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Natale De Grazia, dopo 22 anni è ancora memoria senza verità

di Anna Foti – Onore senza giustizia. Memoria senza verità. Valori e principi, nella sostanza inscindibili, sono invece spietatamente separati dalla Storia e dall’umanità che opera forzature e violenze sulle persone come sui fatti. Dogmi a parte, dietro tutti i misteri, a cui noi italiani siamo drammaticamente abituati, vi è tale innaturale disgiunzione che ci condanna ad una consueta inquietudine e ad una costante violazione del nostro diritto di conoscere e di capire. Tra questi misteri vi è quello della morte di un uomo che amava la sua famiglia, il mare e il suo lavoro. Natale De Grazia, marito di Anna, padre di Giovanni e Roberto, uomo dello Stato, capitano di Fregata, medaglia d’oro al merito della Marina alla Memoria nel 2004 e solo nel 2013 riconosciuto dal Ministero della Difesa Vittima del dovere. Vittima del dovere, dopo ventidue anni, ancora senza verità.
Nella motivazione* della medaglia d’oro concessa nel 2004, in occasione della cerimonia del giuramento presso l’accademia navale di Livorno, dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si leggeva solo della morte per un arresto cardio-circolatorio. Un giovane e prestante ufficiale stroncato improvvisamente da un infarto mentre conduceva della indagini delicatissime e segrete allo scopo di fare luce su presunti affondamenti di navi nei nostri mari, su altrettanti presunti carichi di rifiuti tossici e radioattivi al cui smaltimento illecito questi affondamenti sarebbero stati finalizzati. Quelle indagini, a distanza di 22 anni, non sono mai andate avanti, nonostante alcuni tentativi senza successo. Sono stati necessari 17 anni prima che una perizia, resa nota nel 2013, spiegasse in modo chiaro che il capitano de Grazia non era morto improvvisamente per cause naturali, come invece avevano accertato entrambi le perizie disposte dalla procura di Reggio Calabria nel 1995 e dalla procura di Nocera Inferiore nel 1997 e che a distanza di due anni erano state affidate allo stesso medico legale Simona Del Vecchio, ad oggi coinvolta in inchieste condotte dal tribunale di Imperia su autopsie fantasma. Nella recente perizia si leggeva anche che, con riferimento al decesso del capitano De Grazia, eventuali cause tossiche non solo non erano da escludere, ma restavano (e restano!) possibili e probabili anche se non più accertabili.
Il capitano Natale De Grazia è stato ricordato a Reggio Calabria al cinema Metropolitano dove su iniziativa del circolo reggino di Legambiente e del comitato civico di Amantea a lui intitolato è stato proiettato, in anteprima nazionale, il documentario “Il veleno della mafia e la legge europea del silenzio”, realizzato dal regista e giornalista Christian Gramstadt, in collaborazione con il giornalista italo-tedesco Sandro Mattioli e la produttrice RAI Patrizia Venditti. Prodotta dal principale network televisivo franco-tedesco, già andata in onda sulla tv francese Artemartedì nell’ottobre scorso e programmata per gennaio 2018 dal primo canale radiotelevisivo tedesco RD, l’inchiesta è stata girata anche in Calabria avendo approfondito, da Crotone fino al porto di Gioia Tauro, passando per Amantea, la valle dell’Oliva, San Luca, Africo e Casignana, la problematica complessa ed ancora in preda ad ipotesi, misteri e incertezze della presenza di rifiuti tossici radioattivi tanto nei fondali dei nostri mari quanto nelle terre dell’Aspromonte. Christian Gramstadt ha intervistato l’ex procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, oggi procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo , Federico Cafiero De Raho, il procuratore capo della Repubblica di Locri Luigi D’Alessio, il procuratore aggiunto del tribunale di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo,il sostituto procuratore della DDA di Reggio Calabria Roberto di Palma, l’attuale procuratore capo della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, il consigliere della corte d’Appello di Roma Francesco Neri, all’epoca di Natale De Grazia pm presso il tribunale di Reggio Calabria.
