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Reggio: al Cilea, “miseria e nobiltà”

31 Gennaio 2009
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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teatrocilea.JPG
di Grazia Candido –
Una sorprendente “Miseria e nobiltà”. E’ una farsa che si ripete nel tempo e che tratta di un disagio, la fame, presente non solo quando il grande Eduardo Scarpetta scrisse il testo divenuto un classico della commedia ottocentesca

 per il repertorio napoletano, ma che si ripete anche ai nostri giorni, in maniera leggermente diversa ma sempre con la drammaticità della sua realtà. Il niente posseduto da Felice e da Pasquale è il niente di oggi così come la ricchezza illusa di Gaetano Semmolone, detto fritto misto, è l’illusione del nostro tempo. In una società in cui basta un temporale ed una frana a mettere in ginocchio una comunità e costringere gli artisti a ritardare la messa in scena perchè “bloccati” per ore sulla statale chiusa per un lungo tratto viario, notiamo quanto sia attuale ed adattabile la “miseria esistenziale” descritta da Scarpetta nel 1888.

E sono gli attori della compagnia “Komiko Production” che, ieri sera in un gremito teatro “Cilea” (in replica questa sera alle ore 21), insieme ai brillanti interpreti Francesco Paolantoni e Nando Paone, per la regia di Armando Pugliese che ha riadattato il testo originale, hanno fatto riflettere gli spettatori su due temi sociali di grande teatralità: la tragedia della miseria e il grottesco della nobiltà. A riprendere tutto questo, la scenografia del primo atto dominata dal colore grigio, il colore della fame, quattro porte vuote come bocche da sfamare, e le quattro sedie, per giunta una rotta, dove sono accasciate le tre donne della “Miseria”: Concetta, Pupella e Luisella.

Tra i lamenti e le speranze di poter mettere sotto i denti almeno un pezzo di pane, le difficoltà e il niente delle giornate di lavori inventati dallo scrivano Don Felice Sciosciammocca (interpretato da Paolantoni) e dal salassatore Pasquale (Nando Paone) che non trova più a chi tirare il sangue, spicca di nuovo, la possibilità di ricorrere al Banco dei Pegni e consegnare l’ultimo soprabito impolverato per avere uno scarso avanzo di cibo.

Sullo sfondo, lo scenografo Bruno Garofalo pone un sottoscala per “guardare il mondo dal basso, la sua drammaticità, la fame che arriva al punto dove la tragedia e farsa hanno una linea sottile di confine: o muori, o ridi e vivi”.

E proprio su questo “motto” s’incentra tutta la commedia napoletana caratterizzata dalla verve di un partenopeo doc, Francesco Paolantoni che, con la sua ironia e un’estrema versatilità artistica, ha fatto sorridere il pubblico imponendo però, una dovuta e giusta riflessione.

Accanto alla povertà, si affianca la nobiltà della casa di Semmolone caratterizzata dal lusso delle mura dipinte come la Cappella Sistina, vetri smerigliati, giardini in fiore, poltrone imbottite, servitori e campanelli. Sono tutti allegri e felici, soprattutto Semmolone, convinto di aver a casa sua i nobili che in realtà sono i “miseri” che mangiano e giocano ad essere quello che non saranno mai.

“Che bella cosa essere nobili, sempre serviti e riveriti – dice don Felice – via tutti i pezzenti. Anzi no, se non ci fossero i pezzenti, i nobili non potrebbero vedere la differenza”.

Una differenza evidenziata proprio da situazioni paradossali e rocamboleschi ma simpatici equivoci che fanno spiccare una Bettina pronta ancora una volta, a difendersi dai guai della vita e che alla fine, si ritrova con l’ex marito e con il figlio Peppiniello. Tra un ricongiungimento e l’ammissione delle proprie colpe, dopo aver abbondantemente mangiato, i protagonisti girano per casa ubriachi di allegria e chiudono formando un “trenino” che rappresenta davvero questa “Miseria e nobiltà” perché “in fondo sotto tutti questi strati di vestiti e travestimenti, ci sono uomini e donne di oggi e di ieri, affannati e sempre in cerca della loro realizzazione”.

 

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