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    La sentenza del Tribunale di Reggio, l’ultimo botto

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    di Claudio Labate – Una carriera politica fulminante quella di Giuseppe Scopelliti. In un crescendo che dall’elezione a consigliere

    comunale nel 1992 nelle fila dell’allora Alleanza nazionale, passa dalla presidenza del Consiglio regionale nel 1995, all’interno del quale nel 2000, sotto la presidenza Chiaravalloti, ricoprirà la carica di assessore al Lavoro e alla Formazione professionale, fino al 2002, quando fu eletto sindaco di Reggio Calabria per la prima volta. Successo bissato nel 2007 con la riconferma plebiscitaria del mandato di primo cittadino, che si conclude anticipatamente nel 2010, con la conquista di Palazzo Alemanni.
    Poco più di un decennio vissuto sulla cresta dell’onda, inventando e creando il mito del ‘’Modello Reggio’’, ma non senza guai giudiziari. Che col passare degli anni sembrano eguagliare i successi politici. In particolare, alcune inchieste e i relativi processi, contribuiscono oggi a far calare il sipario sul sempre chiacchierato ‘’Modello Reggio’’.

    La discarica di Longhi Bovetto

    Nel settembre del 2010, su richiesta del pubblico ministero Sara Ombra, Giuseppe Scopelliti fu condannato in primo grado a sei mesi di reclusione (pena sospesa), insieme all’allora assessore all’Ambiente Antonio Caridi (oggi senatore con NCD) e al dirigente comunale Igor Paonni.
    I fatti riguardavano la bonifica dell’area in cui ricadeva la discarica di Longhi Bovetto (posizionato in prossimità di un istituto scolastico), e gli imputati furono condannati per omissione d’atti d’ufficio. Secondo l’impostazione accusatoria, Scopelliti e Caridi avrebbero dovuto porre in essere adeguate azioni di programmazione, controllo e vigilanza sull’operato del dirigente Paonni ritenuto responsabile della mancata esecuzione dei lavori di bonifica della zona, in quanto curatore del progetto preliminare e della realizzazione delle opere necessarie alla bonifica del sito (chiuso nel 1999). I tre furono assolti dall’accusa principale, riguardante la messa in sicurezza della discarica ma vennero condannati per non aver vigilato sullo smaltimento del percolato(intervento, del costo di 6mila euro, stanziato solo nel 2007).
    Solo nel marzo del 2013 si ebbe il giudizio di secondo grado, con la sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria che confermò la condanna a sei mesi per il Governatore Scopelliti e il dirigente Paonni, assolvendo però l’ex assessore Caridi. La sentenza della Corte ribaltò le richieste del pg Arcadi che aveva chiesto l’assoluzione per Scopelliti e la condanna di Caridi e Paonni.
    La vicenda si chiuderà solo quando sul caso si pronuncerà la Corte di Cassazione.

    L’Affaire Italcitrus

    Si tratta di una vicenda salita agli onori della cronaca nel 2007 quando, nel corso della campagna elettorale per la guida di Palazzo San Giorgio, l’allora candidato del centrosinistra alla carica di sindaco, Eduardo Lamberti Castronuovo, decise di mettere al corrente la città del cosiddetto ‘’Affaire Italcitrus’’, recapitando nella cassetta della posta dei reggini un opuscolo contenente il richiamo rivolto dalla Procura regionale della Corte dei Conti al sindaco, alla giunta, al Dirigente comunale dell’Unità Operativa Programmazione e Progettazione Pasquale Crucitti e al responsabile del procedimento Giuseppe Granata, per quello che fu definito un acquisto ‘’a dir poco incauto’’ da cui sarebbe derivato un ingente danno erariale per il Comune. L’acquisto dell’area, inserito nel Piano triennale delle Opere pubbliche 2002/2005, comportò un esborso per Palazzo San Giorgio di 2 milioni e mezzo di euro circa, a cui però si sarebbero dovuti aggiungere altri 2 milioni per la bonifica dall’amianto presente nell’area stessa. Lì, in quella che fu una fabbrica per la lavorazione degli agrumi il sindaco e la giunta avrebbero voluto una scuola di comunicazione che servisse anche al potenziamento del nucleo redazionale operativo della rete nazionale esistente nella città; tanto che fu sottoscritto anche un protollo d’intesa con la Rai.
    Sul caso indagò la Guardia di finanza. E nel 2009 i magistrati contabili condannarono Giuseppe Scopelliti ad un risarcimento in solido con l’ingegnere Giuseppe Granata (autore della perizia con cui fu stabilito il valore dell’intera area) per 1 milione e 300 mila euro. Una sentenza che, a seguito dell’appello presentato dai due, che chiedevano sostanzialmente una nuova perizia tecnica sul valore dell’immobile, fu rivista in appello e annunciata in pompa magna dallo stesso Scopelliti. Ma non finì lì.
    Nel gennaio di quest’anno la Prima Sezione centrale di Appello della Corte dei Conti ha però nuovamente bacchettato l’ex sindaco, bocciando nuovamente quell’acquisto, scagionando l’ingegnere Granata e condannandolo ad un risarcimento, ridotto in 300 mila euro. ”Il danno erariale – si legge nelle motivazioni della sentenza – consegue dalla circostanza che si è trattato di un acquisto inutile, effettuato senza la preventiva certezza di un impiego vantaggioso per la comunità locale e perciò con sperpero di danaro pubblico che avrebbe potuto certamente essere impiegato in modo più proficuo”.

