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Giustizia: game over?

4 Febbraio 2009
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Tempo di lettura: 5 minuti
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di Sandro Maria Velardi* – Il rappresentante distrettuale dell’Associazione Nazionale Dirigenti del Ministero della Giustizia ha deciso – nell’autonomia concessa dallo Statuto della stessa – di NON partecipare alla cerimonia ufficiale di

inaugurazione dell’Anno Giudiziario che si è svolta nella Corte d’Appello di Reggio Calabria. Il dr.proc. Sandro Maria Velardi – Primo Dirigente della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria – ha preso questa risoluzione non per disprezzo verso le istituzioni o verso la ritualità della stessa. Le considerazioni che lo hanno spinto a questa “diserzione” sono di ordine formale ma, al tempo stesso, sostanziali.

Infatti ogni anno mi ritrovo – per motivi di rigido protocollo e di “gerarchie istituzionali” – a dover pronunciare il mio breve intervento in un’aula semideserta e, comunque, ormai priva della soglia di attenzione necessaria. Poiché ritengo che la componente manageriale della Dirigenza Amministrativa costituisca una componente essenziale della macchina giudiziaria preferisco affidare alla professionalità del giornalismo scritto e parlato quanto questa componente degli Uffici giudiziari ha da offrire come proprio contributo al dibattito sulla Giustizia nel nostro Paese.

 

§§§§§§§§§§§§

 

Per la ripresa della Giustizia non basta riformare le procedure, non basta riformare le tecnologie: ci vuole una nuova, coraggiosa, politica di reclutamenti e valorizzazione delle risorse umane.

 

Martedì scorso, alla Camera dei Deputati, il Ministro Angelino Alfano, illustrando l’andamento della giustizia italiana nel corso dell’anno appena concluso, ha impresso una forte sottolineatura alla centralità della questione organizzativa degli Uffici giudiziari.

 

Il Ministro ha poi ascritto alla competenza ministeriale il presidio dei modelli organizzativi, il monitoraggio dell’andamento dei servizi, la titolarità ad adottare correttivi laddove si ravvisino scostamenti tra progetti intrapresi ed i risultati conseguiti.

 

Noi Dirigenti dell’Organizzazione Giudiziaria, da sempre siamo collocati in uno snodo che ci porta naturalmente ad identificare la nostra “mission” con il buon andamento della esercizio della giurisdizione ma, allo stesso tempo, siamo professionalmente chiamati alla coerenza con le linee di sviluppo tracciate dal decisore politico-amministrativo.

 

Proprio per questo avvertiamo il dovere di fornire un contributo di una riflessione libera e responsabile alla discussione sui progetti che abbiamo visto illustrati, sugli interventi che appaiono profilarsi.

 

Un contributo quindi “dal di dentro” della macchina giudiziaria, maturato dalla conoscenza che quotidianamente abbiamo conseguito presso i maggiori Uffici Giudiziari, l’Ispettorato della Giustizia, l’Amministrazione Centrale.

 

Muovendo da questo osservatorio registriamo che le linee di riforma che questa 16° legislatura appare calcare – anche con qualche timido segnale di disponibilità al dialogo tra le forze politiche e tra le principali espressioni professionali – insistono su due poli delle riforme ordinamentali e procedimentali e dell’impulso allo sviluppo informatico ed all’aggiornamento dei modelli organizzativi.

 

Il nostro sistema esprime sicuramente un largo bisogno di intervento sui riti e – analogamente – anche il nostro “modello produttivo” richiede un’ampia rivisitazione.

Su questi aspetti, pertanto, il nostro interesse alle riforme e la nostra disponibilità a fornire un contributo di confronto ed elaborazione sono scontati.

 

Non possiamo però non esprimere la forte preoccupazione per la sostanziale espunzione, dall’agenda degli interventi programmati, di una politica di reclutamento e sviluppo professionale del nostro personale amministrativo.

 

Non siamo mai stati un’Associazione di allarmisti. Quindi, se oggi lanciamo un vero allarme, lo facciamo innanzitutto con grande senso di responsabilità professionale.

