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Memorie | Grazia e Giovanni, un amore di penna sospeso tra la Sardegna e la Calabria

di Anna Foti – C’è una storia fatta di parole scritte, di lettere e di poesie che hanno sorvolato il mare per unire la Calabria e la Sardegna alla fine dell’Ottocento. Essa racconta dell’intensa corrispondenza intercorsa tra la scrittrice sarda Grazia Deledda, prima donna italiana ad essere stata insignita del premio Nobel per la Letteratura (venti anni prima, nel 1906, lo stesso premio era stato assegnato all’italiano Giosuè Carducci) e il poeta, scrittore e socialista di Reggio Calabria, Giovanni De Nava, cugino del ministro del Regno d’Italia Giuseppe De Nava e fratello minore dell’ingegnere Pietro che da assessore comunale ai lavori Pubblici fu autore del piano regolatore della ricostruzione della città di Reggio dopo il sisma del 1908. A rendere noto questo legame epistolare, attraverso le lettere ed una narrazione, pur sempre ispirata a quanto scritto dal nonno Giovanni De Nava, è stata la nipote Ludovica De Nava, ricercatrice universitaria e scrittrice, che nel 2015, con i caratteri de Il maestrale, ha dato alle stampe il volume “La quercia e la rosa. Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe”. Nel 1984 Ludovica De Nava prese in consegna dal padre le lettere indirizzate al nonno da Grazia Deledda. Giacevano nell’archivio di famiglia dalla morte di Giovanni De Nava, avvenuta nel 1931. Con uno sguardo sapiente e generoso ella, accogliendole, le ha esplorate e studiate. Dopo aver condotto una ricerca approfondita su di esse e su altri scritti del nonno, ella si è dedicata alla stesura delle lettere del nonno, di cui ovviamente non disponeva, traendo spunto dalle parole di Grazia Deledda e dalla produzione poetica, e non solo, curata dal nonno in quegli anni. Un’avventura impegnativa e intensa per la nipote che ha cercato e trovato lo spirito del nonno tra le parole sue e della grande scrittrice sarda. Ludovica De Nava, dunque, non si è limitata a raccogliere le lettere ma si è spinta, con audacia ed efficacia, fino alla ricostruzione della corrispondenza e all’intarsio di fatti e vicende personali e familiari, dando vita ad una narrazione appassionata in grado di rendere la pubblicazione un contributo pregevole e inedito della vita della grande Grazia Deledda e di quella del calabrese illustre, suo nonno, Giovanni De Nava. “La quercia e la rosa”: un titolo che evoca la forza della quercia e la bellezza indiscutibile ma caduca della rosa e che si pone come viatico di accesso ad uno scrigno di emozioni, tenere e intense al contempo, vocate a svelarci la vita che la scrittrice sarda, in giovane età, impresse su carta mentre si rivolgeva al suo altrettanto giovane amico reggino, che nulla di più poté essere nella realtà, nonostante d’amore fossero divenute con il tempo le lettere, per l’opposizione delle famiglie.

Reca la data del 12 maggio 1894 la prima lettera del racconto epistolare che intrecciò profondamente le vite dello scrittore reggino Giovanni De Nava e della scrittrice nuorese Grazia Deledda. E’ scritta da Giovanni in quel di Reggio Calabria e attesta la stima del letterato reggino per la giovane Grazia che a quel tempo già pubblicava racconti e romanzi. “(…) Ella ha una mirabile attitudine a descrivere i paesaggi e i moti dell’animo, e dimostra inoltre di osservare con molto interesse le usanze dei suoi luoghi, cosa che per me è principalmente importante, da che mi occupo di studiare quelle calabresi, in particolar modo della regione dello Stretto di Messina, su cui si affaccia la terra dove ho la fortuna di essere nato e cresciuto. E’ questa affinità tra i miei e i suoi interessi che mi ha spinto a scriverle (…)”. Una dichiarazione di stima che trova sponda. Grazia Deledda risponde da Nuoro il 20 maggio, dopo otto giorni e, senza nascondere il suo apprezzamento, scrive: “Ho compreso con piacere dalla sua lettera che lei oltre alle arti coltiva la terra. le dico che ho appreso questo con piacere perchè il mio ideale è, oltre l’arte, l’agricoltura. Io seguo quasi entusiasticamente le teorie del Tolstoj e credo che solo l’agricoltura possa, in un Rinascimento più o meno vicino, far risorgere il genere umano così decaduto (…)“.