    L’esplosione del ‘’Caso Fallara’’

    Il 2010 passerà alla storia della città per l’esplosione dello scandalo relativo alle indebite autoliquidazioni dell’ex dirigente del Settore Finanze e Tributi del Comune di Reggio Calabria, Orsola Fallara che, in qualità di rappresentante dell’Ente in Commissione Tributaria si intesta parcelle per centinaia e centinaia di migliaia di euro. Uno scandalo, quello partito dalle denunce di Demetrio Naccari Carlizzi e Sebi Romeo, che porterà ben presto a processo l’ex sindaco della città, nel frattempo eletto Presidente della Giunta regionale.
    Mentre il ‘’Caso Fallara’’ si trasforma in dramma umano dopo la decisione dell’ex dirigente di togliersi la vita, nel dicembre di quello stesso anno, ingerendo dell’acido muriatico su una banchina del porto.
    Sul ‘’Modello Reggio’’, lanciato con forza ed orgoglio dallo stesso Scopelliti poco prima della campagna elettorale delle Regionali del 2010, si abbatte un vero e proprio ciclone inarrestabile. Il Comune di Reggio Calabria fu oggetto di due diverse ispezioni, da parte del Ministero dell’Economia e da parte della Procura reggina. Gli esiti di quei controlli consegnarono alla città, che gia annaspava per la continua mancanza di liquidità nelle casse di Palazzo San Giorgio, un quadro desolante fatto di artifici contabili, Bilanci truccati, spese folli e non rintracciate, mancati versamenti delle ritenute Irpef, violazioni dei vincoli al Patto di stabilità, continui ricorsi ad anticipazioni di Tesoreria, e chi più ne ha più ne metta…
    Il 14 giugno del 2011 la Procura deposita uuna dettagliata relazione amministrativo contabile, disposta nell’ambito delle indagini del ‘’Caso Fallara’’. Il 19 ottobre successivo fu lo stesso Scopelliti ad annunciare di aver ricevuto un avviso di garanzia.

    Lo scioglimento del Comune e la cancellazione di una classe dirigente

    Ma siccome le disgrazie non vengono mai sole, su Palazzo San Giorgio si abbatte l’ennesima tegola. La più pesante. Quella destinata a lasciare strascichi per lungo tempo. Le inchieste giudiziarie travolsero letteralmente il Comune. L’arresto del consigliere comunale Pino Plutino (accusato di concorso esterno in associazione mafiosa); la vicenda della società mista Multiservizi (secondo la Dda gestita dalla cosca Tegano); le amicizie chiacchierate dell’allora assessore dei Lavori pubblici Pasquale Morisani (mai indagato ma inserito in un’inchiesta che portò all’arresto del presunto boss Santo Cruncitti); l’inchiesta ‘’Meta’’ che portò al rinvio a giudizio per l’ex consigliere comunale Manlio Flesca; le dimissioni di Luigi Tuccio, lambito dall’inchiesta ‘’Lancio’’ (che vide la madre della sua compagna, accusata dalla Dda reggina, di essersi prestata ad aiutare il pericoloso latitante Domenico Condello), servirono a convincere l’allora Prefetto Luigi Varratta ad inviare una relazione accurata sullo stato dell’arte in città, che spinse il Viminale a disporre degli accertamenti tramite la Commissione d’accesso che si mise al moto il 24 gennaio del 2012, consegnando il 13 luglio successivo l’esito del proprio lavoro al nuovo prefetto, Luigi Piscitelli. Nel frattempo, dal maggio del 2011 al timone della città vi era Demetrio Arena.
    Il 9 ottobre del 2012 il Consiglio dei Ministri (Cancellieri agli Interni) scioglie il Consiglio comunale chiarendo che non si tratta di uno scioglimento legato alle disastrose condizioni delle casse comunali ma per ‘’contiguità alla ‘ndranghetà’’.
    Un atto ‘’preventivo e non sanzionatorio’’ si disse, ma le conseguenze di quel Commissariamento si fecero sentire nel giro di pochi mesi. Il centrodestra, capitanato da Scopelliti e Arena, contestò duramente la Relazione che dispose lo scioglimento, ma senza ottenere alcun risultato. Il Tar del Lazio nel novembre del 2013 rigetta il ricorso presentato da Arena (che ne annuncerà uno nuovo al Consiglio di Stato), ma nel frattempo in due gradi di giudizio i giudici sanciscono l’incandidabilità dei politici citati nella Relazione contestata. Politici che non potranno quindi candidarsi alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali, limitatamente al primo turno elettorale successivo allo scioglimento del Comune.
    Infine, il 18 febbraio scorso, il Consiglio dei Ministri, convocato ad hoc, dopo settimane di polemiche e attese, delibera la proroga del Commissariamento, che lascerà la guida di Palazzo San Giorgio per altri 6 mesi, fino all’ottobre prossimo, nelle mani della Terna Commissariale oggi guidata dal Prefetto Chiusolo.

