
di Anna Foti – Un anniversario importante per denunciare vite cancellate, inghiottite nel buio, voci strozzate da un silenzio impenetrabile. Migliaia sono le persone vittime di sparizioni in più di 80 paesi negli ultimi trent’anni. Amnesty International ha raccolto, solo nel 2007, denunce da 29 paesi del mondo tra cui Algeria, Colombia, Nepal, Federazione Russa, Sri Lanka, El Salvador, Tunisia e Pakistan. La storia degli ultimi anni, specie dopo gli avvenimenti dell’11 settembre 2001, ha determinato un cambiamento anche nella pratica delle sparizioni, non solo diffuse in regimi militari come è stata la dittatura argentina e in regimi totalitari come quello nazista, ma utilizzate anche nell’ambito della guerra al terrore intrapresa dagli Stati Uniti che ricorre ai rapimenti e alle detenzioni segrete come prassi per raccogliere informazioni.
Trattasi in questo caso, anche se la storia riserva anche ipotesi legate ad attività sovversive e di opposizione ai governi, di pratiche eseguite o tollerate dai governi medesimi che, attraverso la cattura e la prigionia segreta delle persone dissidenti o pericolose, perseguono obiettivi di sicurezza, lotta al terrorismo e mantenimento di ordine pubblico. Nonostante si configuri come prassi, in ragione di un numero crescente di vittime, pare necessario ricordare e affermare con forza che la detenzione segreta è un crimine, un atto che viola i diritti fondamentali della persona e che, se perpetrato in nome di un’autorità statale, non trova legittimazione ma diventa un abuso ancor più grave e qualificato. L’istituzione della giornata internazionale degli scomparsi, avvenuta 25 anni fa ad opera delle Nazioni Unite, e l’adozione nel 2007 della Convenzione per la protezione delle Vittime di Sparizioni Forzate consentono l’intensificazione del lavoro di promozione della ratifica dello strumento legislativo internazionale, cui è chiamata anche l’Italia firmataria della Convenzione nel luglio del 2007. Consentono, altresì, la conoscenza delle storie individuali che si celano dietro ciascun rapimento e il sostegno ai familiari che perseverano nella ricerca dei loro cari. In particolare Amnesty International, membro fondatore della Coalizione Internazionale promotrice della ratifica della Convenzione, dedica la giornata odierna alla storia di Ernestina ed Erlinda Serra Cruz, due sorelle sparite in El Salvador il 2 giugno del 1982 quando avevano rispettivamente tre e sette anni, probabilmente sparite nell’ambito del conflitto interno al paese (http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1315), e a Massod Ahmed Janjua e Faisal Faraz, scomparsi in Pakistan nel luglio del 2005 (http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1316). 
Una giornata di impegno corale al fianco di Amina, moglie di Masood Ahmed, e Maria Vuctoria, madre di Erlinda ed Ernestina. Ogni ingiustizia intreccia storie di dolore e responsabilità disattese. Giornate come questa tentano di curare, laddove è possibile, quel dolore e si propongono di gettare un seme di speranza per un futuro diverso in cui il rispetto dei diritti torni ad essere il fulcro della politica.
Per “sparizioni” si intendono, dunque, i rapimenti commessi dalla forze dell’ordine o da forze militari governative allo scopo di eliminare un individuo e neutralizzarne l’azione e il pensiero. A volte le persone “scomparse” vengono ritrovate dopo anni e purtroppo non sempre vive. Spesso si crede scomparsa una persona che in realtà è stata vittima di un’esecuzione extra-giudiziale, ossia uccisioni deliberate e arbitrarie, poiché commesse da agenti statali al di fuori del sistema giudiziario vigente. Tale ipotesi, considerata una grave misura cui l’autorità ricorre, si configura non solo quando viene ucciso un civile oppositore politico, ma anche quando un individuo rimane vittima di un’azione repressiva delle forze dell’ordine – durante una protesta – o di una loro eccessiva reazione. Entrambe queste gravi misure caratterizzano un contesto segnato prevalentemente dalla presenza di gruppi armati, filo governativi e di opposizione, e da un conseguente clima di violenza politica. Le vittime, oppositori e presunti tali considerati una minaccia, sono perseguitati, sospettati e accusati di cospirare contro l’autorità governativa e, dopo l’11 settembre, contro l’Occidente. Tali abusi, perpetrati da unità speciali istituite dallo Stato che agiscono su suo ordine espresso o da gruppi di civili che agiscono con la complicità delle forze governative, rappresentano il sistema più