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E lo Stato che fa…si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità.

4 Dicembre 2008
in Storie
Tempo di lettura: 9 minuti
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innomedelpopolo.jpgdi Giusva Branca – Troppo tardi. Fuori tempo massimo. L’uscita dell’Anm che, rispetto al “pasticciaccio brutto” tra le Procure di Salerno e Catanzaro tuona, al pari del Capo dello Stato, ricordando che “ne va della credibilità

della funzione giudiziaria” è decisamente fuori tempo massimo.

E se, per bocca di Luca Palamara, l’Anm si definisce “sgomenta per ciò che sta accadendo” in tanti, tutti coloro che conoscono uomini e cose calabresi e, soprattutto, della storia della magistratura calabrese degli ultimi decenni non sorridono, ma ridono di gusto. A crepapelle.

Eh si, perché con i termini “caso-Reggio”, “caso-Calabria”, “Procure dei veleni” i cittadini calabresi hanno fatto l’abitudine da oltre un ventennio, al pari dell’assordante silenzio di Csm e Anm, di Capi di Stato e Ministri.

Il Ministro della Giustizia di fine 2008, Alfano, parla di “onta per l’intero sistema giudiziario”.

Oggi, improvvisamente, l’Anm si ricorda che c’è una credibilità da tutelare, il Presidente della Repubblica si accorge che si tratta di una situazione senza precedenti.

Già, ma in tutti questi anni, nei mesi scorsi, tra corvi e microspie, tra veleni ed avocazioni strane, in questo tragico balletto tra i palazzi di Reggio e Catanzaro di precedenti se ne sono visti tanti, troppi per non credere che la credibilità della giustizia calabrese sia andata in frantumi lustro dopo lustro nei silenzi – incoscienti nella migliore delle ipotesi – di Csm e Anm, di Capi di Stato e Ministri.

Gli stessi, inaccettabili, silenzi che hanno fatto da cornice nelle scorse settimane alle devastanti dichiarazioni di Luigi De Magistris che, fino a prova del contrario, resta comunque un magistrato di questa sgangheratissima Repubblica.

“Una parte della magistratura calabrese non è estranea al sistema criminale”, disse De Magistris ai microfoni di Sky.

“Minchia!” avrebbe detto qualunque Ministro, Presidente di Anm, Csm, semplice magistrato inquirente di un Paese normale. Da noi, invece, non c’era nessuno e se c’erano dormivano.

Meglio così, meglio che lo sgomento arrivi ora, tutto insieme.

Un po’ come il Natale, quando arriva arriva…

 

Di seguito il pezzo pubblicato da www.strill.it il 26 aprile scorso

Se Reggio è, da decenni, ormai, un caso-nazionale, ciò che accade negli uffici della Procura di Reggio è un caso nel caso.

Il ritrovamento di una microspia nella stanza in uso al Pm più blindato di tutti, Nicola Gratteri, non solo schiude scenari inquietanti e, per certi aspetti, francamente imbarazzanti, ma sbatte in faccia al Paese,

ancora una volta, una situazione generale che spesso va fuori controllo e sulla quale adesso tocca al neo procuratore capo, Pignatone, provare a porre rimedio.

Ma, dicevamo, il caso-Reggio, o, in senso più ampio, il caso-Calabria, con riferimento ai Palazzi di Giustizia, non è nuovo né nel merito né nella definizione.

Basta una semplicissima ricerca sull’archivio di Repubblica e le verità nascoste (per nulla, in realtà) tornano a galla.

E’ il 12 ottobre del 1985 e Repubblica, a pagina 16, scrive:  “”La giustizia in Calabria è al collasso”. La diagnosi, spietata quanto si vuole ma indubbiamente specchio di una realtà che è ormai impossibile nascondere o alterare, è di Raffaele Bertoni, coordinatore del comitato antimafia sorto in seno al Consiglio superiore della magistratura quattro anni fa e capo della delegazione che, ascoltando le doglianze dei magistrati di Palmi, Locri e Reggio Calabria, ha potuto toccare con mano i mali che affliggono l’ amministrazione giudiziaria nei tre circondari più caldi della Regione”

Meno di 24 ore dopo l’omicidio di Paolo De Stefano, in risposta all’autobomba di Villa San Giovanni, sancirà ufficialmente l’avvio della seconda guerra di mafia

Di caso-Calabria, infatti, scrive Repubblica il 15 ottobre del 1988: “E’ una situazione inquietante, ha dichiarato il senatore Nicola Lapenta, portavoce del Consiglio superiore dela magistratura, dopo l’ audizione del procuratore generale presso la Corte d’ Appello di Catanzaro, Saverio Cavalcanti, del sostituto procuratore generale Domenico Porcelli, e del procuratore di Palmi Agostino Cordova”

“I benzinai non fanno credito allo Stato, i fondi del ministero tardano ad arrivare, i giudici del tribunale di Reggio restano appiedati: la giustizia in Calabria si amministra anche così, con le auto blindate ferme perché senza carburante. E non è la prima volta.” scrivevano pochi mesi dopo, il 18 aprile del 1989.

