
“Straccio sozzo sfilaccia lembi/ Bambola di pezza giace/ Tra scaglie di memoria/ Schiacciata al muro singhiozza una Libellula (Silvia Sestito, Ο βιασμός –(stupro), da Ventidue soli)
“Olocausto bianco” di Ferruccio Pinotti scritto con la collaborazione di Carlotta Zavattiero, RCS 2008 si colloca tra i “libri d’inchiesta di impegno civile” su un tema inquietante ed emergente come “cancro delle nostre democrazie industriali” in crescita soprattutto nel mondo occidentale nel quale i “bambini sono divenuti “oggetto di consumo” dell’economia capitalista, la frontiera debole su cui si scarica la violenza della società “avanzata”. Un’inchiesta condotta con tutto il rigore scientifico che connota il valore classico di tale tipo di lavoro, fornendo dati statistici analizzati secondo prospettive e punti di osservazione diversificati, testimonianze emblematiche di vittime di abuso e violenza sessuale (tra cui anche quella di Luca Barbareschi, oggi impegnato nella lotta alla pedofilia), operatori della giustizia, dei servizi socio – sanitari, magistrati, dei pool antipedofilia, interviste – in quella di Grillini, ad esempio, si mette in luce la “colpevole confusione” tra pedofilia e omossessualità.
Scrive l’autore della sua inchiesta: “… è stata un viaggio difficile e complesso: è stato come entrare in un mondo capovolto. Un’esplorazione attraverso le stanze di tribunali, uffici, case private, associazioni, seminari, istituti religiosi e scolastici.” Proprio perché scava più nel profondo, nel nucleo sociale e nelle istituzioni portanti essa diventa una vera e propria denuncia, quella che emerge attraverso la chiara e puntuale disamina, che non si ferma in superficie ma dà una chiave di lettura di ciascun aspetto della realtà trattato.
Denuncia e sensibilizzazione si identificano perfettamente come una “sfida ardua” contro l’atteggiamento diffuso e messo ben in evidenza dalla frase di apertura del libro: “La pedofilia è come la testa di Medusa: se la guardi in faccia ti uccide. Meglio dunque evitarla, chiudere gli occhi e far finta di niente”. Una sfida alle potentissime lobbies della pedopornografia – che non è un fatto d’immagini ma di una terribile realtà nel suo prima e nel suo dopo – e il suo capillarizzato mercato; una sfida al dilagare, a partire dagli anni Ottanta, del turismo sessuale, della pedofilia in ambito ecclesiastico ed in ambito familiare.
Dunque, di fronte a tale portata dell’emergenza pedofilia appare sconvolgente e inaccettabile, in Italia – paese nel quale i dati mettono in evidenza che ogni anno vi sono 41.000 nuovi casi di violenza sui minori, ovvero almeno un ragazzo su sei sarebbe stato vittima di abusi sessuali nell’infanzia o nell’adolescenza e che per ogni episodio accertato ce ne sono cento che non vengono denunciati – la risposta di chi ha il potere di promulgare le leggi.
Di certo non può essere riconosciuta nella “filosofia di fondo” che serpeggia nel recentissimo emendamento 1707, temporaneamente sospeso in attesa di essere “correttamente riformulato” proposto dal Sen. Maurizio Gasparri (Pdl), dal Sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania), dal Sen. Gaetano Quagliariello (Pdl), dal Sen. Roberto Centaro (Pdl), dal Sen. Filippo Berselli (Pdl), dal Sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania) e dal Sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania). In sostanza, esso costituisce la proposta di modica dell’art. 380 del codice di procedura penale introducendo un concetto di “minore” e “maggiore” gravità sulla base di quanto previsto dall’art. 609 facendo, di conseguenza, escludere dall’arresto obbligatorio i casi di “minore gravità” (comma 4, art 609quater c.p.p.).
Ciò avverrebbe in spregio al fatto che si sia dovuto attendere il 1996 per l’approvazione di una nuova legge sui reati sessuali, dopo un iter durato ben 17 anni (era iniziato nel 1979), che colloca il reato di violenza sessuale fra i delitti contro la libertà personale invece che fra i delittii contro la moralità e il buon costume e solo il 1998 per il varo di una legge espressamente finalizzata alla repressione della pedofilia (Legge 3 agosto 1998, n. 269), modificata nel 2006 (Legge 6 febbraio 2006, n. 38) con l’inasprimento delle pene e l’ampliamento della nozione di pedopornografia. Un evidente ritardo e, inserito in un quadro, non ancora determinante per la risoluzione dei conflitti di competenze che tutt’ora minano non solo la certezza della pena ma l’ascolto e l’integrità del minore violato.
Mi interrogo sgomenta – e più ampiamente – su “come” e “perché” siano bastati così pochi anni per modificare la percezione stessa del reato e per rendere così labile Il confine tra legalità ed illegalità, tra lecito e illecito …
Ed è con una punta di amarezza ma, nel contempo con attesa e speranza, che concludo: “… per la triste innocenza chi vorrà mai levare la voce” (Jean Racine) ?




