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    Memorie – Strage ferroviaria di Gioia Tauro, la storia di Reggio e dell’Italia

    di Anna Foti – “Si fa seguito alla segnalazione n. 2377 del 22 luglio 1970. Il 22 luglio decorso, alle ore 17:10 circa, sulla linea ferroviaria Battipaglia Reggio Calabria, e precisamente tra il ponte di ferro del binario pari, soprastante le ferrovie Calabro-Lucane e la stazione di Gioia Tauro, il treno direttissimo viaggiatori proveniente dalla Sicilia e diretto a Torino (…)” comincia così il resoconto del deragliamento del direttissimo Palermo-Torino, detto Treno del Sole, una delle stragi rimaste avvolte nel mistero nonostante sia rientrata tra le otto sulle quali il governo Renzi nel 2014 ha rimosso il segreto di Stato. Una desecretazione – ‘Totale disclosure’ – che, complice la mole di documentazione e criteri disomogenei di declassificazioni adottati dalle varie amministrazioni interessate – non ha prodotto il risultato sperato, ossia quello di aumentare il livello di conoscenza su quanto avvenuto a Milano (Piazza Fontana 12 dicembre 1969, questura 17 maggio 1973), Gioia Tauro (stazione 22 luglio 1970), Peteano di Sagrado in provincia di Gorizia (31 maggio 1972), Brescia (Piazza della Loggia 28 maggio 1974), Ustica (27 giugno 1980), Bologna (stazione 2 agosto 1980, San Benedetto Val di Sambro – Grande galleria dell’Appennino treno Rapido 904 – 23 dicembre 1984, Italicus 3-4 agosto 1974).

    Dodici carrozze su diciotto deragliarono in Calabria il 22 luglio del 1970 e tra le duecento persone trasportate da Palermo a Torino, sei morirono e settantasette rimasero ferite, molte delle quali subito ricoverate negli ospedali civili di Palmi e Taurianova. Andrea Gangemi (Napoli 1910, residente a Palermo), Adrianna Vassallo (Catania 1903), Rosa Fassari (Catania 1903), Rita Cacicia (Bagheria 1932), Palumbo Letizia (Casteltermini in provincia di Agrigento, 48 anni circa), Nicolina Mazzocchio  (Casteltermini in provincia di Agrigento, 70 anni circa). Furono loro le vittime della strage di Gioia Tauro, come riportato sul primo rapporto giudiziario redatto dal commissariato di Pubblica Sicurezza di Reggio Calabria, relativo alle indagini svolte subito dopo il deragliamento. Il rapporto è datato 28 agosto 1970. Si tratta del primo dei quattro documenti consegnati nel novembre del 2014 alla direttrice dell’Archivio di Stato Mirella Marra dal questore aggiunto Mario Lucisano in osservanza alla richiesta di invio di documentazione inoltrata del dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno (prot.225/CRC/2014/7178/U) avente ad oggetto il riferimento alla direttiva del presidente del Consiglio dei Ministri relativa alla declassificazione versamento degli atti relativi alla strage di Gioia Tauro del 22 luglio del 1970.
    Con il rapporto giudiziario del 28 agosto 1970, conferiti all’Archivio anche il carteggio immediatamente successivo con destinataria la procura di Palmi, il carteggio del 9 luglio del 1971 relativo alle ulteriori indagini e la sentenza della corte di Assise di Palmi Calabria che il 27 febbraio 2001 assolse il collaboratore di giustizia, originario di Brancaleone, Giacomo Ubaldo Lauro perchè il fatto non costituiva reato per assenza dell’elemento soggettivo; l’imputato era stato ritenuto attendibile nel suo affidamento su un uso dell’esplosivo consegnato per mero danneggiamento e non per strage. Il pentito era stato accusato di avere fornito l’esplosivo per l’attentato alla sicurezza dello Stato lungo la tratta ferroviaria Salerno – Villa San Giovanni al momento del passaggio del Treno del Sole (nella carte chiamato anche Freccia del Sud). Tutti gli atti sono dal 2014 consultabili presso la sede reggina dell’Archivio di Stato unitamente alla busta 38 del fondo La Tella in cui sono conservate le edizioni da luglio a settembre del 1970 del quotidiano “Il tempo”. Proprio nell’edizione del 23 luglio l’articolo a firma di Francobaldo Chiocci riportava il titolo “Dieci morti per il deragliamento del Treno del Sole”. Il sottotitolo escludeva in quel momento un collegamento, anche indiretto, con i moti di Reggio. I successivi sviluppi sarebbero approdati a conclusioni diverse. L’articolo riportava anche l’appello alla donazione del sangue che proprio nei giorni scorsi abbiamo visto lanciare dai binari della Puglia insanguinati dalle 23 vittime del terribile incidente ferroviario, lo scontro frontale tra due treni tra Andria e Corato a cui nessuna matrice terroristica è stata attribuita. Sei persone sono indagate per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali colpose plurime.
