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Memorie | InChiostro, la Memoria scritta anche nella Storia della Calabria

Di Anna Foti – “La coperta del trattato di Folco fu sigillata. Il Maestro riprese il pennino che aveva usato poco prima; intingendolo di nuovo nell’inchiostro, ebbe l’intuizione di ricordare da qualche parte cosa stesse all’interno del De bono eleemosynae. Doveva affidare anche a qualcun altro quel segreto, per cui non scrisse nel quaderno”.

Questo un passaggio chiave del volume scritto dal medievalista calabrese di origini lametina, Marco Iuffrida, che ha scelto le sapienti suggestioni del romanzo storico per raccontare un rinvenimento che dal passato ha realmente fatto giungere ai giorni nostri, pensieri, interrogativi ed inquietudini che, attraversando secoli e luoghi, raccontano un’epoca passata che sorprendentemente dialoga ancora con il presente e alimenta auspici futuri. Con l’intensità di una storia, sempre affascinante e misteriosa quando riguarda i manoscritti antichi, il romanzo di Marco Iuffrida*, edito da Rubbettino ed intitolato appunto InChiostro, svela al lettore la straordinarietà troppo spesso scontata dell’esistenza reale di fogli pergamenacei di un manoscritto antico di dieci secoli, uno dei pochi scritti in lingua greca censiti in Calabria, giunto in questa terra in circostanze misteriose e il cui rinvenimento in epoca recente, in un fondo dedicato a libri stampati, nel deposito della Casa del Libro Antico presso palazzo Nicotera a Lamezia Terme dove è oggi esposto, ha destato anch’esso notevole curiosità storica.

 

Ambientato in Calabria, principalmente a Neocastro (antico nome di Nicastro, oggi territorio ricadente nel comune di Lamezia Terme), tra il convento Domenicano dell’Annunziata e quello Francescano – Cappuccino di Santa Maria degli Angeli, il libro è stato presentato, su iniziativa del circolo culturale Guglielmo Calarco di Reggio Calabria presieduto da Angela Curatola, presso la sede dell’associazione, alla presenza dell’autore e con l’ausilio di alcune diapositive relative al prezioso manoscritto.

 

Una ricca e puntuale postilla illumina la verità storica alle radici di questo romanzo. La narrazione si ispira, infatti, al ritrovamento, nel deposito del Casa del Libro Antico di Lamezia Terme nei primi anni Duemila, di un manoscritto greco, composto da un folio e un bifolio in pergamena, risalente al X-XI secolo e contenente parti delle Dodicesima e della Tredicesima omelia sull’Epistola agli Ebrei del vescovo e teologo greco Giovanni Crisostomo, oggi venerato come Santo dalla chiesa Cattolica ed Ortodossa, le cui doti oratorie gli valsero l’epiteto di Bocca d’oro. Le pergamene antiche facevano parte di un ricco fondo librario appartenuto ai frati cappuccini e domenicani di Neocastro (oggi Nicastro). Con ogni probabilità, tali pergamene rimasero a lungo custodite tra le pagine del De bono eleemosynae, una cinquecentina del 1574, opera del sacerdote calabrese Giulio Folco, a sua volta restaurata a Palermo. A rinvenire i fogli di pergamena fu la bibliologa Antonella De Vinci, in occasione di un’attività di restauro nella quale coinvolse anche il lametino Marco Iuffrida, paleografo e storico presso i Musei Vaticani. Nella postfazione del romanzo, ella stessa si sofferma proprio sul fascino dell’interpolazione, anch’essa fulcro della narrazione di Iuffrida, frutto dell’innesto di scritture di autori differenti in epoche diverse su uno stesso manoscritto. Grazie allo studio di queste interpolazioni, dal manoscritto rinvenuto a Lamezia è emerso il nome di Stefano, novizio francescano protagonista del romanzo.

 

Le due sillabe del titolo InChiostro, accuratamente scelto per il romanzo, sprigionano tutto il mistero necessario per creare l’atmosfera in cui lasciare snodare le vicende dei protagonisti. Tutto accade in una Calabria che riscatta il suo ruolo nella Storia universale del Vaticano e della Chiesa. Vivace fucina nel Cinquecento di Monasteri e Conventi in cui si scriveva, si leggeva e si studiava con taccuino alla mano, in cui, con il pennino dell’intelletto e il fervore della Fede, si abitavano e si arricchivano le librarìe deputate, per l’Umanità di ogni epoca, a generare e custodire Sapere, la Calabria fu frutto di stratificazioni storiche e religiose, culla del monachesimo basiliano, luogo tutt’altro che lontano ed estraneo ai grandi fatti della Storia. L’epoca è quella in cui palpitarono gli animi del Concilio di Trento, delle spinte protestanti di Lutero e della Controriforma Cattolica, in cui si consumarono le dispute tra la Chiesa di Oriente e quella di Occidente, le controversie aventi ad oggetto il Filioque, ossia il dogma della Trinità, la diaspora del prezioso e irripetibile patrimonio librario in lingua greca lasciato in eredità dall’importante tradizione bizantina. Una Calabria immersa nella Storia religiosa e culturale del suo tempo ed anche la Calabria dei luoghi avvolti in una natura da un silenzio delicatamente eloquente. Quest’ultima al centro del booktrailer del romanzo proiettato durante la presentazione e delle descrizioni di Marco Iuffrida. “(…) Ma quell’imbrunire neocastrese, tenue e color miele, sarebbe lesto passato ad oblio.

La bassa marea rendeva il mare del golfo di Santa Eufemia piatto come un tavola non imbandita. Stefano amava recarsi sulla spiaggia, a tre hore di cammino dal suo convento, non lontano dall’immensa abbazia benedettina. Mura poderose dietro cui s’immaginavano celle, chiostri e giardini, la chiesa altissima (…)”.

 

Un romanzo storico che incrocia il genere giallo e che conduce il lettore in un viaggio intricato e affascinante. Al centro anche un libro proibito, scomodo perché aspirava, risvegliando le coscienze sui temi dell’Etica economica, dell’arricchimento e della povertà, a guidare il progresso morale e il riscatto collettivo della dignità umana; un libro da salvare e dentro di esso un manoscritto già allora antico e prezioso che avrebbe dovuto essere a sua volta salvato. Una trama che rimanda al Nome della Rosa e che riserva, nella sua genesi, e poi anche tra le righe, altri misteri.

 

Per difendere strenuamente alcune preziose pergamene scritte in lingua greca, vestigia di un codice ancora più antico così ridotto forse da razzie e persecuzioni, infatti, un Maestro chiuso in biblioteca si ingegna e trova negli stessi libri la soluzione per salvare quel manoscritto greco, assicurando così la sopravvivenza anche di un altro libro da non disperdere. Avvincenti e affascinanti le scrupolose descrizioni di questa operazione fatta con l’intelletto e con il cuore, con la sapienza dei gesti e la profondità dell’anima.

“(…) Le dimensioni del frammento manoscritto consentivano di porre, senza piegare, i fogli all’interno della coperta del trattato come ad aver avuto la funzione di eccellente rinforzo. Li adagiò delicatamente. Il dorso del volume combaciava in maniera perfetta con il centro del bifolio. Giusto un rimbocco tutt’intorno e l’anima della legatura era quasi confezionata (…)”.

 

Al romanzo Inchiostro anche il pregio di avere sottolineato la centralità  della Calabria e dei Calabresi anche in questa epoca. Accanto all’autore Giulio Folco, anche il cardinale Guglielmo Sirleto di Guardavalle, impegnato a riunire il patrimonio greco a Roma e poi Tommaso Campanella di Stilo, nel libro fra’ Thomas, ai cui appunti, opportunamente collocati nell’epilogo del romanzo, Marco Iuffrida affida nella sua narrazione la missione chiarificatrice di una trama ricca di intrecci e vicende, di fatti e personaggi veri, verosimili ed inventati. Il romanzo si presta ad essere interpretato anche come un fine tributo all’amore verso i Manoscritti e i Libri, un monito alla loro conservazione quale scrigno prezioso di una Memoria, oggi fortemente esposta al rischio di dispersione.

