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    Memorie – Natalia Ginzburg: Calabria mediata da Ernst Bernhard e Cesare Pavese

    di Anna Foti – “Appresi, qualche tempo fa, che anche in Calabria funzionò, durante l’ultima guerra, un campo di concentramento per ebrei. Strano che il fatto non fosse di conoscenza comune e che le notizie ricevute fossero vaghe e confuse. Ne parlai e a Natalia Ginzburg, credendo di rivelarle cosa che potesse ignorare; ma ella era informata di tutto. Sapeva che nessuno degli internati era stato ucciso né era stato seviziato in emulazione coi lager tedeschi. E’ stato anzi un campo speciale, distintosi per umanità di trattamento sugli altri costruiti in Italia”. Scriveva così il calabrese Mario La Cava in un articolo sul campo di Ferramonti di Tarsia, pubblicato sul Corriere della Sera nel 1984.
    Uomo di cultura del profondo Sud, Mario La Cava aveva parlato della sua scoperta con la scrittrice nata da padre ebreo triestino e madre milanese cattolica nel profondo sud, in Sicilia, cresciuta in Piemonte nel profondo nord e che con la sua copiosa opera aveva segnato il Novecento: Natalia (Levi) Ginzburg.
    La scrittrice, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita il venticinquesimo anno dalla scomparsa, definita voce nella storia e segno forte nella realtà per i suoi scritti poliedrici (narrativa,, racconti, teatro, saggistica), una donna con la vita addosso e nel cuore le parole per raccontarla, non fu mai in Calabria nella sua vita pure segnata dal confino, come fu quella dell’amico scrittore Cesare Pavese che invece visse proprio in Calabria il suo esilio, a Brancaleone calabro tra i gelsomini e il mare nel 1935, prima di fare ritorno in Piemonte, a Torino. Il confino di Natalia Ginzburg fu, invece, a Pizzoli in Abruzzo mentre in Calabria nel campo di Ferramonti, migliaia di ebrei non andavano incontro alle camere a gas pur essendo internati.
    Proprio a Ferramonti fu internato anche il berlinese Ernst Bernhard. Sua è una delle testimonianze più importanti sul campo calabrese, resa attraverso il carteggio con la moglie Dora, curato e dato alle stampe dalla scrittrice Luciana Marinangeli. Il noto psichiatra, allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo, dopo la guerra operò in Italia, fondando il Centro Italiano di Psicologia Analitica ed ebbe in cura molti personaggi di spicco della cultura italiana tra cui proprio la scrittrice, di origini siciliane ma piemontese di adozione, Natalia Ginzburg.
    Nacque in Sicilia ma la sua vita fu lontano, altrove. Tra la sua nascita, a Palermo nel luglio del 1916, e la sua morte, a Roma 75 anni dopo nel 1991, tra la via Pallamaglio a Torino e la zona Pantheon di Roma, si snodò la sua vita e in mezzo il confino abruzzese a Pizzoli, i fatti del Novecento, le storie, le vicende personali che Natalia Ginzburg iniziò a scrivere fin da giovanissima, dimostrando una spiccata predilezione per il racconto, un’attitudine alla parola a prescindere dal genere letterario ed una straordinaria capacità di intrecciare la Storia e le storie e di universalizzare la quotidianità. Scriveva a mano, fumando e senza mai fermarsi. Lo testimoniano le sue tantissime opere, capaci di smontare da dentro ogni verità e di essere scrigno caleidoscopico di vita, caos, enigmi, memoria, umanità semplice, gioia e sofferenza, saggezza e ironia. L’autobiografismo si dichiarò in una tutta la sua compiutezza nell’opera che la rese più celebre “Lessico Famigliare” (1963) – un titolo che è ormai un proverbio d’autore – in cui le parole e le persone della sua infanzia e della sua adolescenza sono un tutt’uno in quegli aneddoti raccontati con quelle parole che rendono tutti riconoscibili anche “al buio di una grotta, tra una moltitudine di persone”; parole, attinte dal “vocabolario dei giorni andati” e che tra le sue mani si moltiplicano con una naturalezza disarmante, propria di chi si libera dal passato senza infingimenti, di chi sta testimoniando un’esistenza per tramandarla ai posteri, di chi sta dipingendo un’epoca attraverso il linguaggio per salvarla dall’erosione del tempo. In questa opera la pratica intima, non confessata, della scrittura/vita di Natalia Ginzburg manifesta l’espressione più alta anche perché, lei diceva che, pure prima di questo autobiografismo dichiarato, la realtà l’aveva sempre raccontata.
