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    Reggini si nasce o si diventa?

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    Il sito internet ha fatto da apripista, prima di diventare una delle due travi portanti dell'operazione. Con la pubblicazione del primo numero del periodico cartaceo (a distribuzione gratuita e, comunque, scaricabile anche su questo sito) l'operazione dell'associazione culturale Urba è pronta alla sua presentazione che, infatti, si realizza.

    Noi vorremmo solo che i Reggini – ed i Calabresi- si fidassero un pò di più dei corregionali, concittadini e parlassero tra di loro. Dei loro problemi, delle loro ambizioni, delle loro gioie e delusioni.

    E dei loro sogni.

    Gli editoriali di Giusva Branca e Raffaele Mortelliti – che troverete a pag. 2 del cartaceo e che sotto riportiamo – rappresentano, forse, la sintesi di tutto ciò. 

     

     

    Carichi di storia e pieni di problemi, spocchiosi e disponibili, superficiali e geniali, con un grande futuro dietro le spalle. Contradditori.
    Reggini.
    Nei secoli hanno rappresentato un “unicum” completamente al di fuori da ogni schema, da ogni prevedibilità e, con essi, Reggio.
    Capire verso dove si stia muovendo la nostra comunità ben oltre la boa del terzo millennio (qualche anno fa suonava meglio “alle soglie del terzo millennio” ma tant’è…) è esercizio complicato, quasi al pari del tentare di comprendere le dinamiche che – in un modo o nell’altro- ci hanno condotto fin qui.
    Un territorio difficile da comprendere, impossibile da inquadrare, sommerso dall’ambiguità, nella storia zavorrato – ma anche, al contempo, alimentato nelle sue dinamiche di sopravvivenza – dalla marginalità, dall’essere sempre e comunque periferia dell’Impero.
    Questo o quell’Impero, ma periferia.
    Per lunghi periodi della sua millenaria storia, Reggio si è chiusa in sé stessa, ora per difendersi, ora quasi offesa col resto del mondo, spesso indolente, pigra, lamentosa.
    Per troppo tempo Reggio ha mugugnato invece di urlare, ha abbozzato piuttosto che proporsi con un’idea propria che non fosse “costola” di nessun altro, che non assumesse le tristi sembianze delle briciole rispetto ad una torta preparata da altri e, soprattutto, per altri. Altrove.
    Troppo frequentemente –almeno negli ultimi 40 anni- rispetto a dati impietosi provenienti dagli istituti specializzati e che regolarmente posizionavano la nostra provincia agli ultimi posti della classifica nazionale relativa alla qualità della vita ci si è appellati, in un disperato tentativo di difesa, al sole, al mare, alle bellezze incomparabili su scala planetaria che il nostro territorio offre.
    Troppo spesso abbiamo cercato di portare all’incasso l’opera di Dio per bilanciare una fallimentare opera dell’uomo.
    E questo ha generato torpore, rassegnazione, staticità.
    Eppure qualcosa è cambiata, sta cambiando.

    I problemi si moltiplicano, le tematiche dolenti sono presenti in ogni respiro della nostra vita quotidiana, ma la città, la provincia, diremmo l’intera regione, reagiscono o provano a farlo.
    Come tradizione millenaria insegna, proprio allorquando non le si attribuisce nessuna ulteriore capacità di reazione Reggio riparte, si scuote, torna ad esprimere fermenti, che di per sé non risolvono i problemi, ma almeno smuovono l’acqua paludosa, stagnante, dove le carte si sono mescolate per decenni con una nonchalance agghiacciante riuscendo, con acrobazie degne dei migliori equilibristi, a tenere insieme in un abbraccio perfido il male ed il bene, il diavolo e l’acqua santa, la guardia ed il ladro, il boia e l’impiccato. D’altra parte siamo o non siamo – come scrive mirabilmente Alfio Caruso a proposito di Catania, così vicina a noi- la terra del mare e della montagna?
    Noi, da oggi, su tutto ciò ci pensiamo su e quello che pensiamo lo strilliamo, al pari dei tanti che su questo periodico (ed anche sull’omologo sito internet www.strill.it) esprimono le loro idee, confrontandole con le nostre e con i loro più convinti critici.
    Certo è che, con le sue strane peculiarità, imbevuto di un compromesso continuo che rende quasi impossibile distinguere nettamente i pregi dai difetti, creando una gigantesca zona grigia di difficilissima intelligibilità, il Reggino stesso, ancora oggi non ha capito se Reggini si nasce…o si diventa…
    Giusva Branca

     

    Iniziamo dai Reggini. Dai Reggini che tali si sentono, che tali sono e che tali sono diventati. E apriamo con una foto di copertina che i Reggini ritrae.
    Un'immagine cruda, con il senso di statica rassegnazione che è di questi luoghi, con la colorata morte dei pesci nella vasca.
    E' uno scatto rubato alle ultime ore della fontana di piazza Indipendenza prima che diventasse una piccola oasi verde inghiottita dalla caotica circolazione automobilistica, è uno scatto che ritrae, nella stagnante fermezza dell'acqua, il  riflesso di un'icona culturale cittadina; vi si specchia, infatti, una parete del museo, perso così come nella realtà, nello sfocato senso di appartenenza alla città.
    In basso a sinistra una spontanea forma di vita supera ogni barriera e priva di specifica ed
    assegnata manutenzione si manifesta in arbusti pronti a fiorire.
    Questa, forse, è Reggio, una Reggio chiusa alle esperienze e limitata dalla chiusura. Una Reggio dove l'omologazione frena le personalità e il mancato confronto le riduce a parti non fondamentali di un sistema replicato all'infinito. Anzi no. All'infinito no. Perchè se succede qualcosa, qualsiasi cosa che smonti le certezze, il sistema acquisisce nuovi elementi e si ricrea, si reinventa,si apre al nuovo.
    Ed è possibile la discussione.
    Raffaele Mortelliti