LA CALABRIA DEI SOLDI BUTTATI E DELLE RISORSE SPRECATE – 1 continua
di Giusva Branca
Ci sono mille modi per sperperare il denaro pubblico; esistono altrettante maniere per far diventare un’idea potenzialmente valida un monumento allo spreco.
Contrada Basilicò, territorio di Gambarie d’Aspromonte, comune di Santo Stefano.
In pieno territorio dell’Ente Parco.
Durante la scorsa consiliatura regionale l’establishment politico calabrese decise che quell’angolo di Paradiso dovesse essere consacrato ad oasi della natura e, in qualche maniera, a simbolo della rinascita calabrese e della sua vocazione naturalistica innata.
Bene, se spesso gli uomini, soprattutto dalle nostre parti, portano all’incasso i risultati dell’opera del Padre Eterno perché incapaci di realizzare in proprio qualcosa di positivo, stavolta la Calabria si è superata riuscendo addirittura a snaturare, a violentare l’opera di Dio o, per i non credenti, della natura in senso lato.
Oltre 12 miliardi di vecchie lire furono spesi dalla Giunta Chiaravalloti per creare un parco con tanto di animali che, si badi bene, non provenivano da quelli tipicamente già presenti nel parco, ma dalle più diverse latitudini del mondo e, soprattutto, dai climi più svariati.
E così arrivarono a Basilicò i lama ed i dromedari, le gazzelle ed i pappagalli; belli, bellissimi…peccato che ogni inverno lassù la temperatura scenda per mesi interi al di sotto dello zero.
Seguirono polemiche violente;
improvvisamente – e giustamente – la priorità non era più la validità dell’operazione, ma salvare gli animali.
Animali che, comunque, come un vero e proprio miracolo della natura, riuscirono a sopravvivere per più inverni, fino a quando, nella scorsa primavera, anche gli ultimi esemplari non vennero rispediti, praticamente gratis, alla loro base di partenza dalla quale erano stati acquistati profumatamente.
Oggi Basilicò è lì, immobile, cartolina da uno scenario di fantasmi, che evoca una situazione post-bellica di tipo chimico.
Sembra un’area abbandonata in tutta fretta.
Eppure il posto è incantevole.
Gran parte del territorio è, tutt’ora di competenza del’Afor (carrozzone regionale del quale è stata disposta la dismissione ma per la quale, come
tutti i carrozzoni italiani, ci vorranno anni prima che chiuda realmente i battenti).
Il posto, dicevamo, è surreale; a parte un certo, ovvio, degrado dovuto all’incuria, tutto è a posto.
Lo steccato, i cartelli in legno che indicano la collocazione dei singoli animali, le gabbie, in legno e coibentate, le voliere, financo le targhette dove sono indicate le specie che albergavano in quei contenitori adesso vuoti.
Paradosso dei paradossi, al centro di quest’enorme area, esiste un piccolo nocciolo di proprietà del Corpo Forestale dello Stato.
L’ingresso è delimitato chiaramente da un accesso che rimette a posto le competenze introducendo in una sorta di zona franca dove, invece, tutto è curatissimo, in ogni minimo dettaglio, comprese le aiuole con i fiori.
A cosa serva tutto ciò, la parte abbandonata dell’Afor e quella, curata, del Corpo Forestale dello Stato, non è dato sapere, al pari delle motivazioni che spingono chi di competenza, dopo avere buttato oltre 12 miliardi di lire, a non cercare di sfruttare altrimenti ciò che, comunque è stato realizzato, animali a parte.
A meno che l’acquisto a cifre esorbitanti degli animali non fosse lo strumento ma il fine…