    La sua infanzia e la sua adolescenza a Torino furono malinconiche e solitarie e la sua esistenza segnata da un dolore che seppe vivere e raccontare sempre con grande intensità e compostezza. Il padre processato per antifascismo e il primo marito Leone Ginzburg (cognome con cui dalla sua morte firmò tutte le sue opere), torturato e ucciso nel carcere romano di Regina Coeli nel 1944. Poi ancora l’esilio e il confino senza alcun segno di resa. Sopravvissuta a due dei suoi cinque figli, Susanna e Antonio, avuti con il secondo marito l’anglista Gabriele Baldini. Nati con disabilità sono morti prima di lei. Antonio aveva addirittura poco più di un anno. Eppure la sua esistenza fu un incessante inno alla vita con l’ardita ironia di chi ha capito che nessuna verità, soprattutto dolorosa, è sopportabile senza un filo di leggerezza e con quella nostalgica tenerezza che rende l’esistenza preziosa al punto da volerla fermare e consegnare alla memoria con le parole e la scrittura, mescolando la vita di tutti i giorni con profonde dimensioni esistenziali. “Memoria” è il titolo della lirica struggente in cui racchiuse il suo dolore per la morte di suo marito Leone, a lungo perseguitato, anche al rientro dal confino. “Allora quando piangevi/c’era la sua voce serena./Allora quando ridevi/c’era il suo riso sommesso./Ma il cancello che a sera/s’apriva, restera’ chiuso/per sempre, e deserta/è la tua giovinezza./Spento il fuoco/vuota la casa”. Sarà proprio il confino in Abruzzo, un esilio forzato, durante il quale nacque la terza figlia Alessandra, sorella di Carlo e Andrea, la dimensione in cui scrisse il primo romanzo mascherando la sua identità di esiliata e reietta dal regime. Era il 1942, il titolo del romanzo era “La strada che va in città”, lo pseudonimo Alessandra Tornimparte. Il primo racconto risaliva già al 1933. Si intitolava “Bambini”; Natalia lo aveva firmato a soli diciannove anni e pubblicato sulla rivista Solaria. Nessuna resa e invece il dolore la attendeva al suo ritorno dal confino, nella Roma liberata. Il suo Leone sarebbe morto poco dopo. La figlia Alessandra non lo ricorda neppure. In quella scelta di firmare le sue opere con il cognome Ginzburg e non Levi, tutta la sua volontà di intraprendere la sua vita ancora con il marito al fianco. Una vita che, era già chiaro, era di una scrittrice attiva. Dopo quel primo romanzo, ne seguirono tanti altri* e con una disinvoltura nei generi davvero singolare.
    La casa editrice Einaudi, fondata dal marito e da Giulio Einaudi, divenne la sua casa e la sua vita proseguì a Roma dove nel 1950 sposò l’anglista Gabriele Baldini con cui ebbe due figli, entrambi morti prima di lei.
    Tanta forza in una donna che Oriana Fallaci definiva vera e pudica, dal volto maschile come intagliato nel legno, tante vite in una quella di una scrittrice ma non solo: il suo impegno antifascista, la sua amicizia con Elsa Morante, Cesare Pavese, Vittorio Foa, Norberto Bobbio, Giorgio Agosti, l’esperienza di deputata eletta nel PCI nel 1993, articoli, libri, due premi (Strega per “Lessico Famigliare” nel 1963 e Viareggio per la raccolta di racconti lunghi “Valentino”), l’esperienza cinematografica di attrice nel “Vangelo secondo Matteo”(1964) di Pierpaolo Pasolini ed un attivismo politico che si orientò a sinistra dopo le stragi, durante gli anni di Piombo. Firmò a lungo articoli per il Corriere della Sera e L’unità, difese Pinelli e i crocefissi nella scuole e non trascurò di misurarsi, con successo, con la traduzione de “La strada di Swann” di Proust, scrittore dentro il tempo, cantore del tempo fuggitivo e innamorato della memoria proprio come Natalia. Scrisse tanto, contribuendo così alla cultura del Novecento. “(…) Neanche io rimpiango i mestieri che non ho fatto ma io tanto non ne avrei saputo fare nessuno. Io non avrei potuto fare che un mestiere, un mestiere solo: il mestiere che ho scelto, e che faccio, quasi dall’infanzia. Io scrivo racconti (…)” (da Le piccole virtù).
    Una sensibilità fine e arguta al servizio di una scrittura dalla voce dal ritmi sicuri, fin da subito. Non la musica, non la pittura, non il teatro la appassionavano, solo la poesia era tutto ciò che capiva, aveva scritto. Ai suoi figli ha lasciato un’eredità di valori solidi come l’amore per la vita, il rifiuto dell’ipocrisia, la pazienza di attendere la propria vocazione, la responsabilità e il rispetto per gli altri. Interrogò il suo tempo e molte risposte non furono trovate e mai lo saranno. “(…) Non possiamo sapere com’è Dio e di tutto ciò che vorremmo sapere è la sola cosa essenziale (…)” (“Non possiamo saperlo”, 1965).

