Ero passato da queste parti, a Reggio Calabria, più di 35 anni fa e mi era apparsa una città chiusa e silenziosa, avvolta nei suoi antichi problemi. Poi l’avevo riscoperta nelle cronache che parlavano della manifestazione nazionale dei metalmeccanici, provenienti da tutta Italia per “sfidare i boia chi molla”. Una specie di epopea cantata da Giovanna Marini. Erano i tempi dello slogan “Nord e Sud uniti nella lotta” gridato nei cortei di Cgil, Cisl e Uil. Con la richiesta che accompagnava le vertenze contrattuali di poter contrattare non solo i salari ma anche gli investimenti nel Mezzogiorno. Una pretesa che faceva inorridire i benpensanti di ogni colore intenti a gridare al pansindacalismo.
Ora ritorno a Reggio per assistere a una singolare Festa. E’ la “Festa del lavoro”, promossa dalla Cgil locale e fatta di concerti e dibattiti. Un’iniziativa importante e lo si capisce osservando la gente che la frequenta, un pezzo ampio del popolo meridionale alla ricerca di nuove speranze, di nuova fiducia. Il sindacato ridiventa anche così un lungo d’incontro, di solidarietà, di conoscenza, fra soggetti diversi, occupati, ma spesso e volentieri disoccupati, stagionali, flessibili, precari. Sono le tante anime del lavoro che qui hanno caratteristiche particolari vista la desertificazione dell’industria.
Certo il panorama sociale è cambiato rispetto a 35 anni fa ma i problemi di fondo sono rimasti. Il cambiamento lo si vede ad esempio percorrendo lo splendido lungomare. Qui passeggiano schiere di ragazze e ragazzi con i colori dei loro abbigliamenti alla moda. Non hanno nulla da invidiare agli assembramenti che si possono incontrare in piazza del Duomo a Milano o in via del Corso a Roma.
Sono gli stessi che vedremo qui la sera, alla Festa sindacale al concerto dei “Mattanza”. Una città che produce segnali mutati, dunque, e lo si vede anche dal flusso di macchine. Anche se c’è un’altra parte del tessuto urbano che ricorda Beirut, come spiega Francesco Ali, il più giovane e dinamico segretario di Camera del lavoro in Italia. Anche qui, come in gran parte del Paese, è aumentato il livello di benessere per una parte e il livello di povertà per altri.
Ecco perché la sera, all’incontro-intervista con Guglielmo Epifani, vedo confluire, nel grande quadrato attorno al palco, una folla, già un’ora prima dell’appuntamento. E’ assistiamo a uno spettacolo inusitato. Questo muro umano compatto ascolta le prime domande e le prime risposte di Epifani, in un silenzio tombale. Non si muove un alito di vento, ma si percepisce un’enorme attenzione, come se soppesassero le parole. Ascoltano la descrizione della crisi economica, delle mancate risposte del governo, del dialogo affossato, dei rapporti difficili tra gli stessi sindacati. Nessun commento, nessun cenno di assenso. Ma ecco che Epifani parla del Mezzogiorno, del silenzio che è caduto su questa parte decisiva del Paese, sui giovani costretti a riprendere i “treni della speranza”, per andare a trovare nel Nord una soluzione. E’ a questo punto che la muraglia umana si scioglie nell’applauso che poi accompagnerà il segretario della Cgil fino alla fine. E così quando scende dal palco molti lo circondano. Sono lavoratrici che chiedono di fare qualcosa e non si accontentano della mobilitazione proposta per l’autunno o di quella già iniziata dal pubblico impiego con i presidi unitari in diversi centri del Paese. Altri sembrano non condividere fino in fondo la scelta del segretario della Cgil di mantenere l’unità con Cisl e Uil, un patrimonio prezioso da difendere. Altri ancora, come un giovane precario della scuola, incita a non mollare la presa. Tante voci che certo non fanno pensare all’isolamento di cui ha parlato di recente il ministro del lavoro Maurizio Sacconi…
Un’iniziativa importante questa di Reggio Calabria, da moltiplicare. Simili appuntamenti già si svolgono annualmente, ad esempio a Pistoia, ma anche in altri centri. E’ il sindacato che apre le sue porte, è un modo per crescere. Così come lo sono – lo ricorda Epifani – i progetti per ricostruire la “formazione” dei quadri sindacali. Oggi può capitare che un giovane arrivi in un luogo di lavoro e non incontri più nessuno che gli racconti che cosa è e come è nato il sindacato e quali sono le nuove armi della contrattazione in fabbrica e nel territorio. La memoria e l’esperienza. Così la Cgil si accinge a riaprire la scuola di Ariccia, un tempo fucina per migliaia di delegati sindacali. Anche così si cammina all’altezza dei tempi, si è davvero “moderni”.
Pubblicato da Bruno Ugolini a lunedì, luglio 28, 2008