Lettera dopo lettera, parola dopo parola, pagina dopo pagina questa stima e questa affinità, così pienamente colta e accolta da entrambi e che Goethe avrebbe definito elettiva, lasciano il passo ad una giovane e indomita passione, nutrita anche di poesie, che il lettore assapora in un crescendo di sentimenti palpabili. Il desiderio di condividere la vita oltre ogni distanza, non solo geografica, scorre nei pochi giorni, a volte anche solo uno, che distanziano le lettere. Il 13 luglio 1894 Giovanni scrive: “(…) E’ un fatto curioso: tu pensi a me e mi scrivi alla sera, mi dedichi le ore del tramonto: io mi sveglio, alla mattina, quando il giardino è rorido per la rugiada, quando anche gli uccelli si svegliano e cominciano a cantare; e, cancellati i sogni a volte tristi e torbidi, i miei primi pensieri al risveglio sono per te“. Non meno appassionata e legata si mostra Grazia Deledda nell’immaginare un futuro comune con Giovanni anche di sola amicizia. Il 29 luglio Grazia risponde: “Io ti prego di dare attenta intensità ad ogni mia parola, perchè io ti scrivo con tutta la serietà dell’anima mia(…) se non potremo essere fidanzati saremo lo stesso, se tu lo vuoi, amici, compagni, fratelli: la tua bontà, la tua gentilezza, gli stessi tuoi sogni mi toglieranno ogni diffidenza, ogni paura, ed io verrò sempre a te libera e serena(…)”.

Sullo sfondo di questo scambio intenso di emozioni, la forte scossa di terremoto (IX grado della scala Mercalli e Vi scala Richter) che nel pomeriggio del 16 novembre 1894 colpì la Calabria meridionale e la Sicilia con epicentro nel reggino, nella città di Palmi. Non tremò solo la terra ma si sollevò anche il mare con onde violente che causarono danni a Capo Pezzo e travolsero finanche le coste campane.

Il 23 novembre Grazia scrive: “Giovanni, mio caro Giovanni. Perdona alla mia lettera d’ieri. Solo dopo averla impostata lessi sui giornali i dispacci della terribile disgrazia che funestò il tuo paese, la tua città(…)”. Il 28 novembre Giovanni risponde: “Carissima Grazia, amica dell’anima mia!. Sono vivo, vedi, e con me incolumi tutti i miei famigliari. Purtroppo è danneggiata la casa di Archi, che necessiterà di un restauro (…)”.

Amare a vent’anni è un’esperienza destinata a restare indelebile e ad essere vissuta tra mille timori e così accade anche per il giovane promettente poeta e pubblicista reggino e per la scrittrice sarda. Sentimenti forti che tuttavia patiscono la distanza, l’assenza di frequentazione e il peso delle ingerenze ed intromissioni familiari e non solo. Il 13 agosto Grazia da Nuoro prega Giovanni, come si fa tra innamorati che sentono a rischio per altrui volere il proprio amore. “(…)Sì, ancora te lo chiedo, fatti amare da me, di più, di più ancora (…)Amami molto, troppo, infinitamente, ma nel più profondo del tuo spirito. Io non ti chiedo che sii celere, io non ti domando ricchezze; voglio solo che tu mi ami come nessun altro ama, fino al sacrificio ma con profonda idealità, come una bambina e come cosa sacra, che tu mi ami diversamente dal come gli altri amano le altre donne (…)”. Il 16 agosto 1894 Giovanni risponde, dichiarandosi disponibile ad andare in Sardegna per porre fine alle resistenze della famiglia.“Gli accenti della tua ultima lettera hanno riacceso in me ogni speranza, e questo caldo ferragosto, con le sue notti dal profumo intenso, i fuochi e le voci sulla riva del mare nelle notti piene di stelle, non danno tregua alla mia passione. Tu, Grazia, sei una fata: tu spargi incanti, come la Fata Morgana, sì, accendi e spegni i cuori che t’ascoltano (…)”. Quelle resistenze, purtroppo, non tardano a degenerare in incomprensioni e delusioni.