Il caso-Calabria arriva al Csm il 9 maggio del 1991: “Il drammaticissimo caso-Calabria” – scrive il quotidiano romano – “arriva con la velocità di un fulmine al Consiglio superiore della magistratura che oggi stesso, presente il Guardasigilli Claudio Martelli, lo esaminerà in ogni suo risvolto”.

E’ il 25 maggio del 1991, la seconda guerra di mafia a Reggio è ancora attiva (da quasi sei anni) ed il Ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, scende in Calabria, a Reggio. “Che ha trovato il ministro della Giustizia in quella parte di Calabria dove da tempo vige la legge dell’ impunità?” – si chiede Repubblica –  “Il quadro che ho trovato è aggravato. Non ho sentito una sola voce che dica che qui si vada meglio. Qui vi è la piaga più sanguinaria non solo dell’ Italia ma dell’ Europa intera. Bisogna trovare la via più breve ed efficace per ripristinare la legalità, ha spiegato Claudio Martelli nel corso del viaggio tra Reggio, Palmi e Locri, avamposti dello Stato isolati nei reami della ‘ ndrangheta”

Il 18 agosto del 1992 una firma prestigiosa come Giorgio Bocca non le manda a dire in seguito all’indagine disciplinare disposta dal Ministro Martelli a carico del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova: “Ci si chiede allora” – scrive Bocca- “perché il signor ministro non abbia mandato ispettori e inquisitori alla procura di Locri che sta al centro dell’ Aspromonte mafioso ma finge di non saperlo; perché non abbia ordinato inchieste sulle elezioni napoletane nelle sezioni dove il numero dei votanti era inferiore a quello dei voti e i defunti ritornavano elettoralmente in vita; perché invece di interrogare i magistrati di Reggio Calabria sulle vicende giudiziarie di Cordova non li faccia interrogare sui numerosi e spesso impudenti casi di complicità o di indifferenza alla malavita locale”

Il 21 agosto del 1992 nel mirino dell’inchiesta giornalistica finisce il Tribunale di Locri: “Il palazzone era diventato – dopo la conclusione del caso Locri con una ripresa della collaborazione tra il Procuratore Lombardo e i sostituto Arcadi e Carlo Macrì (quest’ ultimo poi trasferito alla Procura generale di Catanzaro) – un piccolo palazzo dei veleni”Il 25 marzo del 1994 deve intervenire la Superprocura antimafia per mettere fine ad un’incredibile guerra fredda tra le Procure di Reggio e Messina (all’epoca la competenza ad indagare per vicende riguardanti magistrati era “ad incrocio”, Reggio su Messina e Messina su Reggio):  “Reggio Calabria ha fatto un uso legittimo dei pentiti” – scriveva Repubblica- “e la fuga di notizie sull’ arresto dei due magistrati messinesi può essere una manovra destabilizzatrice della mafia. Firmato Bruno Siclari. Il comunicato della Direzione nazionale antimafia annuncia l’ armistizio tra le Procure di Reggio Calabria e di Messina e mette un tappo alla boccetta dei veleni riversati sullo Stretto. “Non c’ è alcun dissidio”, afferma il procuratore capo di Messina, Antonio Zumbo, uscendo dall’ incontro. Si è chiarito tutto, fanno sapere da via Giulia, dove ha sede la Dna. Per due ore e mezzo, i magistrati calabresi e siciliani hanno analizzato i motivi dello scontro che è durato diversi giorni”Il 28 marzo del 1994 il neoprocuratore della Repubblica di Palmi, Costa, finisce nella bufera e – che novità – nei veleni: “Non solo un segmento di intercettazione telefonica” – scrive Repubblica – “che lo indica come amico delle logge. Contro Elio Costa, nuovo procuratore di Palmi, c’ è dell’ altro. Ci sono segnalazioni, veleni, tanto fango. Lo si vuole massone a tutti i costi, ma lui giura che non lo è e non lo è mai stato. Al Csm ha risposto, ha spiegato, ha chiarito. E ha avuto via libera “Il 2 luglio del 1994,  si torna a Reggio ed il quadro di Repubblica è pesantissimo. “Magistrati-imprenditori finanziati dalla mafia; magistrati, mafiosi e imprenditori tutti assieme per far soldi; congiunti di magistrati assunti in maniera illegittima. Che begli affari si facevano a Reggio Calabria, sotto l’ ombrello di una loggia massonica coperta in cui gomito a gomito si trovavano boss mafiosi e uomini dello Stato!”E’ l’11 giugno del 1995, Repubblica cala l’asso: “Mesi di veleni, Palazzo di giustizia in subbuglio. Accuse a magistrati che avrebbero intrattenuto rapporti, anche di affari, con personaggi in odore di mafia. Adesso arriva l’ “incolpazione” da parte del Consiglio superiore che potrebbe, fatto che non ha precedenti, azzerare i vertici della magistratura requirente e giudicante di un intero distretto giudiziario. Cinque giudici reggini hanno ricevuto un avviso di garanzia, contro di loro è stato iniziato un procedimento per il trasferimento d’ ufficio”.E’ il 10 gennaio del 1996 e Repubblica lancia la notizia secondo la quale “Scatta anche a Reggio Calabria, dopo Palermo, la fuga dei giudici: otto magistrati sui quindici in organico alla Procura hanno infatti chiesto il trasferimento”Il 14 marzo 1998 torna alla ribalta l’asse Reggio-Messina. “Giudici nel mirino. Alle procure di Messina e di Reggio Calabria ci sono oltre 700 procedimenti giudiziari avviati per competenza sui magistrati dei due distretti giudiziari. Un diluvio di inchieste incrociate provocato dalla legge che impone a Reggio e a Messina di avviare indagini quando i magistrati dei rispettivi distretti sono parti offese e indagate. C’ è anche questo nel “verminaio” della città dello stretto denunciato dalla commissione Antimafia”E’ il 6 aprile 2000 e Repubblica rispolvera ancora il caso-Reggio: “Il caso Reggio Calabria scuote le istituzioni. Già oggi il Csm se ne occupa, la prima commissione apre un fascicolo per accertare i fatti. E gli ispettori del Guardasigilli hanno acquisito quasi tutto il materiale sulla scarcerazione dei protagosti di una sanguinosa guerra di mafia e presto saranno negli uffici giudiziari reggini per indagare e poi consegnare una relazione al ministro. Oliviero Diliberto ha chiesto al pool ispettivo anche di fare l’ inventario di tutti i procedimenti penali a rischio. Dal procuratore nazionale Antimafia, Pier Luigi Vigna, il Guardasigilli ha ricevuto i risultati di un dettagliato monitoraggio sulla situazione in tutti i distretti giudiziari con una mappa delle possibili scarcerazioni- scandalo”

