• Home / RUBRICHE / Storie / Le bugie di Curzio Maltese

    Le bugie di Curzio Maltese

    reggio_calabria_stretto_di_messina_mortelliti_strillDiciamo subito la verità: di Curzio Maltese si ricordano pezzi migliori, molto migliori.
    Il suo reportage da Reggio, apparso su Repubblica di ieri, addirittura in prima pagina, ha lasciato il segno.
    Ma stavolta è un segno brutto, sgarbato.
    Il pezzo di Maltese non è piaciuto. Ma, attenzione, non è piaciuto alla città intera, non a questa o quella parte politica.
    Dalle colonne di Repubblica viene fuori una Reggio a pezzi,

    ma non nel suo tessuto produttivo; viene fuori una Reggio a pezzi nell’anima.
    Ora, che sulla città incomba – pesantissima- la cappa della ‘ndrangheta è un fatto storico che – vivaddio- non sarà certo Maltese a scoprire e che esiste da almeno 60 anni.
    Tuttavia alcuni passaggi sono inaccettabili.
    Affermare – approfittando dell’autorevolezza insita in Repubblica- che “un reggino su due è coinvolto a vario titolo in attività criminali” è non solo una meschinità, ma anche una colossale bugia.
    A meno che il Prefetto De Sena, che ha spesso parlato di una città in fase di reazione, ne sapesse meno di Curzio Maltese che in 24 ore di permanenza a Reggio è riuscito a tracciare un affresco così catastrofico.
    Eh si, perché, tra l’altro, ad uscire con le ossa rotte dall’articolo di Repubblica è anche la magistratura reggina, ma ciò che è più intollerabile è l’attacco alla gente.
    Reggio, secondo Repubblica, non è più una città, una comunità vittima della criminalità mafiosa, ma piuttosto è essa stessa il problema.
    E per un giornalista confondere il boia con la vittima è errore da matita blu.
    E però, probabilmente, in poche ore di permanenza a Reggio, Maltese ha colto il problema, ma – non avendo tempo o voglia per ricercarne la genesi- si è lasciato andare a facili e vuote generalizzazioni.
    Come spiegare, altrimenti, l’aver definito i padri di famiglia Labate e Campanella, uccisi durante la rivolta, come “camerati”?
    O come leggere la beatificazione del Ministro Bianchi – sfiduciato e criticato per il suo disinteresse verso il territorio dagli stessi Comunisti Italiani che lo avevano portato a Roma- per avere detto no al ponte, i cui pilastri poggiavano  su terreni della mafia?
    Chissà cosa ne pensa il Sindaco di Villa San Giovanni, Rocco Cassone o, ancora una volta, lo stesso Prefetto De Sena.
    La città, attenzione, la municipalità – non questo o quel Sindaco, questa o quella Amministrazione- non ne può più di essere additata,  in un’Italia che va a rotoli, come i ragazzi dello zoo di Berlino.
    Se qualcosa non va lo si dica. Se ci sono dei mafiosi li si denunci. Se Curzio Maltese è stato così bravo da individuare – in 24 ore- il cancro ed il coinvolgimento di quasi 100.000 persone che vada oltre e faccia i nomi.
     Se i nomi non ce li ha, se le certezze devono lasciare il passo ai luoghi comuni, allora si ricordi del brocardo fondamentale di ogni giornalista: distinguere i fatti dalle opinioni, distinzione che va a braccetto con quella di cui sopra, quella tra boia e vittima.
    La reazione di indignazione della città non conosce colore politico. Il pezzo, per come allusivamente è stato scritto, secondo – quello si- un codice che dalle nostre parti conosciamo bene, ha suscitato un moto di orgoglio di tutte le forze cittadine.
    Delle forze sane, di quelle che ogni giorno si fanno in 4 per tirare avanti e combattere anche contro quella ‘ndrangheta della quale, in misura di uno su due, oggi si scoprono sodali.
    I ragazzi che Maltese avrebbe incrociato sul Corso Garibaldi e che si sarebbero dichiarati organici alla ndrangheta sanno tanto di patetica caricatura e somigliano molto alla vicenda delle siringhe gettate ad arte sul Corso Garibaldi in epoca di Falcomatà.
    Ma questa, pur meschina come quella attuale, è un’altra storia.

    Giusva Branca