    Rimane, nonostante i 46 anni trascorsi, la declassificazioni, le indagini e i processi, ancora da chiarire compiutamente cosa accadde davvero a Gioia Tauro. La frenata del macchinista Giovanni Billardi e dell’aiuto macchinista Antonio Romeo, fu conseguenza di un sobbalzo avvertito tra il cavalcavia delle Ferrovie Calabro Lucane e il gruppo di scambi all’ingresso in stazione di Gioia Tauro. A distanza di decenni fu accertato, pur senza individuazione di mandanti, che si trattò di un attentato dinamitardo maturato negli ambienti della destra eversiva che cavalcò la protesta di Reggio trasformandola in rivolta e che all’epoca iniziava a stringere alleanze con la criminalità mafiosa, fino ad allora legata alla DC.
    A Reggio capoluogo di provincia, infatti, in quel frangente storico bruciava la sconfitta per il capoluogo di regione assicurato a Catanzaro. Solo una settimana prima dell’attentato, i fatti di Reggio, la protesta guidata dal sindaco democristiano Pietro Battaglia e poi gli scontri, le barricate, la rabbia, la repressione, la città assediata. Anche la stazione ferroviaria fu occupata e si verificarono alcuni sabotaggi. Un contesto che ebbe ad avere non pochi riflessi sui tentativi di ricostruire la vicenda di Gioia Tauro. L’ipotesi di attentato, dopo indagini e processi, resta in piedi ma senza mandanti, come resta in piedi solo anche l’ombra dell’eversione neofascista. L’attentato al Treno del Sole si colloca poco prima della costituzione del Comitato d’Azione per Reggio capoluogo guidato dal dirigente missino Ciccio Franco e quasi cinque mesi prima del tentato colpo di Stato in Italia, noto come Golpe Borghese. Con la guida di Julio Valerio Borghese, già comandante della X flottiglia Mas durante la Repubblica di Salò, e sotto l’egida del Fronte nazionale e di Avanguardia azionale, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970 il golpe fu misteriosamente annullato.
    Ma torniamo al 22 luglio di quello stesso anno a Gioia Tauro. Erano passati dieci minuti dopo le diciassette, quando la violenza del deragliamento destabilizzò le carrozze del treno direttissimo Palermo-Torino, detto Treno del Sole.
    Mentre importanti quotidiani nazionali parlarono subito di attentato, tra questi il Corriere della Sera con Mario Righetti, il questore Emilio Santillo stemperò i toni invitando a non diffamare la Calabria. La prima indagine giudiziaria concluse che si trattò di un cedimento strutturale, per un difetto tecnico nel materiale rotabile o nel materiale di armamento, dunque non causato da esplosivo. Una rotaia risultava, infatti, divelta e con la suola deformata. Eppure era stato accertato che i binari erano stati più volte ispezionati quello stesso giorno, solo poche ore prima, e che non erano state registrate anomalie, disallineamenti o manomissioni. In seguito emerse altresì che nessun termometro era stato tuttavia utilizzato in sede di ispezione per il controllo dell’effettiva temperatura delle rotaie. Eppure si era in piena estate, a luglio, in località esposte a temperature alte. Si pensò a gravi negligenze e furono formulate le accuse di disastro e omicidio colposo, anche perché nessuna traccia di esplosivo venne mai trovata e i passeggeri riferirono di non avere sentito alcuna deflagrazione conseguente allo scoppio di un ordigno. Vennero iscritti nel registro degli indagati quattro dipendenti delle Ferrovie accusati di disastro e omicidio colposo plurimo: il caposquadra Emilio Carrera, il sorvegliante Giuseppe Iannelli, il capostazione Emanuele Guido, e l’addetto alla verifica dell’armamento ferroviario Francesco Crea. Venne ignorato anche l’esito della perizia tecnica che escludeva le ipotesi di errore o di guasto per dichiarare plausibile l’impiego di esplosivo che, deflagrato all’aperto, avrebbe potuto non lasciare traccia nella immediate vicinanza. La perizia venne successivamente integrata con un’altra che confermava tale ipotesi.
