
di Antonio Aprile e Angela Chirico – Uno scambio di favori. Fu questa la reale matrice dell’ assassinio del giudice Antonino Scopelliti. Un omicidio ordinato da Cosa Nostra siciliana, intervenuta con la mediazione di Totò Riina
per imporre la pax nella faida tra i cartelli contrapposti dei De Stefano e degli Imerti, e materialmente eseguito da uomini della ‘ndrangheta calabrese per ricambiare il servizio ricevuto. Fu questo il primo avvenimento per cui i clan delle due sponde si mossero insieme, allo scopo di salvaguardare comuni traffici ed interessi, come il progetto del Ponte sullo Stretto. Affari che Cosa Nostra vedeva minacciati dall’ arrivo del primo maxi processo dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, dove Scopelliti, in qualità di sostituto procuratore generale, avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa. Questo lo scenario ricostruito dal Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso: “Non dimenticherò mai ciò che mi disse Giovanni Falcone : “Questo è stato un favore che i calabresi hanno fatto a Cosa Nostra”.
Procuratore Grasso, il giudice Gratteri richiama continuamente l’attenzione sulla carenza legislativa in materia di lotta alla criminalità. Condivide?
«Sono perfettamente d’accordo. La legislazione antimafia è carente in alcuni punti e va migliorata anche se dobbiamo dire che la nostra è una delle migliori al mondo, perché abbiamo dovuto combattere una criminalità organizzata che in altri paesi non viene combattuta con gli strumenti che abbiamo noi. Sotto questo profilo possiamo dire di avere già un grosso know how. Ci sono, comunque, tante cose che vanno migliorate. Il problema principale è la legislazione processuale, quella riguardante cioè il processo penale. Si è proceduto alla riforma dei giudici e dell’ordinamento giudiziario, è tempo di porre mano seria alle riforme su questo. Il processo non può essere lento, deve essere corrispettivo a quelle che sono le responsabilità da un punto di vista penale e da un punto di vista civile bisogna che chi vuole riconosciuti i propri diritti abbia tempi brevi. Ancora oggi io ricevo sequestri di somme che sono destinate alla lotta alla criminalità mafiosa sotto il profilo del risarcimento a chi è vittima di un processo lento, per la legge Pinto che è stata approvata per risarcire chi subisce un procedimenti troppo lungo. Quindi, principalmente, va accelerato il processo penale e va reso molto più agile».
In campagna elettorale lei aveva chiesto liste pulite eppure anche in questa legislatura ci sono onorevoli inquisiti come Totò Cuffaro. Come infondere fiducia nei cittadini quando spesso c’è una politica collusa e connivente?
«La cosa più grave non è tanto mettere politici inquisiti in lista ma trovare dei cittadini che li votino. Se lei ci riflette, è questa la cosa peggiore perché vuol dire che ancora non c’è una coscienza civile e una cultura tale da impedire ai cittadini che conoscono certe posizioni di dare il loro consenso a queste persone e farsi rappresentare. Questo vuol dire che chi si vuole far rappresentare da loro non vuole la legalità. Vuole essere magari favorito o privilegiato negli appalti, cercare di ottenere dei risultati non con il proprio merito ma con favore politico e questa è la cosa che più mi lascia perplesso».
Secondo Lei, il politico inquisito dovrebbe dimettersi?
«Guardi, le dimissioni per un politico sono una questione personale. È una questione etica. La commissione parlamentare antimafia ha elaborato un codice deontologico che nessuno ha osservato. E l’ha fatto la parte politica, quindi se non si parte nemmeno dall’interno delle politica con la volontà di cambiare, figuriamoci… Finché non avverrà questo, sarà difficile avere successi anche nel campo della lotta alla criminalità organizzata».
C’è oggi questo grande scontro tra politica e magistratura, come lo commenta?
