
di Silvia Sestito – C’era una volta la favola degli stipendi europei. Una favola cavalcata come slogan diversi anni – per lo meno a partire dagli anni Novanta – dalle varie bandiere e dalle organizzazioni sindacali.
La triste realtà è che gli stipendi italiani sono quasi una miseria e nel corso degli anni non reggono al crescente costo della vita ed al fabbisogno delle esigenze primarie come si evince anche dai dati di un’indagine effettuata da Eurostat che confronta le retribuzioni dei paesi europei tenendo conto anche dell’evoluzione dei prezzi.
Le retribuzioni italiane nette sono rimaste cristallizzate divaricando enormemente la forbice con gli altri paesi europei. Ad incidere ulteriormente, oltre al “congelamento”,vi è anche il peso del cuneo fiscale che preleva ai lavoratori dipendenti una quota maggiore di quanto non accada altrove. Basti pensare che (il cuneo fiscale) in Italia pesa per un dipendente senza familiari a carico per oltre il 45 per cento e per il 36,6 per cento per un lavoratore con moglie e due figli a carico.
Un altro elemento è che in questi anni in Italia la disparità retributiva è cresciuta in maniera esponenziale: la proporzione tra le retribuzioni delle figure dirigenziali e quelle impiegatizie si è spostata da un rapporto di tre a uno fino ad un rapporto di quattro a uno. Ciò, a fronte dell’esiguità degli stipendi iniziali quasi mai agganciati ai minimi di categoria e della atipicità dei contratti la cui natura “flessibile” li rende di per sé singolari.
Resta quindi fuori discussione che da un punto di vista puramente contabile il rapporto con gli stipendi degli altri paesi europei non regge sia che si prendano stipendi iniziali, finali o a metà carriera. Eppure, nonostante la conclamata forbice, si insiste sul merito (chi merita ha di più!) senza intervenire prima per l’adeguamento della base retributiva su tutti i lavoratori, essendo evidente che il recupero preventivo del gap e la portata di tale intervento sull’effettivo svilimento del potere di acquisto degli stipendi costituirebbe il necessario e legittimo punto di partenza per determinare differenziazioni ed incentivi fondati sul merito che non appaiano come interventi per pochi e recuperati grazie alle economie dei più.
Va ricordato che, ad agosto 2007, erano in vigore, per la parte economica, solo il 27 per cento dei contratti nazionali mentre il 73 per cento aspettava ancora il rinnovo.
Di contro, ai primi di quest’anno non solo la classe politica non tagliava sui propri stipendi, ma decideva di dare regolarmente l’aumento in busta paga (congelato nel 2007) nel 2008 nonostante le polemiche seguite alla pubblicazione delle statistiche europee che hanno assegnano ai nostri politici la maglia nera degli stipendi del continente (il doppio dei colleghi tedeschi, per limitarci ad un solo esempio). E l’analisi delle situazioni locali non è di certo più confortante. Ma tale argomento sembra diventato un “tormentone da salotto” al quale ci hanno talmente abituati che quasi passa indenne sulle nostre teste!
Tuttavia, un aspetto, in tal senso, sembra inquietante e rimbalza alla lettura del conto consuntivo dell’esercizio 2007 della Camera dei Deputati: al Titolo I° delle spese correnti figura la Categoria I, ovvero i Deputati, che tra indennità da parlamentare, indennità d’ufficio, rimborso delle spese di soggiorno, rimborso spese di viaggio, rimborso spese di segreteria, altri rimborsi, gravano sul conto per la modesta cifra di 171.917.209,93 ovvero centosettantuno milioni di euro e…spiccioli!
Ma ciò che sconcerta di più è la somma gravante per la Categoria II, Deputati cessati dal mandato, che tra assegni vitalizi (assegni vitalizi diretti, assegni vitalizi di reversibilità, rimborso della quota di assegni vitalizi sostenuta dal Senato) – da non confondere con la quiescenza (la pensione) che occupa un capitolo a sé stante -, rimborso di spese sostenute dai deputati cessati dal mandato (rimborsi di viaggio) per i quali si spende la misera somma di 133.210.859,59, cifra di poco inferiore al totale dei parlamentari in “servizio”.
Questi dati rappresentano solo un elemento dei costi della politica, che si permette, attraverso provvedimenti come il decreto legge 112/2008 convertito in legge n° 133/2008 denominato “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, ma conosciuto come decreto-Brunetta (o Brunetta-Tremonti-Berlusconi), di infliggere un durissimo colpo alla condizione dei lavoratori, sia in quanto a flessibilità generale sia in termini di aumento della precarietà e peggioramento delle condizioni di vita. Ciò, utilizzando la “riforma” della pubblica amministrazione per colpire nell’apparenza le spese “superflue” ma con il preciso disegno di sostituire le norme legislative ai risultati della contrattazione sindacale.
Oltre che duro, vi è un contemporaneo attacco, oltremodo odioso, basato sulla campagna denigratoria sui “fannulloni” e il mito della “produttività” messa in atto per far dimenticare la vera istanza: quella dell’adeguamento degli stipendi alle medie europee (decurtazione di quelli dei politici in primis) in un mercato del lavoro drasticamente mutato, dove, più che la “caccia alle streghe” (i presunti assenteisti, quando i principali assenteisti della pubblica amministrazione siedono in parlamento), sono urgenti e prioritari: nuovi e più efficaci strumenti di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori..