Il racconto prezioso di Ludovica De Nava si conclude con la narrazione dell’incontro, primo e ultimo, nel 1897 tra gli scaffali della libreria Dessì di Cagliari. In quella occasione, dopo un fitto anno di corrispondenza tra il 1894 e il 1895 e una timida ripresa nel 1897, tra la quercia calabrese e la rosa sarda, avviene l’incontro d’addio che sancisce in modo inequivocabile la fine del tempo della devozione e della passione che nel rifugio di una pagina aveva vissuto un fervido dispiegamento. Invece di aprire ad un futuro comune, come più volte invocato nelle lettere, quell’incontro sigilla il legame in un presente ormai senza più una prospettiva. Le due vite sembrano non incontrarsi più. Giovanni sta ormai a Roma e collabora stabilmente con l’Avanti e l’Asino mentre Grazia, che già scrive con successo, è ancora in cammino verso la Capitale. Tuttavia quel legame è esistito e, grazie a quelle lettere da Giovanni mai restituite, nonostante le numerose e insistenti richieste di Grazia, e alla ricostruzione di Ludovica De Nava, oggi riecheggia nella storia di questo piccolo grande amore, finito ancor prima di iniziare ad essere vissuto lontano dalla parola scritta e da una vita sognata.

Di Giovanni De Nava, la biblioteca intitolata al cugino Pietro De Nava (avvocato e fratello del ministro Giuseppe e omonimo dell’ingegnere, fratello maggiore di Giovanni), custodisce alcune pubblicazioni tra cui “Passu Cantandu…”, raccolta di versi in vernacolo calabro-reggini, pubblicati proprio a Cagliari con i caratteri dell’Unione Sarda nel 1898, i “Sonetti Caribardini”, pubblicati a Reggio Calabria con i caratteri di Massara nel 1912, e il volume “Canzuni vecchi e canzuni novi”, pubblicato nel 1931 a Catanzaro con i caratteri di Guido Mauro. Proprio quest’ultimo volume è stato dato nuovamente alle stampe dall’editore Pancallo, includendo anche poesie di altre raccolte precedenti e scritti inediti, con il titolo: “Canzuni vecchi e canzuni novi, canzuni spirduti”. Nell’antologia sono contenute, appunto, poesie inedite, fino a qualche tempo fa ancora nascoste tra le carte di Giovanni De Nava, ritrovate e inserite nella pubblicazione dalla nipote Ludovica De Nava. Il volume, già presentato presso la biblioteca De Nava di Reggio Calabria alcuni mesi fa, sarà al centro di un altro incontro culturale che si terrà a Messina, presso la sede dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti (Piazza Pugliatti, Università di Messina) il prossimo 8 febbraio. La relazione sarà curata dal professore Vincenzo Fera.

Ai tempi della intensa corrispondenza con Giovanni De Nava, per Grazia Deledda arriva il primo successo con il romanzo “Anime oneste”, pubblicato nel 1895, dopo il meno fortunato romanzo di esordio “Fior di Sardegna” (1892); sono i tempi in cui già Grazia Maria Cosima Damiana Deledda, come fa dall’età di 17 anni, scrive e pubblica racconti su riviste sarde, romane e milanesi. Dopo l’esordio su Ultima Moda di Roma con il racconto intitolato “Sangue Sardo”, nel 1893 approda alla rivista di tradizioni popolari italiane diretta da Angelo De Gubernatis dove tra il 1891 e il 1896, anno in cui pubblica “La via del male” recensito e apprezzato da Luigi Capuana, pubblica a puntate il saggio “Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna”. Nel 1897 esce anche una raccolta di poesie, Paesaggi sardi, edita da Speirani. Nel 1900 si trasferisce a Roma con Palmiro Madesani che diviene suo marito e dal quale ha due figli Santus e Franz. Qui la sua attività di scrittrice prolifera ancora. Del 1903 è il romanzo “Elias Portolu”, che consacra l’affinità della scrittrice sarda ormai trasferitasi nel Continente con la letteratura russa di Tolstoj e Dostoevskji; l’anno seguente viene pubblicato “Cenere” da cui fu tratto il film muto diretto nel 1916 da Febo Mari ed interpretato dall’attrice teatrale Eleonora Duse, nella sua unica esperienza cinematografica. Il 1908 è l’anno del romanzo drammatico “Edera”, mentre nel 1910 è la volta dei due romanzi “Il nostro padrone” e “Sino al confine”, ai quali seguirono i racconti “Chiaroscuro” (1912), ancora i romanzi “Colombi e sparvieri” (1912), “Il segreto di un uomo solitario” (1912),”Le colpe altrui” (1914), “Marianna Sirca” (1915), la raccolta “Il fanciullo nascosto” (1916), “L’incendio nell’uliveto” (1917) e “La madre” (1920), “Il Dio dei viventi” (1922).