    Piano di rientro o dissesto?

    Sin dai primi anni di sindacatura di Giuseppe Scopelliti, le casse di Palazzo San Giorgio sono state tenute sott’occhio dalla Corte dei Conti che contestava al sindaco alcune operazioni poco chiare.
    L’esplosione del ‘’Caso Fallara’’ mise al corrente la cittadinanza di quel che stava accadendo a Palazzo, chiamando la classe politica al governo della città a prendere provvedimenti. Che si cercò di mantenere e migliorare con l’avvento della Commissione straordinaria che approntò un Piano di rientro decennale. Un’operazione lacrime e sangue che però non ha avuto fin qui una vita facile.
    La legge che consentiva alla città in pre dissesto di rientrare dal debito con diverse sovvenzioni e un Piano di rientro decennale prevdeva però l’accettazione dello stesso sia dal MEF che dalla Corte dei Conti. Ed è proprio la Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti che, nel febbraio scorso, boccia sonoramente il Piano di riequilibrio predisposto dalla Commissione straordinaria, bastonando ancora una volta il ‘’Modello Reggio’’ e una gestione finanziaria che a parere della Corte ‘’richiede l’obbligatoria formalizzazione di un dissesto fattualmente in atto ormai da troppo tempo’’. Una pronuncia, quella della Corte che suona come l’ennesimo schiaffo agli anni del ‘’Modello’’ proprio perché assolve i prefetti che l’hanno redatto, condannando chi ha gestito le finanze comunali precedentemente, unitamente ad una sorta di appello che sostanzialmente chiede di mantenere il Commissariamento.
    La storia di oggi ci dice che il Governo ha disposto una norma che permette ai Comuni che hanno visto bocciato il loro Piano di riequilibrio di riformularlo entro 90 giorni dalla pronuncia della Corte. Ma intanto da Palazzo San Giorgio è partito il ricorso alle Sezioni Unite per modificare il Piano stilato nel 2013.

    ‘’Modello Reggio’’ ultimo atto

    L’agonia del ‘’Modello Reggio’’ si è arrestata ieri. Con la sentenza nell’abito del processo scaturito dal ‘’Caso Fallara’’, iniziato nel novembre del 2012.
    Perché la sentenza letta in aula ieri dal giudice Olga Tarzia, non condanna solo Scopelliti a sei anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, ma condanna un intero ‘’sistema’’ (così l’ha chiamato nella requisitoria il pm Sara Ombra), compreso chi avrebbe dovuto vigilare sulla corretta amministrazione delle risorse finanziarie del Comune come i Revisori dei conti, condannati ciascuno a 3 anni e 6 mesi. Una sentenza dura. Durissima. Che va oltre le richieste dell’ufficio di Procura, che aveva chiesto 5 anni di reclusione (4 per i Revisori) per i reati di falso e abuso d’ufficio contestati all’ex sindaco della città. Aggiungendo una provvisionale di 120 mila euro per Scopelliti e di 20 mila euro ciascuno per i Revisori.
    Una sentenza, che almeno per il momento, taglia fuori dai giochi politici il coordinatore nazionale dei circoli NCD, che, costretto a lasciare la poltrona di Presidente della giunta regionale, ha anticipato i tempi annunciando le dimissioni. Ma che ha consegnato alla città (attraverso le tantissime estimonianze raccolte durante il processo) anche la rappresentazione plastica di una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità.