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Natale De Grazia e Ilaria Alpi, la verità negata e la giustizia incompiuta

di Anna Foti – Se esista giustizia senza verità, è una di quelle domande alla quale troppo spesso ci troviamo di fronte. La risposta è tanto netta e ferma quanto scivolosi e impervi sono stati e sono i percorsi per accertare, o tentare di accertare, fatti e situazioni, quanto stridenti sono le medaglie conferite alla memoria e all’onore, non suffragati dall’impegno costante e determinato per la ricerca di verità.

Valori e principi, nella sostanza inscindibili, sono invece spietatamente separati dalla Storia e dall’umanità che opera forzature e violenze sulle persone come sui fatti. Dogmi a parte, dietro tutti i misteri, a cui noi italiani siamo drammaticamente abituati, vi è tale innaturale disgiunzione che ci condanna ad una consueta inquietudine e ad una costante violazione del nostro diritto di conoscere e di capire.  Tra questi misteri vi è quello della morte di un uomo che amava la sua famiglia, il mare e il suo lavoro. Il reggino Natale De Grazia, marito di Anna, padre di Giovanni e Roberto, uomo dello Stato, capitano di Fregata, medaglia d’oro al merito della Marina alla Memoria nel 2004 e solo nel 2013 riconosciuto dal Ministero della Difesa Vittima del dovere. Vittima del dovere, dopo ventitre anni, ancora senza verità.

Il circolo di Legambiente di Reggio Calabria, come ogni anno, rievoca la storia di Natale De Grazia. Quest’anno, l’iniziativa aperta alla cittadinanza e intitolata “A mani nude contro i carri armati. Onore al capitano De Grazia (dicembre 1995 – 2018)”, si svolgerà oggi alle ore 17.00 a palazzo Alvaro, con la presentazione in anteprima nazionale del libro “Cose storte – documenti, fatti e memorie attorno alle navi a perdere” (Falco Editore) di Andrea Carnì.

Nella motivazione della medaglia d’oro concessa nel 2004, in occasione della cerimonia del giuramento presso l’accademia navale di Livorno, dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si leggeva solo della morte per un arresto cardio-circolatorio. Un giovane e prestante ufficiale stroncato improvvisamente da un infarto mentre conduceva della indagini delicatissime e segrete allo scopo di fare luce su presunti affondamenti di navi nei nostri mari, su altrettanti presunti carichi di rifiuti tossici e radioattivi al cui smaltimento illecito questi affondamenti sarebbero stati finalizzati. Quelle indagini, a distanza di 23 anni, non sono mai andate avanti, nonostante alcuni tentativi senza successo. Sono stati necessari 17 anni prima che una perizia, resa nota nel 2013, spiegasse in modo chiaro che il capitano de Grazia non era morto improvvisamente per cause naturali, come invece avevano accertato entrambi le perizie disposte dalla procura di Reggio Calabria nel 1995 e dalla procura di Nocera Inferiore nel 1997. Nella recente perizia si leggeva anche che, con riferimento al decesso del capitano De Grazia, eventuali cause tossiche non solo non erano da escludere, ma restavano (e restano!) possibili e probabili anche se non più accertabili.

 