    *Opere (Wikipedia)
    Romanzi e racconti
    La strada che va in città, come Alessandra Tornimparte, Torino, Einaudi, 1942.
    La strada che va in città e altri racconti, Roma, Einaudi, 1945.
    È stato così, Torino, Einaudi, 1947.
    Tutti i nostri ieri, Torino, Einaudi, 1952.
    Valentino, Torino, Einaudi, 1957.
    Sagittario, Torino, Einaudi, 1957.
    Le voci della sera, Torino, Einaudi, 1961.
    Lessico famigliare, Torino, Einaudi, 1963.
    Cinque romanzi brevi, Torino, Einaudi, 1964. [Contiene: La strada che va in città; È stato cosi; Valentino; Sagittario; Le voci della sera] Caro Michele, Milano, Mondadori, 1973; Torino, Einaudi, 1995
    Famiglia, Torino, Einaudi, 1977.
    La famiglia Manzoni, Torino, Einaudi, 1983.
    La città e la casa, Torino, Einaudi, 1984.
    Opere, raccolte e ordinate dall’Autore,
    I, Milano, A. Mondadori, 1986. [Contiene: La strada che va in città; È stato cosi; Racconti brevi: Valentino; Tutti i nostri ieri; Sagittario; Le voci della sera; Le piccole virtù; Lessico famigliare; Commedie.] II, Milano, A. Mondadori, 1987. [Contiene: Mai devi domandarmi; Paese di mare; Caro Michele; Vita immaginaria; La famiglia Manzoni; scritti sparsi, La città e la casa; Famiglia] Cinque romanzi brevi e altri racconti, Torino, Einaudi, 1993. [Contiene: La strada che va in città; È stato cosi; Valentino; Sagittario; Le voci della sera; Un’assenza; Casa al mare; Mio marito; La madre; Estate] Saggi e memorie
    Marcel Proust, poeta della memoria, in Giansiro Ferrata e Natalia Ginzburg, Romanzi del ‘900, I, Torino, Edizioni radio italiana, 1956.
    Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962 (dal 2005 a cura di Domenico Scarpa)
    Mai devi domandarmi, Garzanti, Milano 1970; poi Einaudi, Torino, 1989, dal 2002 con introduzione di Cesare Garboli (raccoglie prevalentemente articoli pubblicati su La Stampa negli anni 1968-1970, con alcuni scritti inediti)
    Vita immaginaria, Mondadori, Milano 1974 (raccoglie articoli pubblicati su La Stampa e sul Corriere della sera negli anni 1969-1974, con un inedito)
    Serena Cruz o la vera giustizia, Einaudi, Torino, 1990, ISBN 88-06-11749-1
    È difficile parlare di sé. Conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi, a cura di Cesare Garboli e Lisa Ginzburg, Einaudi, Torino 1999
    Non possiamo saperlo. Saggi 1973-1990, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, Torino 2001 (raccoglie scritti di letteratura e di cinema, ricordi di amici scomparsi, pronunciamenti su questioni morali, interventi politici e una Autobiografia in terza persona)

    Un’assenza. Racconti, memorie, cronache 1933-1988, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, Torino 2016 (contiene, tra le altre cose, alcuni reportage giornalistici, la poesia Memoria e il Discorso sulle donne)
    Teatro
    Ti ho sposato per allegria, Torino, Einaudi, 1966 (da cui fu tratto il film di Luciano Salce nel 1967)
    Ti ho sposato per allegria e altre commedie, Torino, Einaudi, 1968. [contiene: Ti ho sposato per allegria; L’inserzione; Fragola e panna; La segretaria] Paese di mare e altre commedie, Milano, Garzanti, 1971. [contiene: Dialogo; Paese di mare; La porta sbagliata; La parrucca] Teatro, Torino, Einaudi, 1990. [contiene i testi di Paese di mare e altre commedie preceduti da L’intervista e La poltrona] Tutto il teatro, a cura di Domenico Scarpa, Torino, Einaudi, 2005. [contiene i testi di Ti ho sposato per allegria e altre commedie e Teatro, seguiti da Il cormorano] Traduzioni
    Vercors, Il silenzio del mare, Einaudi, Roma, 1945
    Marcel Proust, La strada di Swann, Einaudi, Torino 1946
    Gustave Flaubert, La signora Bovary, Einaudi, Torino, 1983
    Molyda Szymusiak, Il racconto di Peuw, bambina cambogiana, Einaudi, Torino, 1986
    Sirkku Talja, Non mi dimenticare, Bollati Boringhieri, Torino, 1988
    Guy de Maupassant, Una vita, a cura di Giacomo Magrini, Einaudi, Torino, 1994
    Lettere
    (con Cesare Pavese e Felice Balbo) Lettere a Ludovica, a cura di Carlo Ginzburg, Archinto 2008 (raccoglie lettere a Ludovica Nagel).