
Riceviamo e pubblichiamo
Con questa lettera voglio dare voce al disperato bisogno di giustizia che ho avvertito innanzi all’immane tragedia che si è abbattuta sulla mia famiglia e che ha privato i miei tre figli di un padre meraviglioso.
Questi i fatti: mio marito Nicolò Demetrio, all’alba di lunedì 7 luglio
Mio marito, tirando un sospiro di sollievo dinnanzi a tale diagnosi, ha affrontato la sua normale giornata lavorativa, presso
Certamente, se gli avessero detto che c’era anche un minimo sospetto di cardiopatia non sarebbe andato a lavorare ed avrebbe, ove non si fosse fidato della struttura ospedaliera, consultato uno specialista cardiologo; ma – ripeto – la diagnosi di “Toracoalgia” lo aveva tranquillizzato a tal punto da fargli affrontare la sua normale giornata lavorativa.
La sera, dopo aver cenato, alle 22:00 circa mentre era intento a lavorare al computer mio marito si è improvvisamente accasciato esanime a terra.
Disperatamente, unitamente ad una mia familiare, abbiamo richiesto per ben tre volte l’intervento del 118, (un minuto mi sembrava un anno!) per sentirci rispondere, purtroppo, che nessuna delle “due sole” ambulanze medicalizzate erano disponibili e che l’avrebbero inviata appena possibile. Nonostante mio marito venisse tenuto in vita, attraverso il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca, da parte di mio fratello, era percepibile che la situazione stava per precipitare. Disperati ci siamo rivolti al 112 per chiedere aiuto e dopo qualche minuto sono arrivati alcuni agenti della Polizia di Stato che con grande senso di umanità e in maniera encomiabile, si sono alternati nei tentativi di rianimazione, richiedendo con fermezza, anche loro, l’intervento urgente di una ambulanza del 118.
Questa, purtroppo, è arrivata troppo tardi, intorno alle 22:40, quando ormai ogni tentativo per rianimare mio marito è stato del tutto vano.
Moriva così mio marito, all’età di 53 anni, tra la disperazione e gli occhi esterrefatti miei e dei miei tre figli in giovanissima età, dei quali la più grande ha 22 anni e il più piccolo appena 14.
Il giorno dopo il decesso sono arrivati a casa mia degli agenti della Polizia di Stato che mi hanno comunicato che il magistrato aveva disposto il sequestro della salma di mio marito, con trasferimento all’obitorio degli OO.RR. di Reggio Calabria in attesa della nomina del C.T.U. per effettuare l’esame autoptico.
Gli stessi agenti mi invitavano a recarmi in Questura per essere sottoposta ad interrogatorio al fine di acquisire informazioni su tale luttuosa, se non forse anche delittuosa, vicenda.
Ho appreso, pertanto, che sul caso è stata aperta un’ inchiesta, di cui a tutt’oggi a causa della segretezza delle indagini, disconosco il contenuto.
Mio marito era un uomo che ha lasciato un segno indelebile in ogni campo si sia prodigato, da quello professionale a quello politico-sociale, testimoniando valori di giustizia, di onestà e di coerenza, per scardinare un sistema fatto di disonestà, di ignoranza, di superficialità a danno sempre della Vita, comunque s’intenda, sia fisica sia morale.
Al dolore incommensurabile per la perdita di un uomo di tale valore, si unisce un grande sgomento per il futuro dei miei figli.
Con piena consapevolezza che, quanto è accaduto ormai non può più essere rimediabile, mi rivolgo alle SS.VV. affinché, ognuno per le proprie competenze, intervenga per fare luce su ogni aspetto di questo tragico evento che ha colpito la mia
famiglia e che potrebbe essere scaturito da condotte professionali superficiali, negligenti se non proprio imperite, associate ad una gestione dell’emergenza sanitaria che definire insufficiente è dir poco.
I miei figli, io ed anche la gente comune ci domandiamo:
– come è possibile che un paziente arrivi al pronto soccorso con dolore toracico e venga dimesso con diagnosi di “Toracoalgia” e dopo alcune ore muoia?
– Come è possibile ciò quando, qualche tempo fa, su tutta la stampa regionale è stata ampiamente pubblicizzata l’adozione di linee guida per i dolori toracici, messe a punto dopo i tragici eventi già avvenuti in vari ospedali della regione e che hanno fatto della sanità calabrese un caso nazionale?
– Come è possibile che i lavori della commissione d’inchiesta su questi episodi luttuosi non abbiano portato ad alcun risultato?
– Come è possibile che nella città di Reggio Calabria, con una densità demografica di circa 250mila abitanti, vi siano solo due ambulanze medicalizzate?
A tale proposito mi chiedo se l’intervento tempestivo del 118 avrebbe salvato la vita a mio marito.
– Quanti altri eventi luttuosi dovranno ancora verificarsi perché si individuino le responsabilità che, probabilmente, esistono nella morte di mio marito?
Il mio dolore e quello dei miei figli potrebbe essere lievemente lenito dal convincimento che la morte di mio marito non è stata vana se servirà a correggere il sistema e, soprattutto, a far prevalere sempre e comunque i valori di giustizia, di coerenza, di dignità e di rispetto della VITA in cui mio marito ha sempre creduto e insegnato ai nostri figli, ai giovani, nella sua lunga attività politica, sociale e di volontariato e che, invece, nell’affrontare il suo caso non sono stati tenuti in alcuna considerazione.
Non siamo alla ricerca di colpevoli ad ogni costo, ma al giusto e doveroso riconoscimento delle singole responsabilità di quanti hanno nelle loro mani la vita delle persone e saremmo ben lieti se dall’inchiesta scaturisse che quel maledetto giorno tutto ha funzionato alla perfezione, dagli uomini all’organizzazione.
Purtroppo siamo convinti che non sia andata così e chiediamo che la verità sia celermente messa in luce, almeno a tutela di quanti domani potrebbero essere costretti a scrivere una simile lettera.
Anna Maria Saraceno