Era il 12 dicembre di vent’anni fa, quando Natale De Grazia, capitano di Fregata ed elemento di spicco del pool ecomafie della Procura di Reggio Calabria, collaboratore del sostituto procuratore Franco Neri che, ai tempi della guida della procura di Francesco Scuderi, indagava sulle presunte navi dei veleni e sui presunti traffici di rifiuti pericolosi nei mari calabresi, lasciava la sua casa per partire alla volta della Liguria per raccogliere informazioni da fonti riservate. Con il capitano Natale De Grazia, componevano il pool il maresciallo capo Domenico Scimone, appartenente alla sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri presso la procura di Reggio Calabria, il maresciallo Nicolò Moschitta e il carabiniere Rosario Francaviglia, questi ultimi due appartenenti al nucleo operativo del reparto operativo dell’Arma.  Un viaggio strano, in macchina, con il maltempo, per arrivare fino alla Spezia e interrogare, sentire, raccogliere elementi sul presunto spiaggiamento della Jolly Rosso ad Amantea nel cosentino, forse collegato all’affondamento della Rigel a Capo Spartivento nel reggino il 21 settembre 1987, partita dalla vicina Massa Carrara poco più di dieci giorni prima dell’affondamento in Calabria. Per questa vicenda esiste una sentenza passata in giudicato che, nonostante l’iniziale ipotesi di affondamento doloso della Rigel in Calabria, accerta solo la truffa assicurativa. La condanna per truffa fu emessa in primo grado dal tribunale della Spezia nel 1995, poi confermata dalla Corte di Appello di Genova nel 1999 e resa definitiva in Cassazione nel maggio 2001. Il relitto tuttavia non fu mai trovato, o forse dovremmo dire mai realmente cercato. Sia il registro navale dei Lloyd’s che l’International Maritime Organization attestarono che in quella data uno solo era stato l’affondamento e che trattavasi proprio della Rigel.

Natale De Grazia morì nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995, durante il prosieguo del viaggio in macchina ripreso dopo aver cenato a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Avrebbe compiuto 39 anni qualche giorno dopo. Dopo cinque anni, nel 2000, quelle stesse indagini reggine si sarebbero interrotte con un’archiviazione e nessun esito ci sarebbe stato. Quell’improvviso arresto cardio – circolatorio, non ha avuto cause naturali; per accertare questo si dovettero attendere 18 anni. Nel corso del 2013, infatti, nuovi elementi furono introdotti in questo scenario denso di ombre dalla relazione del direttore dell’Istituto di Medicina Legale della facoltà di Medicina di Tor Vergata, Giovanni Arcudi,approvata  dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dello smaltimento dei Rifiuti, presieduta da Gaetano Pecorella.

“(…) come suggestivamente depongono le manifestazioni sintomatologiche riferite da chi ha potuto osservare il sonno precoce, il russare rumoroso, quasi un brontolo, la risposta allo stimolo come in dormiveglia, il vomito; tutte manifestazioni queste che, anche se non patognomoniche, ben si accordano con una progressiva depressione delle funzioni del sistema nervoso centrale.

Quest’ultima, in carenza di incidenti cerebrovascolari, esclusi dall’autopsia, può riconoscere solo la causa tossica. Quale essa potrà essere stata, e se c’è stata, non lo si potrà più accertare.Purtroppo è stata irreversibilmente dispersa la possibilità di indagare seriamente sul versante tossicologico(…).

(…)Oramai l’indagine tossicologica non è più ripetibile, neppure, con l’esumazione del cadavere, e quindi il caso, dal punto di vista medico legale deve essere, ad avviso del sottoscritto, considerato chiuso(…).

Il capitano De Grazia si stava recando in Liguria anche per effettuare dei rilievi sul vascello Latvya (legata all’ex Kgb russo) ormeggiata per qualche mese al porto spezzino e sospettata di trasportare mercurio rosso radioattivo e di essere prossima all’affondamento. Avrebbe dovuto, altresì, acquisire i piani di carico di 180 navi sospette. Uomo di competenza, precursore di quella prerogativa, ad oggi istituzionalizzata e implementata, di tutela ambientale della capitaneria di Porto. L’inchiesta giudiziaria reggina, infatti, aveva nel proprio specchio di indagine lo spiaggiamento a Formiciche di Amantea della Jolly Rosso su cui aveva già indagato per anni anche il procuratore paolano Francesco Greco. Indagine che sarebbe stata archiviata anche nel 2009 dal Tribunale di Paola, nella parte che riguardava la contaminazione dell’area relativa allo spiaggiamento, mentre quelle sul disastro ambientale nel torrente Oliva sarebbero proseguite. Dunque un’indagine complessa che, in realtà, ha alimentato diversi filoni nell’ultimo decennio. Ma a Reggio Calabria quelle indagini non proseguirono. Proprio in occasione di quell’indagine sulla motonave Rosso, spiaggiatasi il 14 dicembre 1990, emersero legami con l’affondamento dell’imbarcazione Rigel avvenuta a largo di Capo Spartivento, nella provincia di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987 e con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto in Somalia il 20 marzo del 1994. Un mistero destinato a restare tale per tenere occulte complicità e connivenze tali da ritenere tollerabile che una verità così importante non venga mai conosciuta. Questa è la sola verità alla quale ci è dato di pervenire e tutto ciò è davvero insopportabile.

