di Anna Foti – Ordinamenti ineccepibili, governanti illuminati, scienza al servizio dell’umanità, religione che rispetti l’ordine dell’Universo, questa era l’utopia raccontata, nella sua opera più famosa “La Città del Sole”, dal domenicano Fra’ Tommaso Campanella, calabrese originario di Stignano all’epoca nella contea di Stilo, nato il 5 settembre di 440 anni fa e morto a Parigi nel 1639. Nelle tenebre di un secolo segnato dalla pestilenza, dalle dominazioni e dall’oscurantismo dell’Inquisizione, egli cercò la luce di una città sognata e anelata e, in questo desiderio ardente, riscattò una vita tramortita dal rischio di una condanna a morte, che riuscì ad evitare resistendo alle terribili torture, e da 27 anni di carcere che lo salvarono dal rogo ma non dalle sue aspirazioni di libertà, dall’innata e insopprimibile tensione verso l’ideale e la speranza.
Un uomo di luce, come Galileo Galilei e Giordano Bruno, entrambi condannati dalla Chiesa, il primo penitente ma solo per proseguire i suoi studi sulla Terra e i Pianeti, come attestato dalla storica affermazione dopo l’abiura “Eppur s muove”, e il secondo arso vivo in Campo dei Fiori a Roma per non avere rinnegato le proprie idee. Indicibili sofferenze per non disperdere il proprio destino e non tradire la missione cui si sentiva chiamato: “Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi e ipocrisia”. Libertà dalla corruzione e dall’ingiustizia e contrasto delle eresie, questi i fondamenti del cambiamento auspicato nel 1599 da Tommaso Campanella e per altro rispondenti ai principi ispiratori della Riforma e della Controriforma. Un modello di repubblica che Campanella avrebbe voluto anche per la sua Calabria prima della condanna dell’Inquisizione. Nello stesso anno della sentenza, il 1602, veniva pubblicato “La città del sole”, in cui l’immagine della repubblica ideale da lui sognata appariva più chiara. il volume rappresentò subito un esempio di genere letterario filosofico e politico dell’utopia, intesa come realtà negata che resiste nei sogni e nell’immaginazione nella misura in cui essa è totalizzante nella sua dimensione di percezione. Un’opera dagli antecedenti di spessore quali Bacone, autore di “Nuova Atlantide”, Tommaso Moro autore di “Utopia” e Platone. Ma una differenza sostanziale divideva al contempo questa opera dalle altre, ossia la sua aspirazione a non restare una creazione dell’immaginario. Una forza che nasce da una rivoluzione spirituale, supera intatta la sofferenza fisica e non può aspettare che le condizioni di realizzazione siano propizie per stagliarsi nell’universo di ciò che è stato, comunque, concepito e scritto. Proprio come le battute finali dei due interlocutori della “Città del Sole” laddove il Cavaliere dell’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme chiede tempo e attesa mentre gli viene oppost da Genovese, nochiero del grande navigatore Colombo, l’impossibilità di attendere oltre. Le idee portano lontano, se esiste negli uomini il coraggio di difenderle e realizzarle.




