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    San Martino di Taurianova (RC): la ”Vecchia Guardia” e la nuova ”guardiania”. Sei gli arrestati

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    di Stefano Perri – La guardiania. Un retaggio antichissimo risalente alle pratiche proprie del feudalesimo ed al contempo uno strumento attuale per il controllo da parte della ‘ndrangheta

    del territorio rurale.

    E’ quanto viene fuori dall’indagine ”Vecchia Guardia”, coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ed eseguita stamane dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, con la collaborazione della Squadra Mobile di Brescia e del Commissariato di Taurianova.

    GLI ARRESTATI – Tratte in arresto in totale sei persone, tre delle quali donne, tutte ritenute intranee alle cosche di ‘ndrangheta Zappia e Cianci-Maio-Hanoman, operanti sul territorio di Taurianova. Proprio alle tre donne, tre sorelle, Maria, Teresa e Rosetta Zappia, era delegato il compito di riscuotere il pizzo. Gli uomini arrestati sono Domenico Cianci, Vincenzo Zappia e Giuseppe Zappia. Questi ultimi due sono stati localizzati e catturati in provincia di Brescia, dove si erano trasferiti e vivevano da qualche tempo, mentre tutti gli altri si trovavano tra San Martino e Taurianova.

    QUI IL VIDEO DELL’OPERAZIONE ESEGUITA DALLA SQUADRA MOBILE

    guardianiaconferenza

    LA GUARDIANIA – Una forma oppressiva, la guardiania, operata nei confronti di un imprenditore agricolo del territorio, che da una parte garantiva alle cosche un controllo capillare dell’attività economica e dall’altra offriva uno strumento, seppur minimo, di finanziamento. ”Il pizzo – spiega il Procuratore Federico Cafiero De Raho – veniva percepito ormai come una protezione più che come una pressione, una sorta di tassa da pagare alla ‘ndrangheta che veniva considerata normale”.

    LE INDAGINI – Decisive per lo sviluppo delle indagini sono state le  dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Antonio Russo, ”ritenuto intraneo alla cosca Piromalli – spiega il Procuratore De Raho – dunque una fonte diretta dall’interno di una delle famiglie più importanti della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro”.

    Le indagini, svolte dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria con il supporto di presidi tecnologici, hanno poi consentito di accertare le reiterate condotte estorsive nei confronti della vittima, la quale, inizialmente, ha denunciato solo in parte le pressioni subite dagli esponenti delle cosche e solo successivamente, in seguito allo svilupparsi delle indagini, ha completato il quadro dei taglieggiamenti al quale era sottoposto. ”Siamo riusciti a completare l’indagine in tempi molto brevi – ha dichiarato il capo della Squadra Mobile reggina Gennaro Semeraro – certamente se la vittima avesse collaborato dall’inizio saremmo arrivati molto prima a questo punto”.

    I PAGAMENTI – Le somme riscosse si attestavano in una prima fase attorno ai 60 euro mensili, saliti poi a circa 200 euro, con un taglieggiamento scadenzato in semestri.  La cifra estorta in totale era di 2500 euro annui, da corrispondere in due soluzioni,  a giugno e a dicembre, quale condizione ”per porre fine agli episodi di danneggiamento e di furto nelle proprietà della stessa vittima che erano stati regolarmente denunciati alle Autorità”. In particolare, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la somma era definita da Vincenzo Zappia mentre alle donne era demandato il compito di riscuoterla.

    LAVECCHIA ‘NDRANGHETA – Tra gli arrestati anche i nipoti del capobastone, oggi defunto, Giuseppe Zappia, fondatore di una delle più antiche e potenti cosche della Piana di Gioia Tauro. Zappia, classe 1912, ucciso in un agguato nel 1993, era definito ”il presidente”, ricordato per aver presieduto il cosiddetto ”summit di Montalto”, avvenuto il 26 ottobre del 1969. ”Incredibile – dichiara il Procuratore Cafiero De Raho – come a distanza di 40 anni comandino le stesse famiglie. E’ il segno dell’assoluta omertà nella quale maturano le dinamiche della ‘ndrangheta sul territorio calabrese”

    taurianovarrestiLE NUOVE ‘NDRINE – L’esistenza e l’operatività a San Martino delle cosche Zappia e Cianci è stata peraltro confermata in passato da  sentenze passate in giudicato, pronunciate a seguito di gravi eventi criminosi che, negli anni ’70 e poi ’90, interessarono la zona di Taurianova, fra cui la cosiddetta “Strage di Razzà” del 1 aprile 1977, durante la quale persero la vita anche due Carabinieri della Compagnia di Taurianova, ad opera dei fratelli Damiano e Domenico Cianci, insieme ad esponenti del clan Avignone. Da ultimo, nel 2011, l’Operazione “Tutto in famiglia”, condotta dai Carabinieri di Gioia Tauro, aveva consentito di individuare una nuova ‘ndrina, quella dei Maio e Hanoman, che costituisce, secondo le risultanze processuali, con la famiglia Cianci un unico gruppo criminale.

    LA LEGISLAZIONE SUL RACKET – ”La denuncia degli imprenditori che subiscono il pizzo è un fattore molto importante per noi. Certamente bisognerebbe trovare una soluzione non dico per costringere ma quantomeno per spingere alla denuncia”. Sono le parole con le quali il Procuratore Cafiero De Raho ha commentato gli esiti dell’indagine. ”L’omertà è il cuore della ‘ndrangheta – ha aggiunto De Raho – e si batte l’omertà, la ‘ndrangheta sparisce, bisogna rendersi conto che è questo il problema. Nel vecchio codice era previsto l’arresto provvisorio del testimone di giustizia. Oggi sembra una barbarie ma consentiva alle vittime di parlare più liberamente. Non voglio dire di tornare a posizioni come queste – continua il Procuratore – ma all’epoca il testimone si trovava garantito da una scelta: o parlava o andava in galera. Oggi dobbiamo tentare di trovare una soluzione anche per giustificare di fronte alla ‘ndrangheta le dichiarazioni dei collaboratori, anche per evitare possibili ritorsioni”.