Era il 12 dicembre di vent’anni fa quando lasciava la sua casa, per partire alla volta della Liguria per raccogliere informazioni da fonti riservate, Natale De Grazia, capitano di Fregata ed elemento di spicco del pool ecomafie della Procura di Reggio Calabria, collaboratore del sostituto procuratore Franco Neri che, ai tempi della guida della procura di Francesco Scuderi, indagò sulle presunte navi dei veleni e sui presunti traffici di rifiuti pericolosi nei mari calabresi. Con il capitano Natale De Grazia, componevano il pool il maresciallo capo Domenico Scimone, appartenente alla sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri presso la procura di Reggio Calabria, il maresciallo Nicolò Moschitta e il carabiniere Rosario Francaviglia, questi ultimi due appartenenti al nucleo operativo del reparto operativo dell’Arma. Un viaggio strano, in macchina, con il maltempo, per arrivare fino alla Spezia e interrogare, sentire, raccogliere elementi sul presunto spiaggiamento della Jolly Rosso ad Amantea nel cosentino, forse collegato all’affondamento della Rigel a Capo Spartivento nel reggino il 21 settembre 1987, partita dalla vicina Massa Carrara poco più di dieci giorni prima dell’affondamento in Calabria. Per questa vicenda esiste una sentenza passata in giudicato che, nonostante l’iniziale ipotesi di affondamento doloso della Rigel in Calabria, accerta solo la truffa assicurativa. La condanna per truffa fu emessa in primo grado dal tribunale della Spezia nel 1995, poi confermata dalla Corte di Appello di Genova nel 1999 e resa definitiva in Cassazione nel maggio 2001. Il relitto tuttavia non fu mai trovato, o forse dovremmo dire mai realmente cercato. Sia il registro navale dei Lloyd’s che l’International Maritime Organization attestarono che in quella data uno solo era stato l’affondamento e che trattavasi proprio della Rigel.
Natale De Grazia morì nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995, durante il prosieguo del viaggio in macchina ripreso dopo aver cenato a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Avrebbe compiuto 39 anni 19 dicembre. Dopo cinque anni, nel 2000, quelle stesse indagini reggine si sarebbero interrotte con un’archiviazione e nessun esito ci sarebbe stato. Quell’improvviso arresto cardio – circolatorio, non ha avuto cause naturali; per accertare questo si dovettero attendere 18 anni. Nel corso del 2013, infatti, nuovi elementi furono introdotti in questo scenario denso di ombre dalla relazione del direttore dell’Istituto di Medicina Legale della facoltà di Medicina di Tor Vergata, Giovanni Arcudi, approvata dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dello smaltimento dei Rifiuti, presieduta da Gaetano Pecorella.
“(…) come suggestivamente depongono le manifestazioni sintomatologiche riferite da chi ha potuto osservare il sonno precoce, il russare rumoroso, quasi un brontolo, la risposta allo stimolo come in dormiveglia, il vomito; tutte manifestazioni queste che, anche se non patognomoniche, ben si accordano con una progressiva depressione delle funzioni del sistema nervoso centrale.
Quest’ultima, in carenza di incidenti cerebrovascolari, esclusi dall’autopsia, può riconoscere solo la causa tossica. Quale essa potrà essere stata, e se c’è stata, non lo si potrà più accertare. Purtroppo è stata irreversibilmente dispersa la possibilità di indagare seriamente sul versante tossicologico(…).
(…)Oramai l’indagine tossicologica non è più ripetibile, neppure, con l’esumazione del cadavere, e quindi il caso, dal punto di vista medico legale deve essere, ad avviso del sottoscritto, considerato chiuso(…).
Il capitano De Grazia si stava recando in Liguria anche per effettuare dei rilievi sul vascello Latvya (legata all’ex Kgb russo) ormeggiata per qualche mese al porto spezzino e sospettata di trasportare mercurio rosso radioattivo e di essere prossima all’affondamento. Avrebbe dovuto, altresì, acquisire i piani di carico di 180 navi sospette. Uomo di competenza, precursore di quella prerogativa, ad oggi istituzionalizzata e implementata, di tutela ambientale della capitaneria di Porto. L’inchiesta giudiziaria reggina, infatti, aveva nel proprio specchio di indagine lo spiaggiamento a Formiciche di Amantea della Jolly Rosso su cui aveva già indagato per anni anche il procuratore paolano Francesco Greco. Indagine che sarebbe stata archiviata anche nel 2009 dal Tribunale di Paola, nella parte che riguardava la contaminazione dell’area relativa allo spiaggiamento, mentre quelle sul disastro ambientale nel torrente Oliva sarebbero proseguite. Dunque un’indagine complessa che, in realtà, ha alimentato diversi filoni nell’ultimo decennio. Ma a Reggio Calabria quelle indagini non proseguirono. Proprio in occasione di quell’indagine sulla motonave Rosso, spiaggiatasi il 14 dicembre 1990, emersero legami con l’affondamento dell’imbarcazione Rigel avvenuta a largo di Capo Spartivento, nella provincia di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987 e con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto in Somalia il 20 marzo del 1994. Un mistero destinato a restare tale per tenere occulte complicità e connivenze tali da ritenere tollerabile che una verità così importante non venga mai conosciuta. Questa è la sola verità alla quale ci è dato di pervenire e tutto ciò è davvero insopportabile.
