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Memorie|La Calabria nel viaggio inchiesta di Jules Destrée

di Anna Foti – La Calabria vista e raccontata dagli stranieri. Dopo l’illustratore inglese Edward Lear (1812 – 1888), noto per i suoi limerick, brevi componimenti poetici di cosiddetto contenuto umoristico nonsense, lo scrittore Henry Swinburne (1743 – 1803) autore di “Travels in the two Sicilies”, il tipografo e osservatore inglese Richard Keppel Crafen (1779 – 1851), che nel 1821 pubblicò “A tour through the Southern Provinces of the kingdom of Naples”, il viaggiatore inglese Arthur John Strutt, anche pittore, incisore, archeologo, che nel 1838, con l’amico poeta William Jackons, intraprese un avventuroso viaggio a piedi in Calabria, lo scrittore inglese George Gissing, autore di”By the Ionian sea”(1901), lo scrittore/viaggiatore che tra il 1907 e il 1911 colse l’intima essenza della Calabria e la racchiuse nell’opera “Old Calabria” (1915), Norman Douglas (morto in Italia come anche Lear e Strutt), tra i pochi intellettuali stranieri che vennero in visita nell’Italia fascista vi furono la giovane francese appena laureata Hélène Tuzet e il politico belga Jules Destrée. I due resoconti con il titolo di “In Calabria durante il Fascismo. Due viaggi inchiesta” sono stati pubblicati nel 2008 da Rubbettino nella collana Viaggio in Calabria. Jules Destrée tornò in Italia, ed in particolare in Calabria, negli anni Trenta. Il suo sguardo sul nostro Sud percorso in macchina fu raccontato in un resoconto immerso nella storia e nella memoria, nella natura e nel paesaggio, specchio di una terra tanto accogliente e meravigliosa quanto tormentata e arretrata rispetto alle altre regioni d’Italia. Così dell’ospitalità scrisse Jules Destrée nel 1928 in visita a Catanzaro: Uno degli aspetti caratteristici, senza dubbio il più piacevole, del popolo calabrese è lo spirito d’ospitalità. Non è un’ospitalità scozzese, come si dovrebbe definire, stando alle opere comiche, ma un’ospitalità calabrese. Essa supera perfino quanto ho avuto modo di vedere in Oriente, e uno dei luoghi dove è più completa è Catanzaro. Il viaggiatore non vi trova soltanto l’accoglienza più gentile e più premurosa da parte di qualsiasi persona della società catanzarese alla quale si è presentati e con cui si fa amicizia, non solo ciascuno si affretta a rendergli più facile ogni cosa, il soggiorno in città più piacevole, facendosi in quattro per servirlo, ma questa benevolenza operante nei riguardi degli stranieri, questa «philoxenia», come la chiamavano i Greci, finisce per tradursi in atti talmente diversi dalle nostre consuetudini da mettere in grave imbarazzo chiunque. Al caffè, nel momento in cui chiamate il cameriere per il conto, un signore che non avete mai visto, a cui non avete mai rivolto la parola e che si è tenuto discretamente in disparte ad un altro tavolo, accontentandosi di guardarvi, si avvicina col cappello in mano e con grande cortesia vi chiede di concedergli il piacere di pagare le vostre consumazioni, perché questo è il modo di comportarsi con i distinti stranieri che onorano il paese della loro presenza. La formula spagnola di cortesia, che consiste nel dirvi, se voi ammirate qualche oggetto: «è vostro», qui diventa realtà e bisogna stare attenti alle parole d’ammirazione che si pronunciano, perché si potrebbe essere costretti ad accettare l’oggetto che si è ammirato se non si vuole offendere gravemente colui che si affretta ad offrirvelo e che voi privereste così d’una cosa a cui teneva molto (www.viaggioincalabria.it).
Uomo politico, giornalista e scrittore belga nato a Marcinelle nel 1864 e deceduto a Bruxelles nel 1936, Jules Destrée fu membro del Partito liberale progressista e poi di quello operaio (socialista); fu deputato socialista dal 1894 e tra i più attivi difensori del suo paese. Ministro delle Scienze e delle Arti dal 1919 al 1921, ebbe anche il delicato incarico di delegato alla Società delle Nazioni per la cooperazione intellettuale. Intraprese battaglie civili a favore del suffragio universale, della libertà di sciopero e della riduzione dell’orario di lavoro degli operai belgi. Anche critico d’arte, scrisse tra l’altro “Notes surlesprimitifsitaliens” (1899-1904), Roger de la Pasture (1930).