 

I romanzi hanno, nella maggior parte dei casi, anche una prima pubblicazione sulle riviste “Nuova Antologia”, “Illustrazione italiana”, “La lettura” e “Il tempo”.

Intenso è il racconto della fragilità umana in quello che è universalmente considerato il suo capolavoro: “Canne al vento” pubblicato nel 1913, edito con i caratteri di Treves, anche un film di Mario Landi nel 1958. I suoi romanzi, criticati soprattutto dai sardi, si rivelano opere legate a doppio filo alla Sardegna, terra selvaggia, primitiva, incontaminata, intrisa di legami familiari forti e ancestrali e di retaggi patriarcali, propri non solo della Sardegna ma di un’intera epoca. Nei suoi numerosi romanzi, la Deledda tratteggiò arguti e appassionati affreschi ispirati alla asprezza e alla bellezza della sua Sardegna, rocciosa e nutrita dal mare, cruda e autentica; un luogo pregno di suggestioni che tanto ha in comune con la nostra Calabria. Dino Manca, nella sua introduzione al romanzo “Edera”, ebbe a scrivere che “L’isola è intesa come luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere“.

La poetica di Grazia Deledda esplora l’esistenza umana e individua nella crisi, il viatico per una saggezza sempre ebbra di dolore, nutrita di sentimento religioso e sospesa tra la finitudine dell’essere e lo slancio verso la vita, tra le ingiustizie e il mistero di Dio, tra il dolore e la passione, tra la fatalità e la Fede. “Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento”.

Particolarmente vivo è in lei l’incontro-scontro tra civiltà, cultura e lingua. La lingua italiana in cui lei imparò a scrivere fu una seconda lingua rispetto all’idioma originario del dialetto sardo. In una sua lettera ammette: “Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano – ma anche perché ero abituata al dialetto sardo che è per se stesso una lingua diversa dall’italiana“. Fu una caparbia scrittrice autodidatta che, sfidando le convenzioni del tempo in cui non solo in Sardegna alla donna era negato il diritto allo studio, arrivò alla quarta elementare per poi proseguire da sola e da ‘illetterata’ arrivare ad essere la prima – e ad oggi ancora l’unica – scrittrice italiana ad aver vinto il premio Nobel per la Letteratura, la seconda del mondo dopo la svedese Selma Lagerlof (1909). Apprezzata da Giovanni Verga e da altri, la sua penna, ancorchè cruda, si distinse per profondità, originalità e capacità di rappresentare luoghi e persone mai completamente distaccata, e per questo mai pienamente rispondente ai canoni del Verismo, ed invece fortemente proiettata verso il racconto della complessità della coscienza costantemente interrogata dalla vita, in piena dimensione decadentistica.

Fu molto apprezzata anche all’estero; amò anche lei la letteratura straniera, sopratutto quella russa, e si cimentò nella traduzione dal francese (“Eugénie Grandet” di Honoré de Balzac). Sharon Wood, docente emerita dell’Università di Leicester nel 2007 ha curato il volume “GD The Challenge of Modernity”, tradotto e pubblicato in Italia dalle edizioni Iris nel 2012. Nel 2016 Maddalena Rasera, con i caratteri di Universitalia, ha pubblicato “Grazia Deledda e Georges Hérelle, una storia editoriale italo-francese”, incentrata sulla corrispondenza tra la scrittrice sarda e il grande traduttore francese Georges Hérelle.

