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Vibo, lettera aperta a Domenico Talarico

22 Ottobre 2008
in Vibo Valentia
Tempo di lettura: 5 minuti
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Riceviamo e pubblichiamo:

Caro avvocato,
la tua lunga requisitoria, pubblicata lo scorso 18 ottobre integralmente dal Quotidiano della Calabria ed in sintesi dalla Gazzetta del Sud in seguito alla pubblica denuncia del segretario della Uil Luciano Prestia – che sento in questa occasione di ringraziare apertamente – merita indubbiamente, oltre agli elogi dei tanti spettatori, anche le mie congratulazioni, se non altro, per l’effetto mediatico che ha provocato: una vicenda comunque assurda che si consuma nel profondo Sud di questa nostra Nazione. Una terra, la nostra, dove purtroppo le virtù, le competenze e le esperienze dei singoli spesso vengono umiliate dall’arroganza e dall’ignoranza; da una classe dirigente che non guarda alla meritocrazia ed è più propensa a gestire il potere affidando incarichi pubblici a funzionari o anche a semplici simpatizzanti di partito che troppo spesso per non essere all’altezza del loro compito finiscono per compromettere lo sviluppo e la crescita di un territorio che altrimenti avrebbe tutte le carte in regola per decollare.
Non ti nascondo che avevo auspicato l’intervento di “qualcuno” alla tua replica ben costruita e  oltremodo garbata, degna di un professionista intelligente, ma così non è stato. E sebbene non abbia alcun risentimento per questa “disattenzione”, tuttavia, in questo particolare momento della mia difficile vita, sono costretto a rimboccarmi ancora una volta le maniche nell’ovvio tentativo di difendere la mia dignità e quella della mia famiglia; il mio indiscusso e indiscutibile impegno professionale, pur non possedendo una laurea in legge ma un semplice tesserino e oramai una decennale esperienza da giornalista.
Debbo premettere che non entrerò nel merito del rapporto dell’amico Segretario della Uil per ovvie ragioni, e sebbene sia inevitabile richiamare alcuni aspetti della sua pubblica denuncia, tenterò di limitare i danni che nella costruzione del tuo “castello” denigratorio rappresentano una realtà che prima di tutto moralmente appare come pura prevaricazione e che in tutta onestà si manifesta come sproporzionatamente iniqua.
Italo Calvino diceva che “La menzogna non è nel discorso ma nelle cose”. Ecco perchè brevemente sarò indotto a “rettificare” alcuni passaggi della tua nota limitandomi a presentare nella sua essenzialità la mia funzione di dipendente di questo comune.
Ho conseguito il diploma di geometra nel 1977 e dopo essermi iscritto alla facolta di Economia e Commercio – corso di laurea in Scienze Bancarie all’Università di Messina il 27 luglio del 1978 ho avuto l’opportunità di rientrare a far parte – per il tramite dell’allora Ufficio di Collocamento – a progetti di formazione e lavoro (ex Legge 285). Dopo qualche anno tra i 180 “giovani” assunti alle dipendenze dei comuni della provincia c’ero anch’io che accettavo con regolare contratto (insieme ad altri 119 colleghi) di essere annoverato tra i nuovi dipendenti di Palazzo Luigi Razza. Questa nuova situazione al comune capoluogo generò non pochi problemi di natura organizzativa anche perché qualche anno dopo arrivarono altri dipendenti dell’ex Formez e dopo altro tempo ancora quelli dell’ex Ipab. Brevemente debbo aggiungere che una sessantina di operai andarono a coprire posti di impiegati; i circa 50 geometri occuparono postazioni e incarichi ben diversi da quelli di assunzione e alcuni laureati iniziarono persino a sostituire dirigenti titolari che andavano in pensione. Gli amministratori dell’epoca non ebbero mai il tempo di definire e meglio organizzare la pianta organica ed i servizi a causa dei continui avvicendamenti di legislatura e la maggior parte del personale assunto con le modalità di cui sopra (e che oggi rappresenta la quasi totalità degli attuali dipendenti) continuarono ad essere impegnati secondo le esigenze o le competenze dei singoli, con sregolatezza e confusione, molto spesso secondo le simpatie  e gli umori di politici e dirigenti.
