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Due domande sul martirio degli Ortodossi reggini

Io ricordo quel giorno quando si inaugurò una chiesa ortodossa per la prima volta dopo mille anni a Reggio. Ero liceale e non mi spuntava ancora la barba, per quanto mi ci sforzassi. Ricordo i patriarchi, che invece la barba l’avevano, bianca e crespa, brillante su vestiti nere, monaci come quelli delle storie e che guardavano come in una favola una bomboniera d’arte e di architettura dal gusto di altri tempi quale è la Chiesa di San Polo dei Greci. Ed io ricordo anche quando vidi lì una comunità di fedeli feriti nel profondo, che parevano tante formiche dolenti mentre si accalcavano a salvare testi sacri su cui s’erano abbattute insolenti le fiamme appiccate da qualche mano vile. C’ero anche io a fare d’anello in quella catena umana che univa la sagrestia al sagrato in un passamano di libri e le suppellettili annerite.

Lì non ricordo ortodossi o cattolici o ebrei o mussulmani o atei, lì nel puzzo di plastica arsa, vi erano e ricordo donne ed uomini che si ostinavano in quell’amaro a cercare un retrogusto di speranza. Lo trovarono perché la Chiesa risorse, essa è là e lì resta. Io lo ricordo, perché qualche mese prima di quell’attentato, anche casa mia era stata violata ed i miei libri sottoposti allo spettro delle fiamme, per mano intimidatoria e criminale. Io lo ricordo, gli ortodossi lo ricordano ed i delinquenti pure. Chi dimentica allora? Reggio ed i reggini. Come? Perché?

Francesco Ventura

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