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    Reggio: aiuto, mi è sparito il welfare…

    poverta

    di Domenico Grillone – Da ventottomila passano, nello spazio di appena cinque anni, a poco più di settemila reggini che oggi

    usufruiscono dei servizi di welfare erogati dal Comune o da altri enti come la Regione Calabria o l’Asp 5. Quasi ventunomila cittadini in meno dal 2008 ad oggi, quindi, così come certificato dai dati elaborati dalla Fondazione Zancan, e che non possono più accedere ad alcuni servizi essenziali. Una vera e propria macelleria sociale che si traduce, per intere fasce di cittadini con fragilità, in particolare minori, soggetti svantaggiati, anziani, in speciale modo quelli non autosufficienti, ed ancora disabili, tossicodipendenti, alla rinuncia di tutti quei servizi, come ad esempio l’assistenza domiciliare, erogata dall’amministrazione comunale, oltre ai diversi centri residenziali e socio-educativi gestiti, per circa l’ottanta per cento, in convenzione con le strutture del cosiddetto Terzo settore, un mondo variegato formato, tra l’altro, da cooperative e più in generale da organizzazioni senza fini di lucro, oltre all’azione del mondo del volontariato che ha una incidenza diretta sulla prossimità e sul territorio e che svolge servizi più leggeri ma certo non meno importanti. Per quanto riguarda i servizi erogati dal Terzo settore bisogna distinguere quelli sanitari, erogati in ragione di un accreditamento o convenzione con l’Azienda sanitaria provinciale o con la Regione Calabria, e quelli prettamente sociali erogati in convenzione con l’amministrazione comunale o con lo stesso ente regionale. Un’incidenza dei servizi di welfare oggi assolutamente deficitaria, perché se non esistessero strutture come la Caritas o associazioni di volontariato laiche che operano sul territorio, peraltro fuori da ogni tipo di convenzionamento o contributo, il welfare cittadino, e non solo quello reggino, sarebbe imploso ormai da tempo. Quello che il Comune riesce a fare con le poche risorse messe a disposizione è veramente irrilevante. Perché l’ipotesi finanziaria sui servizi già esistenti e quotidianamente erogati dal Comune attraverso le organizzazioni del Terzo settore (disabili, anziani, minori) ha subito nel tempo ulteriori tagli, l’ultimo l’anno scorso del 30 per cento, e per il 2014 le risorse si traducono in circa due milioni e mezzo di euro. “Un taglio per il quale l’anno scorso – spiega l’avvocato Luciano Squillaci, portavoce del Forum del Terzo settore – siamo riusciti a reggere grazie ad una integrazione con risorse economiche residuali degli anni passati ed alcune risorse regionali che l’anno scorso sono pervenute sul fondo apposito. Quest’anno i commissari si erano impegnati per l’anno 2014, prima che arrivasse la sentenza della Corte dei Conti, a non operare ulteriori tagli. Ci siamo incontrati prima della sentenza cercando di impostare il programma senza ridurre ulteriormente i servizi, già notevolmente ridotti rispetto a tre, quattro anni addietro”. Intanto tutti gli utenti rimasti fuori dai servizi di welfare in città, quelli che si avvicinano ad uno stato di estrema povertà, si rivolgono quotidianamente alla mensa della Caritas, mentre risultano eliminati per quest’anno da parte del Comune i contributi economici per le madri nubili e per i progetti di aiuto alle famiglie. “Oggi tutte le azioni di contrasto alla povertà – aggiunge Squillaci – vengono svolte dalle mense organizzate dalla Curia e da associazioni laiche che operano sui nostri territori”. Intanto si aspettano trasferimenti da fondi nazionali dello Stato alle Regioni e quelli regionali della legge n. 19 del 2013, quasi un milione e 200mila euro ‘una tantum’ solo per la città di Reggio, “li stiamo aspettando da oltre un anno ma ancora non arrivano per la mancanza dei decreti attuativi”. Per quest’anno le risorse che ancora si aspettano riguardano, oltre quelle della legge n. 19, anche il denaro proveniente dai vari fondi nazionali come quello riguardante la ‘non autosufficienza’ (disabili ed anziani) e il Fondo nazionale delle politiche sociali che riguarda, più in generale, la costruzione dei cosiddetti ‘Piani di zona’ per i quali in Calabria, unica regione italiana, non sono mai partiti. A tutto questo si aggiungono i Pacs (piani di azione per la coesione sociale), quelli che il ministro Barca ha ritirato perché non sono stati spesi i fondi sulla programmazione europea, preferendo poi istituire dei bandi nazionali che riguardano in modo particolare anziani e bambini da zero a tre anni. “Nel piano elaborato con i commissari, prima della sentenza della Corte dei Conti che ha bocciato il piano di rientro – continua Squillaci – avevamo immaginato la possibilità di utilizzare i fondi della legge 19 assieme agli altri, compreso quello ‘una tantum’ da parte della Regione, per coprire l’esistente, rivedere i servizi attuali che attualmente vengono pagati con diarie vecchie di dieci anni ed andare a verificare i servizi che ancora non ci sono, come quelli che riguardano gli interventi per tutta l’area della povertà (mense, alloggi sociali, centri di accoglienza, ascolto, aggregazione giovanile, l’inserimento sociale lavorativo e tanti altri, oltre all’assistenza domiciliare che rappresenta il futuro dei servizi”. Servizi mai esistiti ma che si pensava di rimetterli in gioco. Ma la sentenza della Corte dei Conti già un effetto disastroso lo ha prodotto: quello del blocco dei pagamenti, fermi al mese di maggio del 2013, nonostante l’accordo con i commissari che prevedeva la cristallizzazione del credito al 31.12.2012 e il pagamento del corrente, interrotto poi bruscamente a maggio dell’anno scorso. Difficoltà anche per i rinnovi delle convenzioni: i servizi sono stati in ogni caso prorogati ma con la clausola che, nel caso fosse proclamato il dissesto, il Comune potrebbe recedere dal contratto. Previsioni, quindi, ancora più fosche per il welfare cittadino. “Siamo con una mannaia sulla testa che da un momento all’altro potrebbe portare alla sospensione e revoca dei servizi, pochi, ancora esistenti”. Per la verità, anche in presenza di questa ultima e preoccupante ipotesi, si potrebbe ancora tirare avanti per quest’anno grazie ai residui esistenti, oltre ai fondi della legge n. 19. Ma per il prossimo anno, sempre se venisse proclamato il dissesto, allora sarebbe veramente la fine per quel poco di welfare che ancora esiste in città.