Il capitolo potrebbe essere chiuso, nonostante i misteri e le contraddizioni. Archiviato nel maggio 2015 anche il filone ligure. Dinnanzi al Gip spezzino pendeva la richiesta di archiviazione dell’indagine sulle navi dei veleni avanzata dalla procura, cui Legambiente si era opposta ma senza successo. Il procedimento era legato ad un esposto che Legambiente, rappresentata dall’avvocato Valentina Antonini, aveva depositato nel 2009 nel tentativo di estendere le ipotesi di reato da accertare anche a quella di disastro ambientale. Tutto è finito, invece, in un vicolo cieco. Secondo il giudice spezzino, nessuna novità era stata altresì introdotta nel panorama nonostante fosse stata prodotta anche documentazione desecretata nel 2014, su impulso della presidente della Camera Laura Boldrini al momento della celebrazione del ventennale, ancora senza verità, dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Nessun nuovo procedimento dunque e nessuna prospettiva di riaprire anche il fascicolo relativo all’imbarcazione Rigel.
La storia e il mistero sulla morte di Natale De Grazia sono stati anche del docu-film, diretto da Wilma Labate, il docu-film e interpretato dell’attore , in onda su Rai 1 nei mesi scorsi intitolato “Nel nome del popolo italiano”. Prodotti da Gloria Giorgianni per Anele con Rai Cinema e Rai Com, il ciclo ha raccontato le vicende del giudice Vittorio Occorsio, del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, del professor Marco Biagi e, appunto, del Capitano di Fregata Natale De Grazia. L’indagine, svolta attraverso lo sguardo dell’attore Lorenzo Richelmy è stata scandita dalle testimonianze dei familiari la moglie Anna Vespia e dei figli Giovanni e Roberto, ancora bambini al momento della tragedia, di Nuccio Barillà del direttivo nazionale di Legambiente, Alessandro Bratti, Presidente della Commissione Bicamerale sul traffico illecito dei rifiuti (commissione ecomafie), Francesco Neri, all’epoca sostituto procuratore e pm di Reggio Calabria, Antonino Samiani, Comandante della Capitaneria di Porto di Messina fino al 2015 e Riccardo Bocca, autore del libro “Le navi della vergogna”. Prezioso anche il breve stralcio dell’intervista curata da Ilaria Alpi impegnata, pure per questo giornalista scomoda, anche nella scoperta di informazioni su queste navi. Non solo un’indagine ma anche un racconto con foto e immagini familiari della vita di Natale De Grazia, marito e padre amorevole, la cui mancanza non potrà mai essere colmata. Il docu-film termina con una suggestiva scena girata al faro di Capo Spartivento, a Reggio Calabria, dinnanzi al quale nello specchio di mar Ionio sarebbe affondata la Rigel nel lontano 1987.
Da allora il tempo è passato: chi ha ucciso, avvelenato, depistato e omesso è rimasto e resta impunito, mentre Natale De Grazia è morto cercando una verità che rischia di restare per sempre, come la Rigel, in fondo agli abissi.
*“Il Capitano di Fregata (CP) Spe r.n. Natale DE GRAZIA ha saputo coniugare la professionalità, l’esperienza e la competenza marinaresca con l’acume investigativo e le conoscenze giuridiche dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria, contribuendo all’acquisizione di elementi e riscontri probatori di elevato valore investigativo e scientifico per conto della Procura di Reggio Calabria. La sua opera di Ufficiale di Marina è stata contraddistinta da un altissimo senso del dovere che lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili, a svolgere complesse investigazioni che, nel tempo, hanno avuto rilevanza a dimensione nazionale nel settore dei traffici clandestini ed illeciti operati da navi mercantili. Il comandante De Grazia è deceduto in data 13.12.1995 a Nocera Inferiore per “Arresto cardio-ircolatorio”, mentre si trasferiva da Reggio Calabria a La Spezia, nell’ambito delle citate indagini di “Polizia Giudiziaria”. Figura di spicco per le preclare qualità professionali, intellettuali e morali, ha contribuito con la sua opera ad accrescere e rafforzare il prestigio della Marina Militare Italiana”.

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