
di Anna Foti– “Questa candela non brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, scomparse. Per loro brucia la candela di Amnesty International”.
Peter Benenson, 31 luglio 1921 – 25 febbraio 2005
Ci sono ispirazioni che attraversano e segnano esistenze. Forse tra loro, queste esistenze, non si sfioreranno mai o forse si incroceranno per intraprendere una strada comune. La forza di tali ispirazioni è data da un profondo e appassionato impegno civile che, in una quotidianità continuamente minacciata dall’indifferenza, accende una preziosa ed inesauribile luce di speranza.
Tra queste ispirazioni c’è quella di Peter Benenson, fondatore di Amnesty International scomparso il 25 febbraio del 2005 e primo cittadino della Repubblica della Coscienza, come fu definita la comunità di soci e attivisti fondata a Londra nel 1961 e composta da quanti hanno scelto di difendere i diritti umani firmando e diffondendo gli appelli in difesa delle vittime di ingiustizie.
Quello che così profondamente mi turbò, quando vennero incarcerati quei due ormai leggendari studenti portoghesi, fu il fatto che il reato da loro commesso era consistito nell’aver pronunciato la parola “Libertà”. Per quanto mi riguarda è di libertà che Amnesty International si sarebbe occupata. Queste furono le parole che Benenson pronunciò in occasione del trentesimo anniversario di Amnesty International, movimento fondato quasi cinquant’anni fa, quando da Londra venne lanciato il primo appello in favore di due giovani portoghesi arrestati per avere brindato in un bar alla libertà delle colonie sotto il regime di Antonio de Oliveira Salazar. Peter Benenson aveva letto di questa incarcerazione nel novembre del 1960 su un quotidiano. Poi un articolo pubblicato nel maggio del 1961 sul quotidiano inglese “The Observer” e intitolato “The Forgotten Prisoners” – “I prigionieri dimenticati” – a sua firma, fu accompagnato da una missiva nella quale egli stesso chiedeva ai lettori di scrivere a loro volta al governo portoghese per il rilascio degli studenti imprigionati. Decine di paesi risposero a quello che divenne il primo appello di Amnesty International. Un invito alle coscienze ad indignarsi per quell’ingiustizia e a denunciare agli occhi del mondo la negazione della libertà di espressione, diritto fondamentale della persona, da parte di un governo. Il vero e proprio antesignano di milioni di appelli che in quasi cinquant’anni di storia ormai hanno sostenuto vittime di violazioni e ospitato le firme dei cittadini del mondo a sostegno la causa dei diritti umani.
Nato il 31 luglio del 1921, devoto al Cattolicesimo, nipote del banchiere ebreo-russo Grigori Benenson e figlio della notabile Flora Solomon, fu istruito privatamente da WH Auden, prima di studiare Storia ad Eton e Oxford. La sua ispirazione aveva origini libere da autocelebrazioni e moti compassionevoli. La sua era fede salda nella giustizia e nella visione di un mondo in cui i diritti sono patrimonio universale e indivisibile e la responsabilità uno strumento per garantire l’integrità e la concretezza di questo patrimonio. Prima della sfida mondiale per la difesa dei diritti umani nel mondo, Peter Benenson si battè in adolescenza per il cibo cattivo della mensa a scuola, per gli orfani della guerra civile spagnola e per gli ebrei in fuga da Hitler. Negli anni ’50, inviato in Spagna per conto del sindacato inglese per monitorare i processi contro alcuni sindacalisti locali, denunciò inadempienze e vizi e con tenacia ottenne di discutere con il giudice ribaltando le sorti pilotate del processo. Dopo aver lavorato presso l’ufficio stampa del Ministero dell’Informazione e dopo l’esperienza nell’esercito, studiò legge e, iscrivendosi al partito Laburista, creò degli osservatori in Sudafrica e in Ungheria durante i fermenti del 1956. Benenson ebbe il merito di unire, in questa occasione, laburisti, conservatori e liberali. Sono i tempi dell’esperienza “Justice”, antesignana del movimento che poi sarebbe diventato Amnesty International. Nel 1960 celebrò attivamente il primo anno internazionale dedicato ai Rifugiati, adoperandosi per i diritti delle persone in fuga da guerre e persecuzioni. Sarebbe passato circa un anno da quel giorno in cui, lanciato l’appello in favore dei due giovani portoghesi, Peter Benenson avrebbe intrapreso quel cammino verso un mondo più giusto, che oggi raccoglie due milioni di soci in tutto il mondo, verso l’affermazione dei diritti umani e dell’inviolabilità della dignità.
Prima della crisi scaturita nel 1966, quando un rapporto che Amnesty diffuse informazioni sulle torture britanniche e si paventò la necessità di spostare il cuore organizzativo del movimento dall’ufficio di Mitre Court a Londra in un paese neutrale, Peter Benenson profuse grande impegno anche finanziario per sostenere il neonato movimento. Tornò a tempo pieno nell’organizzazione nel 1990 mentre continuavano a crescere gli archivi di lettere che da un capo all’altro del mondo univano persone comuni indignate e persone comuni i cui diritti erano violati. Mentre aumentavano le storie di ingiustizia e abusi il cui epilogo volgeva alla libertà e alla giustizia.
“In 40 anni di attività Amnesty International ha assicurato diverse vittorie. I suoi archivi sono pieni di lettere di prigionieri di coscienza o vittime di torture che ringraziano l’organizzazione per aver fatto la differenza. La tortura è adesso bandita da accordi internazionali. Ogni anno sempre più paesi aboliscono la pena di morte. Il mondo presto avrà una Corte Criminale Internazionale che sarà in grado di assicurare alla giustizia coloro che sono accusati dei crimini peggiori. La sola esistenza della Corte diventerà un deterrente per molti crimini. “ Così Peter Benenson, in occasione del quarantesimo anniversario di Amnesty, nel 2001, aveva descritto il cammino fino ad allora compiuto. Ma, profondamente convinto della potenzialità di cambiamento insite delle coscienze vigili e nell’impegno civile di ognuno, aveva anche annunciato che il cammino sarebbe continuato: “Ma i cambiamenti sono ancora grandi. La tortura è bandita ma in due terzi del mondo viene praticata segretamente. Troppi governanti continuano ad approvare incarcerazioni sbagliate, morti o sparizioni commesse impunemente dai propri ufficiali” ….
“Coloro che oggi continuano a provare un senso di impotenza possono fare qualcosa: possono supportare Amnesty International. La possono aiutare a combattere per la libertà e la giustizia. Solo allora, quando l’ultimo prigioniero di coscienza sarà liberato, quando l’ultima camera di tortura verrà chiusa, quando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite sarà realtà per le persone di tutto il mondo il nostro lavoro sarà finito.”
Ancora questi obiettivi non sono stati raggiunti. Ancora quel cammino prosegue.
Ancora la candela di Amnesty deve ardere e tenere accesa la speranza.
Ancora la gente comune è chiamata a compiere cambiamenti straordinari.