efficace e rapido, rispetto alla detenzione e alla custodia, per eliminare dallo scenario gli avversari politici e gli individui etichettati come sovversivi e pericolosi per la stabilità dello Stato. Utilizzato, per fare pressione su costoro, anche il rapimento di familiari. Numerosi i casi di bambini “spariti” travolti dalla repressione insieme ai genitori. Troppe le donne in gravidanza, rapite e costrette a partorire pressi centri dove erano detenute e a vedersi tolti i loro figli, cresciuti dalle stesse guardie come propri figli o da famiglie adottive. E’ opportuno distinguere, sotto il profilo del soggetto autore della violazione e del contesto, la “sparizione” posta in essere da gruppi armati governativi, dalla cattura di ostaggi o rapimento per mano di gruppi armati in situazioni di conflitti e di disordini interni con possibili matrici discriminatorie di carattere razziale ed etnico. Il termine “desaparecido” – “scomparso” – entrò nel vocabolario delle organizzazione umanitarie negli anni sessanta quando in America Latina la sparizione venne utilizzata per eliminare segretamente gli oppositori politici. Ciò testimonia l’originaria e orribile finalità di questa pratica, da allora diffusasi rapidamente, che atteneva all’eliminazione fisica di avversari politici. Tuttavia la sua diffusione in altri paesi e in altre realtà ne ha comunque determinato una diversificazione. Nella forma dell’omicidio di massa, ad esempio, ne è stato riscontrato l’uso in situazioni di collasso statale. Uccisioni di minori per strada hanno invece insanguinato alcuni paesi dell’America centro-meridionale in cui tali pratiche sono diventate strumento di riduzione della microcriminalità generata dal degrado sociale e dove gli omicidi di minori vengono tollerati nella prospettiva di risolvere il problema dei bambini di strada. Arriviamo ai giorni nostri e alla politica statunitense di contrasto al terrorismo in cui la detenzione segreta, l’assenza di processo, le torture – come accade a Guantanamo – sono divenute strumento “legalizzato e legittimato” di indagine e raccolta di informazione.
Sia le “sparizioni” che le esecuzioni illegittime vengono adoperate per mascherare altri abusi e ingiustizie, quali la mancanza di un regolare arresto, di un equo processo e di una legittima detenzione, derivanti dall’impossibilità di una legale incriminazione che consenta la persecuzione di chi critica il governo. Rapite a volte uccise, altre volte vittime di gravi misure quali abusi fisici, punizioni corporali e trattamenti inumani e degradanti, torture, lunghe detenzioni in celle buie e in isolamento, privazione di cibo e presidi igienici, medici e sanitari, queste persone vengono opportunamente e ufficialmente definite dalle autorità “sparite”, scomparse nel nulla, neanche mai detenute. Non mancano i casi di morte in custodia e le ipotesi di lunghe detenzioni incommunicado, nella totale e prolungata impossibilità di contattare familiari, medici e avvocati. Alla luce di tutto questo appaiono palesi le numerose violazioni di diritti fondamentali che discendono da tali trattenimenti che calpestano la dignità di chi li subisce e a cui si procede senza accusa, né processo nella più fitta e impenetrabile segretezza, senza alcuna protezione da parte della legge.
Il fenomeno delle sparizioni si lega drammaticamente al fenomeno della tortura e dell’impunità. Amnesty International conduce anche un’importante lotta in questo senso, offrendo sostegno ai familiari delle vittime cui non è dato di conoscere la sorte del proprio caro. E’ noto il sostegno che AI ha sempre offerto alle ricerche delle cosiddette Madri di Plaza De Majo, un gruppo di donne, madri e nonne di bambini e adulti desaparecidos in Argentina, formatosi nel 1977 per chiedere informazioni sui parenti “scomparsi” e protestare contro questo indecente, inumano e inaccettabile silenzio. Finora hanno rintracciato cinquanta persone, allora bambini “scomparsi” – ninos desaperecidos – di cui quarantatrè vivevano con nuove famiglie. Un prezioso contributo alla ricostruzione sofferta di vite strappate, stravolte, spesso irrecuperabili. Pagine di storia di dittature più e meno dichiarate, di diritti che non hanno voce. Pagine di storia che assomigliano ai tasselli di un drammatico puzzle che rischia di non ripristinare la propria integrità e di restare incompleto ogni volta che una persona non fa ritorno nella propria famiglia, ogni volta che uno Stato, un gruppo di persone non rispondono dinnanzi ad alcun giudice dell’abuso commesso.




