di Anna Foti – Una lingua di terra senza sovranità con la più alta densità di popolazione quasi completamente musulmana. 360 chilometri quadrati di superficie per 1 milione e 400 mila persone la cui lingua è l’arabo. La giornalista israeliana Amira Hass scrive che lì “nessun luogo è sicuro”. E’ la striscia di Gaza, oggi scenario drammatico della seconda rivolta palestinese – nota come seconda Intifada – dal 2000 e teatro di un nuovo sanguinoso capitolo del conflitto arabo – israeliano. Passata dal dominio ottomano a quello britannico fino alla fondazione dello stato di Israele nel 1948 e dopo fallimento del progetto del secondo Dopoguerra della creazione di due stati autonomi di Israele e Palestina, essa fu territorio ambito anche dall’Egitto, che ancora ne controlla la frontiera meridionale. Oggi Gaza è governata dalla organizzazione palestinese Hamas dal 2007, il suo spazio aereo è sotto il controllo israeliano come era stato anche quello terrestre dal 1967, dopo la guerra dei sei giorni, al 1994 quando gli accordi di Oslo ne affidarono all’Autorità Nazionale Palestinese l’amministrazione.
Un’amministrazione che si rivelò compromessa da una cattiva gestione, dalla corruzione e dalla chiusura di Israele. Solo nel 2005, tuttavia, migliaia di israeliani evacuarono la zona e sgomberarono il terreno per la vittoria alle elezioni del partito islamista di Hamas nel 2007. Tutto ciò dopo una supremazia sulla compagine più moderata Al Fatah, a cui è rimasta l’area della Cisgiordania, ottenuta attraverso scontri armati e conquistata con il sangue di un centinaio di persone.
Ma contro Hamas che nega ad Israele il diritto di esistere, non ci sono sconti. Gaza non riceve aiuti dall’Ue e dagli Stati Uniti che considerano Hamas una organizzazione terroristica. La situazione è critica e il conflitto israelo- palestinese si avvia verso una nuova fase. Razzi e mortai da Hamas verso Israele che risponde con assassini mirati, blocchi serrati e missioni di guerra. E’ l’operazione “Inverno caldo”. Poi la tregua nel 2008 a patto di un alleggerimento dell’assedio e di una maggiore possibilità di ingresso per i camion di aiuti umanitari necessari per la sopravvivenza della popolazione palestinese. Ma la crisi umanitaria non è stata evitata e la tregua non ha retto. Proprio lo scorso 19 dicembre un nuovo attacco di Hamas e il contrattacco di Israele meno di dieci giorni dopo, il 27 dicembre, con l’operazione “Piombo fuso” e bombardamenti aerei che pare non disdegnino di utilizzare bombe ad esplosione radioattiva di breve raggio (DIME Dense inert metal explosive). L’invasione da terra sarebbe cominciata il 3 gennaio 2009. Diverse centinaia i morti e qualche migliaio i feriti palestinesi. Soprattutto bambini. Qualche decina le vittime israeliane. Vittime troppe. Tutte uguali. Ma la reazione di Israele è stata sproporzionata, sta colpendo civili inermi. Questo basta per parlare di crimine di guerra anche ammettendo e condannando il fondamentalismo, la belligeranza e la chiusura di Hamas. Ma Hamas non è tutta la Palestina pur avendo questa mal riposto in essa speranze politiche, pagandone adesso amaramente le conseguenze. C’è una Palestina che molti vorrebbero libera da Hamas e non minacciata da Israele.
Sale intanto la temperatura in tutto il Medioriente. Qualcuno azzarda e fa il nome di Al Qaida e teme una ritorsione del mondo arabo fondamentalista. Nel condannare Israele si rialzano i toni di Iran, Arabia Saudita, Libano la cui frangia estremista di Hezbollah, sostenuta da Siria e Iran, non ha precedente concilianti con l’esercito israeliano. E mentre l’Egitto di Mubarak e la Francia di Sarkozy cercano la via del dialogo, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adotta una risoluzione per la cessazione delle ostilità. Al segretario generale Onu Ban Ki-Moon si unisce anche Antonio Guterres, l’alto Commissario Onu per i Rifugiati chiedendo che sia garantita la protezione ai civili che, oltrepassando il blocco israeliano riescano a fuggire da Gaza. L’unico ad accogliere la risoluzione è il leader palestinese Abu Mazen. Sia Hamas che il premier israeliano Olmert non recepiscono il monito e ciò che viene concesso è una tregua giornaliera di tre ore per garantitre un corridoio umanitario e scampare ad un’accusa per crimini di guerra. Intanto gli Stati Uniti sapevano e sanno e Obama non si espone. Potrebbe non essere solo un’attesa strategica del 20 gennaio, momento in cui avrà ogni potere di presidente e potrà fare la differenza. Qualcuno invita a non sperare troppo. Ma qui non si tratta di speranza ma di capacità di impedire che catastrofi umanitarie continuino a trasformare un’aspirazione politica legittima di autodeterminazione e la difesa del proprio territorio e della propria casa in un massacro permanente. Un massacro evitabile nel 1948. Un massacro evitabile oggi.
Si avvicina la giornata della memoria della Shoah. Il popolo ebraico d’Europa falcidiato dal regime nazista, fu consolato con la possibilità di ricominciare là, nella “terra promessa” in realtà una colonia inglese abitata da più di un milione di arabi. La Palestina. Per curare la ferita profonda e inguaribile causata da sei milioni di vite brutalizzate e barbaramente spezzate, se ne inflisse una altrettanto profonda ma ancora aperta.




