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Servi, vassalli e cortigiane nel cimitero dell'autocrazia. Aspettando l'araba fenice

23 Giugno 2009
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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parlamento

di Silvia Sestito – Mentre la politica del gossip impazza senza scalfire di rossore le guance di accusati e accusatori, non si può non registrare amaramente l’inesorabile declino della politica a cui si assiste impotenti ormai da svariati anni.

 La progressiva personalizzazione della politica ben visibile nel fenomeno del “partito personale” e nella perversa evoluzione dell’autoritarismo leaderistico di cui è ammorbato ciascun partito ha generato la immediatezza e la spettacolarizzazione della cosiddetta “democrazia” che, mossa da potenti lobbies economico-finanziare, si è sempre più orientata ad un esercizio del potere volto a conseguire interessi particolari – quando non si tratti di affari privati – piuttosto che interessi pubblici o risultati finalizzati al bene comune. E’ evidente che la classe politica è chiaramente diversa e separata dalla società che la esprime, basti pensare che, la maggior parte dei suoi componenti, non abbia mai sperimentato altra attività che quella politica, non abbia mai esercitato un mestiere piuttosto che una professione, creando, così, un primo paradosso: i “rappresentanti” disconoscono le condizioni reali di vita dei rappresentati. Ma un altro paradosso è costituito dalla trasformazione dell’elezione da “scelta democratica da parte dei cittadini dei loro rappresentanti” alla “legittimazione di coloro che già detengono il potere”. Tale paradosso è ben individuabile nell’attenzione che la classe politica ha ai suoi problemi, alle sue prospettive, alle sue possibilità di rielezione o di ricooptazione, perseguendo come scopo principale il mantenimento o l’accrescimento del potere politico, costruendosi una rete di privilegi (spesso corruzione) condivisi da governo e opposizione. Ed a nulla vale per i cittadini vivere nell’era di Internet per esercitare attraverso i siti istituzionali quell’azione di controllo delle attività parlamentari e di governo che metterebbe in luce l’evidente insussistenza di una democrazia reale, nella quale la fascinazione della “rete” fagocita le intelligenze accalappiandole in “telenovele” raccontate dagli stessi parlamentari protagonisti e non, da una schiera infinita di opinionisti di calibro e della ultim’ora, da testate giornalistiche che furono parte integrante della cultura e della società, laddove oggi spuntate penne di potere (qualsiasi fosse la bandiera) rovesciano fiumi di inchiostro su questioni una volta relegate alle cronache dei giornaletti rosa o esclusivamente alla cronaca nera (si legga l’interminabile querelle tra innocentisti e colpevolisti che ha monopolizzato gli italiani sulla vicenda della Franzoni). E come nelle più classiche delle rappresentazioni/farsetta è assurta a ruolo di “questione delle questioni” – in un sistema malato alle sue fondamenta e che disattende puntualmente la Costituzione nei suoi principi fondamentali (tra cui per prima l’uguaglianza e la non discriminazione) anche per la continua messa in crisi di un elemento cardine: l’effettiva indipendenza ed autonomia del potere giudiziario da quello politico, che assume il carattere di esigenza irrinunciabile per uno stato democratico avanzato – il Berlusconismo e l’anti-Berlusconismo come nel più classico dei dualismi. In ciò è evidente la costante “distrazione” operata dai potenti e dal potere dell’attenzione del cittadino ai propri problemi e all’azione di chi avrebbe mandato per la risoluzione di essi. Falsamente si sostiene che i partiti politici siano in crisi, in quanto la legge elettorale vigente attribuisce loro un potere notevole nella determinazione delle vicende del Paese e nel dominio della scena politica, consentendo carriere veloci anche se spesso non meritate sul “campo”, e retribuzioni di incarichi e consulenze che nulla hanno a che spartire con una sana giustizia distributiva. Uno snaturamento della loro funzione mediatrice – fra corpo elettorale, base sociale  ed istituzioni – così come delineata dalla nostra Costituzione dove tale funzione appare chiara quanto l’esercizio del metodo democratico. Tuttavia, nella vita interna dei partiti il metodo democratico è mera utopia e le determinazioni e le scelte vengono assunte sulla base delle decisioni di gruppi ristrettissimi che spesso e di norma, non sono l’elites dei partiti stessi. Di contro, si assiste a disuguaglianze sempre più marcate e dilaganti, ma la questione della distinzione in classi sociali è sottaciuta perché l’indifferenziazione maschera l’applicazione del principio di partecipazione dei cittadini alla vita politica. Ne deriva una non-rappresentatività e la triste considerazione dal punto di vista dell’indagine sociologica che ciascun parlamento è scarsamente rappresentativo dal punto di vista dell’età, delle professioni, dell’istruzione, del reddito dei cittadini-elettori. Sulla scorta di tali brevi considerazioni (altre ce ne sarebbero ancor più sconcertanti), credo rimanga un obbligo per tutti ed, in particolare, di quegli uomini che si sentono liberi, evidenziare i difetti della classe politica, documentarli, innescando un meccanismo di recupero della formazione politica (ruolo a cui i partiti hanno ormai abdicato) che preluda ad un dibattito fondato su programmi ed azioni che incidano sulle vere questioni sociali (leggasi le nuove povertà) e sull’economia reale (quella del potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni per sostenere bisogni primari quali quello del nutrirsi e della qualità della vita)  che è la componente vitale per la democraticità del sistema. In conclusione, ci si chiede sgomenti, dopo aver assistito al crollo della Prima Repubblica, quando finirà questa classe politica – compresi servi, vassalli e cortigiane – nel cimitero dell’autocrazia e se mai risorgerà questa volta dalle sue ceneri la bella araba fenice.

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