Il capitolo potrebbe essere chiuso, nonostante i misteri e le contraddizioni. Archiviato nel maggio 2015 anche il filone ligure. Dinnanzi al Gip spezzino pendeva la richiesta di archiviazione dell’indagine sulle navi dei veleni avanzata dalla procura, cui Legambiente si era opposta ma senza successo. Il procedimento era legato ad un esposto che Legambiente, rappresentata dall’avvocato Valentina Antonini, aveva depositato nel 2009 nel tentativo di estendere le ipotesi di reato da accertare anche a quella di disastro ambientale. Tutto è finito, invece, in un vicolo cieco. Secondo il giudice spezzino, nessuna novità era stata altresì introdotta nel panorama nonostante fosse stata prodotta anche documentazione desecretata nel 2014, su impulso della presidente della Camera Laura Boldrini al momento della celebrazione del ventennale, ancora senza verità,  dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Nessun nuovo procedimento dunque e nessuna prospettiva di riaprire anche il fascicolo relativo all’imbarcazione Rigel.

Da allora il tempo è passato e tra le poche certezze, quella della morte di Natale De Grazia mentre cercava una verità scomoda che rischia di restare per sempre, come la Rigel, in fondo agli abissi.

Ventitré anni senza alcuna verità. Ventiquattro anni erano invece diventati quelli vissuti da Luciana Alpi, che nel giugno scorso anno è morta senza poter conoscere la verità sulla morte di sua figlia.  Rimasta sola dal 2010, quando il marito Giorgio con il quale aveva intrapreso la sua battaglia per la verità era mancato, Luciana aveva iniziato ad essere stanca di retorica e celebrazioni anche solenni mentre una commissione parlamentare d’inchiesta istituita ad hoc non era stata capace di portare luce sugli accadimenti del 20 marzo 1994 a Mogadiscio.Da tempo nota la possibilità che un filo rosso leghi la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi in Somalia mentre conducevano un’inchiesta giornalistica sui traffici di armi e scorie radioattive legate ai fondi stanziati per la cooperazione internazionale e forse deviati, e quella del capitano reggino Natale De Grazia. Tre morti accomunate anche da un’imbarazzante assenza di verità.

Nel 2016 era iniziato il processo di revisione sulla morte di Ilaria e Miran. Esso era stato accordato dalla corte di Appello di Perugia, in forza della ritrattazione delle dichiarazioni dell’unico testimonia chiave, mai comparso in Italia per altro, Ahmed Ali Rage, detto Jelle, che avrebbe mentito in cambio di un visto e di denaro, incolpando un innocente, Hashi Omar Hassan appunto. Assolto, dopo una condanna a ventisei anni di carcere di cui sedici già scontati, il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, sempre proclamatosi innocente, era stato a lungo ritenuto l’unico responsabile, con mandati mai individuati, per la morte della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, e dell’operatore Miran Hrovatin. La sua assoluzione ha reso solo ancora più evidente la mancata individuazione di mandanti ed esecutori del delitto.

 

Natale, Ilaria e Miran, tre Vite spezzate nell’esercizio nobile e necessario della ricerca della Verità. Tre Storie la cui Memoria resiste ma è claudicante perché negata resta la Verità e incompiuta rimane la Giustizia.

 

 

 

 

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