Io, dopo qualche anno di servizio presso il settore Lavori Pubblici, andai a finire agli Affari Generali e dopo altro tempo ancora mi venne affidato l’incarico di responsabile dell’Ufficio di Statistica. Praticamente nell’Ente per la maggior parte dei dipendenti, si era consolidata una situazione precaria, mentre per pochi si registrava il consolidamento di professionalità che per le funzioni svolte divennero insostituibili.
Il 1993 rappresenta una svolta epocale: i nuovi sindaci adesso, in base alla nuove disposizioni legislative, durano in carica cinque anni duranti i quali finalmente c’e la possibilità di programmare il futuro e legiferare e allora, anche un intervento in materia di personale diventa finalmente possibile. Iniziò questo processo l’esecutivo di centrosinistra del notaio Pino Iannello e solo sul finire del 2000 la giunta guidata dal Prof. Alfredo D’Agostino riuscì a proporre ed approvare un  atto concreto di nuova dotazione organica e dei servizi. Nel frattempo, il 4 febbraio del 1998 con regolare ordine di servizio, era stato disposto che lo scrivente prestasse servizio presso l’ufficio stampa del comune diretto dal 1995 dallo stimato giornalista vibonese, avvocato Giuseppe Orefice. Pertanto, da quella data ho iniziato a svolgere attività giornalistica per l’Ente. Nel 2000, entrata in vigore la legge 150 che regolamenta proprio l’attività di comunicazione istituzionale nella Pubblica Amministrazione, fui autorizzato a partecipare a spese del mio stesso datore di lavoro a un master in comunicazione per capo ufficio stampa, essendo tale ufficio previsto nella nuova dotazione organica. Ciò proprio con l’idea degli amministratori pro-tempori di utilizzare le risorse interne per la costituzione e la definitiva direzione dell’ufficio stampa comunale, cosa peraltro imposta proprio dagli ordinamenti giuridici e dalle circolari ministeriali.
Il 2002 è l’anno che caratterizza le mie richieste formali e le vertenze intraprese con un unico e insindacabile scopo: il riconoscimento della professionalità e delle funzioni svolte. E la Giunta del giudice Elio Costa, pur continuando lo scrivente ad espletare attività giornalistica all’interno del comune, si oppose allo stesso modo di come si oppose per i tanti altri colleghi che tuttora svolgono senza alcun riconoscimento mansioni superiori in questo municipio. Accettare un compromesso per definire la mia questione significava creare un precedente per tutti gli altri.
Orbene, ti è noto, caro Presidente, che ho sospeso le istanze giudiziarie per la più volte manifestata intenzione del sindaco Franco Sammarco di definire al più presto la mia situazione. E capisci bene che dall’epoca del tuo insediamento e prima ancora di quello di questo sindaco, svolgo di fatto e con tanto d’ufficio contraddistinto di targa all’entrata le funzioni di addetto stampa del comune di Vibo Valentia. Sai anche che se l’incarico non è ufficiale lo si deve al fatto che questo sindaco ha in mente un progetto di gratificazione più ampia per tutto il personale al quale non intende dare l’impressione di aver privilegiato alcuno. E poi ti basta sapere che da maggio del 2005 ad oggi ho redatto ed inviato alla stampa locale oltre 820 comunicati, organizzato e presenziato ben 47 conferenze stampa e quant’altro. E qualche mese fa ho anche ho riferito al sindaco circa la “gaffe” che ti ha adirato e dopo una serie di comportamenti poco lungimiranti ti hanno indotto a replicare alla denuncia di Prestia pensando con “Un solo piccione di colpire due fave” e giustificando il tuo dire col supremo interesse dello scrupoloso rispetto delle norme.
Quanto poi all’etica, nel mentre ti invito a collegarti in internet con “Google” e digitare nella ricerca il mio nome per avere prove e testimonianze che ti saranno più utili a giudicare, consentimi semplicemente, forte dei miei 31 anni di servizio a Palazzo Luigi Razza, di trarre questa lapidaria conclusione: se non fosse stato anche per l’impegno profuso da questo “geometra” probabilmente l’essere risultato il primo degli eletti, con una carica derivante dalla votazione all’unanimità di 41 consiglieri comunali (per la verità 40 perché tra quelli c’era pure il tuo) non  avrebbe facilitato il tentativo di infondere tranquillità a chicchessia. 
 
       
Antonello Nusdeo Giornalista – Dirigente Uil

 

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