero volto, quello della morte”. Ex giocatore di calcio e hockey ed ex pubblicitario, Kallentoft ha venduto oltre trecentomila copie in Svezia ed è stato al primo posto delle classifiche per tre mesi. “Sangue di mezz’inverno”, da oggi in libreria è ambientato a Linkoping “la città più insolente della regione con la gente più strana di tutta la nazione”. É febbraio e in una giornata da meno trenta gradi, il cadavere di un uomo sfigurato e torturato è appeso al ramo di una quercia in piena campagna. Nessuna traccia e nessuna goccia di sangue sulla neve intatta e bianca. A occuparsi del caso è l’ispettore Malin Fors, trentaquattrenne, divorziata con una figlia adolescente e una vita sentimentale movimentata e insoddisfacente. “Capelli biondi, zigomi definiti ma fini, occhi color fiordaliso”, nel suo lavoro Malin è la migliore: determinata, cocciuta, comprensiva e con quella giusta dose di paura e timore che la rende molto umana e a volte compassionevole nei confronti delle vittime e anche dei colpevoli. Per Malin “l’amore e la morte sono vicini di casa. Il loro volto è il medesimo. Non c’è nulla di sicuro, che si tratti di amore o di morte”. Con la morte e l’amore Malin, donna, madre e detective, ci convive quotidianamente nel suo lavoro e nella sua vita privata. Si fida del suo istinto, Malin, ma cerca anche di “ascoltare le voci mute. È lì che si nasconde la verità”. Voci come quelle della vittima a cui Malin si rivolge durante le indagini in un colloquio silenzioso e mentale. Alle domande di Malin, la vittima risponde dalla sua posizione privilegiata di spettatore del suo cadavere e degli sviluppi della vicenda. Chi è quell’uomo e chi lo ha massacrato in quel modo prima di impiccarlo all’albero? Sfidando il gelo “che prende il controllo dei sensi, come se annullasse il corpo e abbreviasse la distanza tra impressione, pensiero e azione”, Malin insieme al collega Zeke, è sulle tracce dell’assassino che la conducono a vecchi rituali pagani vichinghi. “Il mondo si stringe in nella morsa del gelo, fino a ridursi a uno stanzino buio che racchiude tutto ciò che è contenuto nell’atmosfera. Ogni cosa si comprime in un buco nero immobile” e la coltre di neve pura e indurita “tramuta per sempre la vegetazione, la regione, il suono del bosco” dove Malin è certa di trovare la verità, di scoprire il segreto dell’assassino. L’uso ricorrente di flashback riporta all’infanzia della vittima e alla ricostruzione della sua tragica storia familiare e di quella dell’omicida. Anche Malin si ritrova in casa dei genitori, partiti per Tenerife, ad innaffiare le loro piante e a respirare gli odori di un appartamento di individui che considera estranei. Il sole e il caldo delle isole Canarie, lontano e distante, contrasta col freddo pungente della Svezia, ancora protagonista di violenze e soprusi. Diviso in tre parti, il plot narrativo del romanzo si sviluppa con un ritmo serrato e uno stile asciutto, essenziale, freddo come il gelo che ricopre la città, il lago di Roxen, il quartiere residenziale di Ramshall, “la facciata più luminosa della città”, eppure Kallentoft lascia filtrare anche il calore dei sentimenti e delle emozioni che con diversa intensità caratterizzano i suoi personaggi. Man mano che l’inverno comincia a cedere ai primi tepori primaverili, la verità viene fuori, sbuca dalla neve come “i primi bucaneve che si preparano a spuntare fuori dal buio”.




