
di Silvia Sestito – Una volta era la “solitudine tra la folla”, una folla fatta di visi, di corporeità e di spazi reali in cui scorreva la vita delle città. Oggi, complice la globalizzazione e l’evolversi
delle tecnologie informatiche e della velocità degli scambi di informazione, se per un verso, sembra tutto più semplificato, dall’altro si assiste al progressivo mutamento della qualità delle relazioni umane e delle forme comunicative nelle strutture linguistiche. Tali affermazioni trovano il loro naturale presupposto nella trasformazione della struttura della famiglia, intesa non solo come valore e principio a fondamento della società, ma come luogo privilegiato di relazione e di scambi umani stabili e reali. I dati (fonte ISTAT media 2001/2002) non sono certo confortanti se si considera che sono circa 2 milioni e mezzo – il 52,5% donne e il restante 47,5% uomini – le persone che nel corso della loro vita hanno sperimentato lo scioglimento del matrimonio o che comunque vivono una condizione di separato/a di fatto. La maggior parte dei separati e divorziati ha tra 35 e 44 anni (31,3%) e tra 45 e 54 anni (27,8%). Nelle fasce d’età successive vi è un minor numero di persone con esperienza di divorzio o separazione.
I tempi di lavoro ed i ritmi frenetici cui si è sottoposti per raggiungere un adeguato livello economico in un periodo di recessione e ad alto tasso di inflazione restringono i tempi di vita e gli spazi necessari al benessere umano e sociale, pertanto si moltiplicano le esperienze e gli scambi comunicativi virtuali fatti di sms, ormai entrati nella vita di ciascuno senza distinzione di fascia d’età, e di reti nelle quali non esistono confini geografici o categorie di personalità su cui fondare affinità emotive. Le strutture linguistiche sono estremamente semplici, adatte a scambi rapidi frutto di sintesi cognitive che escludono le funzioni più alte del linguaggio inteso come rappresentazione del mondo interiore e, dunque di un sé intero. A ciò si aggiunge che la mancanza dei riferimenti di un contesto, che informi la comunicazione e costruisca i presupposti di una reale comunicazione interpersonale, crea canali spesso monchi di tratti essenziali per la relazione o, più spesso cade nella fallacia del “mascheramento”: “in rete sono ciò che non oso…posso…devo… essere”…ovvero ciò che “non oso…posso…devo essere in realtà”. L’effetto devastante è il sorgere di nuove solitudini. Solitudini che si sfiorano,si lambiscono senza riconoscersi, ciascuna chiusa nei propri meccanismi difensivi. Sullo sfondo di queste nuove solitudini vi è il contesto della globalizzazione, che assume positività nel rapporto con le altre culture e nei rapporti con gli altri Stati, ma diventa a livello individuale tanto usuale e ovvio da non essere percepito. Un contesto ‘che non c’è’ legato a un “non luogo” relazionale che va svelato nei suoi aspetti mistificatori celati da un’apparente trasparenza comunicativa. Molte ricerche condotte nell’ambito della psicologia sociale, hanno evidenziato che chi ha una vita affettiva e relazionale soddisfacente, non solo è molto più felice, ma, ha anche un salute migliore e vive più a lungo. Ed è proprio la solitudine, quando non è una scelta volontaria, ad incidere molto negativamente sul nostro benessere psicologico . La tensione verso il superamento delle solitudini e degli scambi comunicativi virtuali deve porre al centro l’altro come soggetto nell’intento di riconoscerlo e per essere riconosciuti, in una reciprocità fatta di rispetto e dì solidarietà. E’ da superare il concetto proustiano che “I legami fra una persona e noi esistono solamente nel pensiero. La memoria, nell’affievolirsi, li allenta; e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri, noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo”. E’, invece, nel rapporto fondato sulla condivisione che si deve sperimentare la disponibilità a decentrarsi dai propri schemi di riferimento e dalle proprie disposizioni affettive, per inoltrarsi sul piano dell’empatia. E’ attraverso un’educazione consapevole che si impara a conoscere le proprie emozioni e i propri sentimenti e ad esprimerli e trasferirli attraverso modalità di comunicazione in grado di delineare un luogo nuovo: non il proprio e nemmeno quello dell’altro, bensì quello che permette di incontrarsi e di attribuire senso all’incontro.




