
di Angela Chirico e Antonio Aprile – E’ stato oggetto di polemiche e protagonista, più o meno involontario, del clamore mediatico. Emblema, per alcuni e in specie per chi lo ha condannato, di protagonismo e di una concezione distorta della professione del magistrato, vissuta- si è detto- come “missione”.
Per altri, e soprattutto per i giovani e i tanti che ne hanno sostenuto la battaglia, alfiere di quella Calabria pulita ed onesta che in lui si è identificata senza riserve. In soli dieci mesi, Luigi De Magistris ha compiuto un viaggio senza ritorno, passando dal ruolo, quotidianamente esercitato, di magistrato inquirente presso la Procura di Catanzaro, dove stava seguendo inchieste scottanti come “Why Not”, “Poseidone” e “Toghe lucane”, a quello, inatteso, di accusato. Ha subìto, infatti, l’ avocazione di “Why Not” e “Poseidone” e la dura condanna del plenum del Csm, che ne ha disposto all’ unanimità la censura, la perdita delle funzioni di pm, e il trasferimento da Catanzaro a Napoli, per “gravi anomalie” nella gestione dell’ inchiesta “Toghe lucane”. Unica indagine, quest’ ultima, che gli è stato concesso di concludere, sebbene il trasferimento a Napoli, prima confermato dalla Cassazione e poi reso operativo il 9 settembre scorso con decreto del Ministro della Giustizia, sia scattato prima che trascorresse il termine di venti giorni previsto per le eventuali memorie delle parti, dopo il quale il pm avrebbe valutato la formulazione delle richieste di rinvio a giudizio. Oggi Luigi De Magistris ricopre le funzioni di giudice civile presso il Tribunale di Napoli, un provvedimento che – dice- “accetto da uomo delle istituzioni, ma che reputo profondamente sbagliato ed ingiusto, non tanto per me, perché noi magistrati sappiamo che c’è un prezzo da pagare, quanto per il messaggio negativo che trasmette”. La sua vicenda, però, non è ancora chiusa. Il magistrato rischia infatti un nuovo provvedimento disciplinare per avere autorizzato l’ acquisizione di tabulati telefonici dell’ex Guardasigilli Mastella, che era tutelato dalle prerogative costituzionali per i membri del Governo e i parlamentari. A difenderlo, dinanzi al Csm, sarà il collega Antonio Ingroia, sostituto procuratore della DDA di Palermo, che sul caso De Magistris aveva già preso una posizione molto netta, parlando di “avocazione impensabile” ( in riferimento a Why Not e Poseidone) e di “crisi dello Stato di diritto”.
Dott. De Magistris, le sue indagini hanno portato alla luce l’ intreccio tra mafia, politica e massoneria. Qual è lo scenario che si sente di ricostruire?
«Il discorso riguarda soprattutto i poteri occulti, nel senso che il problema che si pone è quanto è ramificato, quanto è consolidato il potere occulto all’ interno delle Istituzioni di questo Paese. Dal lavoro che ho fatto in questi anni, ho percepito che all’interno delle Istituzioni ci sia anche un governo occulto delle stesse e che all’interno di questo governo occulto delle Istituzioni ci sia una componente di un certo rilievo, che è quella di tipo massonico. Ovviamente, si tratta di una massoneria deviata, cioè di personaggi che hanno fatto parte nel passato, o che tuttora fanno parte della massoneria.»
Perché l’ informazione nel nostro Paese non pone in luce le commistioni ad alto livello?
«Quello che posso dire è che non se ne parla perché non se ne vuole parlare. Quando si parla di mafia si cerca di sminuire e di parlare solo del livello militare, ma la criminalità organizzata, quella più pericolosa, in questo momento è altra, è quella di cui ho parlato prima. E’ la mafia economico- finanziaria, la mafia che c’è nelle Istituzioni e in parte le governa, che manda i propri rappresentanti , che ormai si è infiltrata nella magistratura e nelle forze dell’ ordine».
Lei ha subìto l’ avocazione delle inchieste “Why Not” e “Poseidone”. Di recente, i lavoratori di Why Not hanno manifestato davanti al Consiglio Regionale. Che fine faranno quelle indagini?
«Non lo so, so solo che mi hanno fermato compromettendo in modo credo determinante le indagini. Non so cosa faranno gli altri magistrati. Ritengo che avocarmi quelle inchieste in modo illegale abbia portato un danno credo irreparabile a queste stesse indagini».
Crede ancora nella giustizia e nel ruolo della magistratura?
«Certo, credo nella giustizia e nella magistratura. Sono convinto che nella magistratura ci siano tanti magistrati perbene ed onesti, che vogliano portare con dignità la toga e quindi fare giustizia e verità in questo Paese».
L’ anno scorso, lei ci disse che nutriva “un’ estrema fiducia”. Oggi si sentirebbe ancora di dirlo?
«Sì, ho sempre un’ estrema fiducia, ma è una fiducia razionale, nella convinzione cioè che all’ interno della magistratura e delle Istituzioni ci siano delle persone perbene, così come tanti disonesti. Il nostro compito è quello di denunciare i disonesti e far sì che non ce ne siano più nella magistratura e nelle forze dell’ ordine. Perché all’ interno della magistratura e delle Istituzioni devono stare solo persone integre e irreprensibili».