Il suo traduttore per eccellenza fu lo scrittore e artista inglese, David Herbert Lawrence che, nell’introduzione alla traduzione inglese del romanzo “La Madre” nel 1928, scrisse che “Grazia Deledda ha una isola tutta per sé, la propria isola di Sardegna, che lei ama profondamente: soprattutto la parte della Sardegna che sta più a Nord, quella montuosa. (…). È la Sardegna antica, quella che viene finalmente alla ribalta, che è il vero tema dei libri di Grazia Deledda. Essa sente il fascino della sua isola e della sua gente, più che essere attratta dai problemi della psiche umana. E pertanto questo libro, La Madre, è forse uno dei meno tipici fra i suoi romanzi, uno dei più continentali“.

Nel 91° anniversario (10 dicembre 1926 – 2017) del nobel per la Letteratura Google ha ritenuto di celebrare, con un doodle dedicato, la grande scrittrice sarda che a Stoccolma ebbe umilmente a dichiarare di aver perseguito la sua passione di scrittrice fin dall’età di 13 anni, nonostante la famiglia la ostacolasse, e di essere cresciuta nel “miraggio irresistibile del mondo e di Roma” dove si trasferì nel 1900 e dove morì a causa di un tumore al seno nel 1936, all’età di 65 anni. Le sue spoglie giacciono nella chiesa della Madonna della Solitudine di Nuoro, dove era nata nel settembre del 1871 e dove la sua casa è oggi un museo in sua memoria. Il viaggio in treno da Milano per Stoccolma per il ritiro del premio, nel 1927, è stato raccontato dalla regista Gabriella Rosaleva nel cortometraggio intitolato proprio “Viaggio a Stoccolma”, prodotto dal Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’Università degli Studi di Sassari in collaborazione con la Regione Autonoma Sardegna e con la Fondazione Sardegna Film Commission, premiato lo scorso novembre del premio “Gilda Corto” al 39° Festival Internazionale di Cinema e Donne svoltosi a Firenze. Girato interamente a Sassari e dintorni (Archivio storico Enrico Costa, l’ex carcere di San Sebastiano, Palmadula e Monteleone Roccadoria), il cortometraggio non è solo un viaggio fisico, quello faticoso affrontato dalla scrittrice con il marito Palmiro Madesani, ma anche un viaggio emotivo che Grazia Deledda compie nella sua terra, incontrando le persone care perdute e i personaggi dei suoi romanzi. Dolori, lutti familiari e tragici distacchi scandirono la sua vita: il fratello maggiore, Santus (poi anche il nome di uno dei suoi due figli), era alcolizzato, il più giovane Andrea era stato arrestato per piccoli furti, la sorellina Giovanna era morta da bambina, il padre era moto per una crisi cardiaca nel 1892, a causa di un aborto spontaneo anche la sorella Vincenza era mancata alcuni anni dopo. La madre Francesca visse per tutta la sua vita in una condizione di dolore inconsolabile.

Non solo l’uscita del cortometraggio “Viaggio a Stoccolma” ma anche altre iniziative in memoria di Grazia Deledda hanno scandito l’anno appena conclusosi. Lo scorso dicembre l’università di Cagliari ha organizzato una giornata di studio sulla dimensione nazionale ed internazionale di Grazia Deledda, arricchita dall’inaugurazione di un’originale installazione multimediale progettata dal regista Francesco Casu, in collaborazione con il gruppo Collaborative and Social Enviroinments del CRS4, e impreziosita dalle letture di Daniela Deidda.

Infine è in tournée nell’Isola per la Stagione di Prosa 2017-18, nell’ambito del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna, la pièce teatrale “Quasi Grazia”, scritta da Marcello Fois (Einaudi 2016), diretta da Veronica Cruciani e prodotta da Sardegna Teatro. Ispirata all’ultima opera autobiografica e rimasta incompiuta della Deledda, pubblicata postuma nel 1937 con il titolo “Cosima quasi Grazia”, la pièce è interpretata dalla scrittrice Michela Murgia.

Sapeva di avere belli solo gli occhi; amò la vita nonostante il dolore inesorabilmente le avesse flagellato l’anima e amò la scrittura da donna orgogliosamente sarda ed autodidatta: Grazia Deledda non fu solo indomita penna ma anche donna che non nascose il cuore mai: “Mutiamo tutti, da un giorno all’altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano“.

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