Ad affascinarlo fu anche la natura della provincia di Reggio Calabria, in particolare la valle dello Stilaro alle cui pendici si trova comune di Stilo dove nel 1928 scrisse: Cittadina con le case disposte a scala sul fianco del Monte Consolino. Sulla cresta, esistono dei ruderi di un castello e qualche torre da cui si poteva spiare e controllare tutto il movimento della contrada. Nella sua parte superiore, Stilo conserva una straordinaria chiesetta bizantina detta la Cattolica, dove potevano entrare al massimo una quarantina di fedeli. È una costruzione rettangolare in mattoni rosa e bianchi, sormontati da cinque cupole con tre piccole absidi. Essa si avvicina, in miniatura, a San Marco e a Santa Sofia. E un vero gioiello; fu a lungo ignorata, abbandonata, in rovina, e necessita ancora di alcuni restauri prudenziali. Questo monumento, incantevole e curioso merita infatti il massimo riguardo. È una delle testimonianze più notevoli di un periodo spesso trascurato dagli storici: il basiliano. (Questo nome trae origine dai monaci di san Basile). La Calabria, conquistata e colonizzata dagli Achei e dai Dorici a partire dal vii secolo a.C., era divenuta, assieme alla Sicilia, completamente greca di lingua e di cultura, al punto che la si è potuta chiamare Magna Grecia; poi, sotto l’influenza di Roma e del Cristianesimo, fu completamente latinizzata; infine, dal vi all’xi secolo circa, ridiventò interamente greca (www.viaggioincalabria.it).
Restò incantato dalla archeologia e dai reperti dell’antica civiltà greca presenti in Calabria. Del crotonese apprezzò la colonna del Tempio di Hera Lacinia ed ebbe modo di testimoniare anche le fatiche dei contadini e le angherie dei latifondisti. Visitò Cosenza dove sempre nel 1928 scrisse un altro celebre brano dedicato alla bellezza dei tessuti e nel quale si soffermò anche sulle donne: Se amate le cose brillanti, le sete, i velluti e gli ori, venite a Cosenza, in un giorno di mercato. Sulle spalle delle donne, osserverete i più splendidi bolerini che voi possiate immaginare, di velluto rubino o turchese tutti ornati con spighette color ocra. Dalla vita, poi, smisuratamente svasata, scende una gonna corta di un damasco malva o porpora a larghi fiori di broccato, le più belle sete che Lione fabbricava un secolo fa per il letto e le finestre dei palazzi reali, indumenti che le sarte non cucirebbero per meno di mille franchi. E, infine, le gambe strette da ghette di lana ritorta, come gambali al di sopra dei piedi nudi. E sulla testa? Oh! è molto semplice: legati l’uno all’altro, gli zoccoli, molesti ai piedi, sono messi come un cappello. Stanco di scivolare in mezzo al fango, avrei voluto, io, infilare i miei stivaletti in quegli zoccoli. La contadina di Cosenza preferisce attardarsi nella sporcizia. È superba, con la pella bronzea in quei damaschi tenui e quei velluti scuri, col fazzoletto giallo che lega i capelli e ricade sulla nuca, con i piedi nudi che escono dai gambali sotto i falpalà, dondola i suoi panieri e scuote le sue conterie sulla camicetta bianca arrotondata attorno al collo libero. «Se ne va, noncurante del rigagnolo, delle immondizie che calpesta, indifferente ai suoi fronzoli e a se stessa, trascinando la sua veste secolare sul fango più sospetto, miscuglio prodigioso di bellezza e di sporcizia, di civetteria e di innocenza, con tutti i contrasti della naturalezza più stretta e delle più sontuose raffinatezze. Le donne calabresi discendono la strada di Cosenza, a letto di torrente, dritte nella vita resa sottile da tanti panieri e da casacche strette, poggiate solidamente sulle piante dei piedi infangati, con le forti gambe muscolose, strette nella lana e ben inarcate, col seno proteso in avanti, la testa alta, le braccia slanciate, frusciando e ancheggiando (www.viaggioincalabria.it).

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