    I dipendenti di Ferrovie dello Stato furono così assolti e l’indagine si concluse con una ipotesi di attentato dinamitardo che restò solo tale fino a quando le dichiarazioni rese nel processo Olimpia I, da due pentiti di ndrangheta, tra cui Giacomo Ubaldo Lauro, non imposero nei primi anni Novanta la riapertura del caso anche sulla base di legami all’epoca nascenti tra la criminalità organizzata e l’eversione nera.
    Saltò allora fuori il nome di Vito Silverini, fascista che avrebbe posizionato l’ordigno su commissione del comitato d’Azione che animava a Reggio i moti. Comitato che avrebbe pagato lo stesso Lauro che consegnò l’esplosivo a Silverini.
    Quest’ultimo, quel pomeriggio, avrebbe agito unitamente Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo.
    A confermare il quadro, pochi mesi dopo, il pentito Carmine Dominici esponente di Avanguardia Nazionale che confermò anche i mandanti della strage. Tuttavia l’inchiesta si concluse con una serie di proscioglimenti.
    Solo nel 2001 la Corte di assise di Palmi stigmatizzò l’insufficienze della indagini condotte nei venti anni precedenti in cui non venne mai avvalorata l’ipotesi di atto doloso alla base della strage. Silverini, Caracciolo e Scarcella vennero condannati come esecutori della strage compiuta con esplosivo ma erano già deceduti. Giacomo Ubaldo Lauro, che aveva fornito l’esplosivo, fu assolto per mancanza di dolo. Nel marzo del 2003 fu confermata la sentenza dalla corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria.
    Nessuna condanna per i mandanti che rimangono ad oggi ignoti, nonostante qualche stralcio di inchiesta successiva e nonostante rimanga invocata una nuova inchiesta per quello che fu archiviato come incidente stradale, in cui morirono i cosiddetti ‘anarchici della Baracca’ (come veniva denominato il luogo di ritrovo degli anarchici a Reggio Calabria negli anni Sessanta) protagonisti del libro-inchiesta “Cinque anarchici del Sud” dello scrittore reggino Fabio Cuzzola. Poco più di due mesi dopo la strage, infatti, rimasero vittime in un incidente d’auto cinque giovani anarchici, animatori di una controinformazione, documentale e fotografica, su quanto stava avvenendo nel reggino in quegli anni così caldi. L’episodio ancora rivendica, a distanza di oltre 40 anni, la dignità di fatto storico tutt’altro che minore e l’inchiesta condotta lasciò non pochi dubbi da chiarire e tra questi quello della posizione dei cadaveri rispetto ai due veicoli scontratisi. Con ogni probabilità avrebbero dovuto consegnare un delicato rapporto sulla strage ferroviaria di Gioia Tauro ad un avvocato nella Capitale. L’importanza dei documenti aveva reso necessaria la consegna brevi manu.
    Erano da poco trascorse le ore 23 del 26 settembre del 1970. Chilometro 58 dell’autostrada A1 Napoli-Roma. Cinque giovani erano diretti da Vibo Valentia a Roma, su una mini minor gialla. Un impatto contro un autotreno è fatale per tutti. Angelo Casile, 20 anni, Franco Scordo, 18 anni, Luigi Lo Celso, 26 anni, e Gianni Aricò, 22 anni, tutti calabresi e tutti anarchici, e poi la fidanzata tedesca diciottenne di Gianni, Annelise Borth, incinta di due mesi. E’ un incidente mortale misterioso come la scomparsa di quei documenti, evidentemente troppo importanti, sulla rivolta di Reggio e sul deragliamento del treno a Gioia Tauro.  Nel gennaio del 1971 la procura di Roma restituì il procedimento di indagine alla procura di Frosinone che, con decreto del giudice istruttore, scrisse la parola fine e archiviò il caso come incidente autostradale nello stesso anno. Nel 2001 Salvo Boemi della direzione antimafia calabrese sollevò un dubbio sulla qualificazione di incidente del fatto data la mole di documenti fatta sparire. Non ci fu alcun seguito.
    Restano tanti dubbi, tuttavia, su quei documenti scomparsi. Forse le rivelazioni contenute in quel dossier, che avevano con loro in macchina prima dell’incidente sull’A1 e che non fu mai trovato, potevano riferire delle stesse informazioni dirompenti che Mauro De Mauro, cronista dell’Ora di Palermo, fatto scomparire dalla mafia il 16 settembre dello stesso anno, avrebbe dovuto svelare nel suo reportage giornalistico. Misteri, purtroppo, destinati a rimanere tali.