Il 2005 è l’anno, tristissimo, targato Fortugno che trascina con sé gran parte della credibilità dei Palazzi di Giustizia calabri: “Per capire che fine ha fatto lo Stato in Calabria, con quale fardello di veleni e ipocrisie comincia la caccia agli assassini di Francesco Fortugno, si può cominciare dalla fine. Da quello che accadrà domani in via Giulia. Quando i cinque magistrati calabresi cui il governo chiede oggi di venire a capo di «un atroce e insopportabile delitto» saranno a Roma, a consulto negli uffici della Procura nazionale antimafia. Ognuno di loro è un prigioniero: il procuratore della repubblica di Catanzaro Mariano Lombardi; il procuratore della repubblica di Reggio Calabria Antonio Catanese; il procuratore aggiunto di Catanzaro Mario Spagnuolo; il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Francesco Scuderi; il sostituto procuratore distrettuale di Catanzaro Gerardo Dominjanni. Su ognuno di loro pesa, a titolo e in modo diverso, la sfiducia di un pezzo dello Stato, il fantasma di un sospetto”.

La data è il 18 ottobre e due giorni dopo va ancora peggio: “Giorgio Spangher” – scrive Repubblica – “consigliere laico di Forza Italia, allarga le braccia: «Mi piace dire le cose come stanno. Andremo lì, stringeremo le mani dei procuratori, degli avvocati dello Stato, staremo a sentire per un po’ e poi ce ne torneremo indietro. Di più, qui non si riesce a fare. Il Consiglio lavora a ritmi forsennati, ma è bloccato. Ogni problema, anche in Calabria, assume una logica correntizia. Il risultato è lo stallo o un intervento tardivo, quando i problemi hanno trovato una loro soluzione intestina, ovvero si sono definitivamente incistati». Giovanni Salvi, consigliere togato di “Magistratura democratica”, osserva: «è chiaro a tutti, da tempo, che la situazione degli uffici calabresi è difficilissima, che è necessaria una risposta importante, decisa. Ma nel clima di generale sottovalutazione della criminalità organizzata, continua a prevalere la volontà di non affrontare la questione”.

Di questi giorni le polemiche sulle fughe di notizie, le avocazioni a sorpresa e poi annullate dalla Cassazione.

Di queste ore la microspia per seguire le mosse di Gratteri. Una microspia che inviava il segnale a non più di 20 metri di distanza. Capire dove terminassero questi 20 metri sarà compito della Procura di Catanzaro 

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