“In un’epoca in cui la memoria è volatile e a breve termine, in cui la dimensione digitale, solo apparentemente più agevole, si propone di sfidare il tempo e di garantire l’accesso e la condivisione, immagazzinando il sapere con appositi software soggetti ad aggiornamenti che ne assicurano la continuità di utilizzo – ha evidenziato Marco Iuffrida – è necessario interrogarsi onestamente sulla qualità di questa memoria e sulla sua capacità di sopravvivenza nel tempo. Anche i nostri ricordi personali sono ormai delegati a strumenti come telefonino, tablet, computer che gestiscono la nostra memoria come risorsa alla ricerca di spazi sempre più estesi. Di realmente inesauribile, tuttavia, esiste solo quanto attraversa millenni e secoli. Questo romanzo – ha continuato Marco Iuffrida – nasce dalla storia di un manoscritto in lingua greca di dieci secoli fa che non sarebbe giunto fino ai giorni nostri se qualcuno non lo avesse scritto a mano, su una pergamena. Quale supporto potrebbe oggi essere all’altezza di questa magnificenza? Quale memoria moderna possiede tali potenza e capacità di proiettarsi nei secoli? Allora il mio è un invito alla riflessione poiché la Memoria, soprattutto oggi, è chiamata a rifuggire la breve scadenza, per confermarsi bene da custodire e salvaguardare e per ispirare azioni come quelle dei personaggi del mio romanzo e come quelle degli uomini che secoli addietro hanno effettivamente nascosto, e così donato a noi, il manoscritto antico rinvenuto a Lamezia nemmeno venti anni fa. Protagonisti della loro Storia, e protagonisti necessari anche se involontari della Storia universale – ha sottolineato Marco Iuffrida – non sono solo uomini di chiesa ma anche uomini comuni che in quel tempo fecero delle scelte di vita, giuste o sbagliate, e che comunque contribuirono a creare le condizioni affinché questo pregiato lascito potesse avere luogo. Con questo romanzo vorrei anche sollecitare queste riflessioni, ricordando che la Storia è fatta da uomini ed in tutti i luoghi e che il Sapere, e i manoscritti e i libri che anche lo custodiscono, sono dono perenne da e per l’Umanità”, ha concluso Marco Iuffrida.

 

Come ogni romanzo storico auspicherebbe, questo riesce davvero nell’intento di tracciare solo le rotte iniziali di un viaggio che non finisce perché la Storia, anche quella calabrese, è inesauribile e dunque invita ad intraprendere nuovi viaggi. Lo stesso finale aperto del romanzo ne è la prova. E’ lo stilese, fra’ Thomas, a chiedersi infine “Cosa ne sarà, ora, di questo sapere che invita al tormento?”. Una domanda la cui unica risposta consiste nel continuare incessantemente a cercare. Tra le righe della Storia grande e piccola e della Vita di ciascuno giacciono altre domande e altre risposte, specie quelle che, interrogando l’identità morale e sfidando il potere, hanno insegnato l’inquietudine e aperto il varco al progresso, al riscatto e alla Speranza.

 

 

*Marco Iuffrida, originario di Lamezia Terme, storico medievista, è di ruolo presso i reparti scientifici dei Musei Vaticani (Città del Vaticano), Dottore di ricerca in Storia Medievale (Università di Bologna), specializzato in biblioteconomia alla Biblioteca Apostolica Vaticana, studia la storia sociale e la simbologia. Collabora con riviste scientifiche e mostre d’arte partecipando alla ricerca internazionale. Tra le sue monografie, Bibliografia degli scritti di Ovidio Capitani (Bononia University Press 2008), Cani e uomini. Una relazione nella letteratura italiana del Medioevo (Rubbettino 2016), Il cane. Una storia sociale dall’Antichità al Medioevo (Odoya 2018). È l’autore del romanzo storico InChiostro (Rubbettino 2017) e del volume bilingue L’uomo e il cane nelle collezioni dei Musei Vaticani / Man and Dog in the Collections of the Vatican Museums (Edizioni Musei Vaticani 2018).

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