«No, guardi, io non mi sento oggetto o parte nello scontro, nel senso che bisogna che ognuno faccia la propria parte nel proprio ambito. Quando le indagini sono fatte bene, quando ci sono dei risultati concreti e quando si cercano o si trovano prove granitiche, io stesso ho potuto riscontrare a Palermo che nessuno gridava al complotto perché era impossibile. Anche gli stessi difensori, gli stessi avvocati dicevano “sappiamo che non abbiamo molte chances” e allora cercavano il giudizio abbreviato pur di ottenere benefici. Quindi, secondo me bisogna cercare di trovare il giusto equilibrio nell’ambito delle indagini ed evitare magari delle strumentalizzazioni che fanno notizia ma che poi si rivelano, alla luce dei riscontri e delle prove processuali, un po’ carenti».
Si parla di cimici e talpe all’interno delle Procure. È successo anche qui a Reggio. Quanto possono incidere questo tipo di tensioni e anche quelle tra gli stessi magistrati?
«Bè, cimici, talpe, avvoltoi, corvi, serpenti, insomma ce ne sono di cose nelle procure. Io stesso, soprattutto a Palermo, ho avuto tante di queste esperienze. Comunque, spesso vengono scoperte ancora prima che producano i loro effetti negativi e questa è una cosa molto importante, un grosso risultato. D’altra parte non deve scandalizzare che come noi cerchiamo di infiltrare qualcuno nella criminalità, la criminalità cerchi di infiltrare qualcuno tra di noi. L’importante è scoprirlo e poterlo enucleare».
In Sicilia, si è insidiato da poco un altro governatore. Crede che ci sia stata una forma di rottura o di continuità sotto il profilo della lotta alla criminalità?
«Io non dò giudizi politici sui governi che si sono succeduti. Posso dire che ho avuto un contatto con la commissione regionale antimafia e che vuole portare avanti una serie di proposte, tramite un disegno di legge, che mi trovano perfettamente consenziente. Queste sono le intenzioni, aspettiamo i fatti. L’augurio è che si possano avere dei risultati positivi».
Del Consiglio regionale calabrese e dell’alto numero di consiglieri inquisiti che opinione ha?
«Io spero che le indagini si concludano rapidamente».
Ma il fatto stesso che non si riesca a capire neanche il numero preciso dei consiglieri inquisiti, non pone un grave problema di trasparenza?
«Nelle indagini non c’è trasparenza che tenga, vanno completate nella massima segretezza e riservatezza. Già in Calabria si ritrovano troppo spesso sui giornali prima ancora che si possa ottenere una chiusura e un completamento delle indagini e questo non aiuta la giustizia, secondo il mio punto di vista, perché l’indagine nasce per essere segreta e riservata. Poi, nel prosieguo, ce ne saranno alcune che troveranno riscontri e altre magari no, ma io continuo ad avere il culto delle indagini e degli elementi concreti che ne scaturiscono».
Sui reati che si prescrivono, cosa dice?
«Non è un problema di legislazione antimafia ma di legislazione generale: certezza della pena e velocità. Ci sono nel corso dei procedimenti di giudizio tutta una serie di istituti nati per accelerare il processo che invece si riducono solamente in benefici per gli imputati. Per tutti, non solamente per quelli di mafia. Il rito abbreviato, per esempio, ma anche altri vantaggi e benefici anche una volta che si è avuta la condanna. Ritengo che vada rivista tutta questa legislazione e l’intero processo penale».
Sud abbandonato, questa è la sensazione. Fino a quando?
«Finché, a mio giudizio, la politica locale e nazionale non lo considererà un problema nazionale. Perché se è visto solo come un problema del Sud o della Calabria si corre il rischio che sia considerato un vuoto a perdere e si abbandonino questi territori. Invece è importante capire che questa condizione influenza tutto il territorio nazionale. Noi continuiamo a ripeterlo, adesso bisogna vedere i prossimi appuntamenti del Parlamento sotto il profilo delle riforme. Il ministro Alfano ha dichiarato che a Settembre la prima cosa da farsi dovrebbe essere la riforma del processo penale».