 

L’organizzazione giudiziaria sta invecchiando. Dieci, undici anni fa, l’età media dei nostri cancellieri, dei nostri impiegati, era inferiore ai 40 anni. Oggi lambisce i 50. Dieci anni fa, più di metà del nostro personale era entrato in carriera nei 10-15 anni precedenti. Eravamo un’organizzazione giovane, ricca di talenti, di intelligenze.

 

Mentre, negli ultimi anni, il reclutamento del personale di magistratura è proseguito con costanza, gli ingressi nei ruoli amministrativi sono stati sporadici, legati all’occasionalità, privi di qualsivoglia organizzazione o respiro strategico.

 

Siamo sempre stati un ceto professionale che ha guardato più alle questioni generali che all’angusto cabotaggio del “proprio particolare”. Ma ciò non ci impedisce di segnalare che, anche tra noi Dirigenti, della 408 posizioni ancora disegnate dalla pianta organica dell’Amministrazione, ne risultano occupate appena 236. Una situazione paradossale che non ha riscontro in alcuna organizzazione pubblica o privata ! Grandi Uffici sono lasciati privi della figura cui la Legge affida il governo delle risorse umane, finanziarie e strumentali. Con la conseguenza che in alcuni casi sia il Magistrato Capo dell’Ufficio a doversi far carico anche dei profili gestionali o che – come sempre più frequentemente accade – ad uno stesso Dirigente siano affidati più Uffici.

 

Ma la crisi che investe le nostre risorse umane riguarda soprattutto i quadri intermedi. L’effetto combinato della negata riqualificazione e del mancato reclutamento di nuovi funzionari, ci consegna un’organizzazione in cui serpeggia frustrazione e sfiducia.

 

E non vorremmo che, alla sottovalutazione di questa pesante criticità, abbia concorso l’illusione che lo sviluppo dell’informatica possa risolvere di per sé il problema della carenza di persone.

 

Lo sviluppo tecnologico, che come dirigenti abbiamo sempre sostenuto, genera sicuramente economie di scala nei processi produttivi a forte ripetitività. Ma per essere intrapreso con successo ha bisogno di poggiare sulle spalle di personale giovane, preparato, motivato dal giusto riconoscimento economico e professionale del proprio lavoro.

 

Proprio perché non siamo mai stati tra i rivendicatori di risorse “a prescindere”, ci sentiamo ora di dire con chiarezza che se non si introduce tra le nostre priorità anche una nuova politica di reclutamento – soprattutto di quadri intermedi – non soltanto non assicureremo il successo degli interventi riformatori prefigurati ma ci renderemmo responsabili di sprechi e inefficienze ulteriori.

 

Ma bisogna intervenire subito.

 

Più di altri, negli scorsi anni, abbiamo fatto nostro l’impegno a vincolare ogni progetto, a cercare di esaudire ogni esigenza, nel rigoroso rispetto delle compatibilità finanziarie dettate dal patto di stabilità europea.

 

Registriamo, però, che lo scenario appare radicalmente mutato. La pesante fase recessiva in atto sta suggerendo imponenti interventi statali di sostegno all’industria privata, sino a qualche mese fa del tutto inimmaginabili.

 

Ci chiediamo allora , se è vero che il servizio giustizia costituisce un’autentica infrastruttura, necessaria allo sviluppo del sistema Paese, se non sia il caso che – accanto al sostegno pubblico alla società Alitalia e al mercato privato dell’auto – lo Stato non possa e non debba indirizzare anche qualche risorsa ad un realistico e responsabile piano di reclutamento che assicuri, ai propri uffici giudiziari, le competenze e le energie indispensabili a dare una prospettiva di miglioramento ad uno dei più importanti servizi che dovrebbe – in un Paese normale – essere reso ai cittadini di uno stato occidentale e moderno piuttosto che elemosinato – come sin’ora – ai sudditi poco fortunati di governi non illuminati.

*Dirigente Procura Generale di Reggio Calabria

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