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Il cielo sopra il muro di Berlino. 19 anni dopo

9 Novembre 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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muro_di_berlino.jpg
di Anna Foti
– Forse gli angeli che popolavano “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders già sapevano che Berlino presto sarebbe diventata il simbolo della fine della Guerra Fredda. Il celebre film del noto regista tedesco, infatti, offriva già nel 1987 uno sguardo profondo sulla città che la storia ha voluto divisa da 155 chilometri di cemento armato con tre metri e mezzo di altezza. Una striscia  di cemento che solo due anni dopo, nel 1989, non avrebbe più rappresentato un ostacolo per l’attraversamento da una parte all’altra della capitale tedesca. Il 9 novembre di quell’anno, celebrato oggi come il Giorno della Libertà, aveva esecuzione immediata l’ordine per il quale ai cittadini di Berlino Est veniva consentito di oltrepassare il muro per raggiungere Berlino Ovest.

La gente avrebbe cioè potuto muoversi liberamente, senza divenire bersaglio della guardie comuniste e rischiare la vita. Il muro, di cui oggi non resta poi molto, avrebbe cominciato ad essere fattivamente abbattuto nel giugno del 1990. Simbolo della dittatura comunista e della Guerra Fredda, quel muro divideva una grande città nel cuore dell’Europa, separando la Repubblica Democratica Tedesca dalla Repubblica Federale Tedesca, e rappresentava la contrapposizione ereditata dalla seconda Guerra Mondiale tra Unione Sovietica e Blocco Occidentale. Il suo abbattimento costituì il primo passo verso la riunificazione della Germania Federale, avvenuta nell’ottobre dell’anno successivo tra i cinque stati federati – i lander – di Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia, con Egon Krenza leader della Repubblica Democratica Tedesca ormai in fase di dissoluzione.

 

Ma il muro fu anche tappa fondamentale del crollo dei regimi comunisti insediatisi in tutti paesi ad Est dell’Europa nel secondo Dopoguerra. Il destino di divisione di Berlino fu segnato durante la Conferenza di Yalta nel 1945 quando il suo territorio fu politicamente smembrato in quattro settori assegnati per la parte più estesa all’Unione Sovietica, per il resto a Francia, Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Questi tre settori anche se indipendenti ricadevano di fatto nel territorio della Germania Ovest circondato dalla Germania Est, dunque la libertà di circolazione, con l’incalzare della Guerra Fredda, divenne nulla. Si contano diverse decine di cittadini di Berlino Est uccisi nel tentativo di oltrepassare la cosiddetta Cortina di Ferro per dirigersi a Ovest. La costruzione del muro, infatti, doveva proprio servire ad impedire la fuga dei cittadini dal regime comunista e mal si prestava ad essere invece giustificato dalla Repubblica Democratica Tedesca come muro di protezione antifascista. Prima della costruzione del muro oltre due milioni di persone emigrarono dal settore sovietico di Berlino. Dopo la sua costruzione solo circa cinquemila riuscirono nell’attraversamento. Anche il flusso di traffico in città migliorò all’indomani del caduta del muro che paralizzava la città, tagliando oltre 190 strade di cui 95 tra le due Repubbliche tedesche.

 

La costruzione del muro iniziò nell’agosto del 1961. Il filo spinato venne presto sostituito dal cemento armato che rimase poi l’elemento portante dei successivi interventi fino alla costruzione di una recinzione che soppiantò la prima componendosi anche di montati d’acciaio, recinzioni, trincee anticarro, trecento torri guardia, trenta bunker, una strada illuminata per il pattugliamento oltre che un frontiera interna al muro drammaticamente nota come “la striscia della morte”. Qui, per molti, il salto fu violentemente stroncato. In piazza 14 marzo, alle spalle della porta di Brandeburgo, oggi vi sono croci a memoria dei tentativi di passaggi sfociati in tragedie. Tra queste anche quella di Peter Fechter , lasciato morire dissanguato a diciotto anni proprio sulla striscia della morte e poi quella di Chris Gueffroy, l’ultimo ad avere trovato la morte al di là del muro. Forse gli angeli di Wenders non sono poi così distanti da quelle croci alla memoria e il loro incessante richiamo ad una città prossima alla svolta, era già allora seme di speranza.

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