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    Reggio – Ferragosto di melma…

    È Ferragosto. Nel pomeriggio decido di fare un giro in centro con il mio compagno per portare a spasso il cane. Non ho grandi aspettative su quello che troverò nonostante lo sforzo più o meno pratico di trovare a questa città una vocazione turistica, ma mi auguro di essere smentita perché, sotto una sottile scorza di cinismo, sono inguaribile ottimista.
    La gente comincia a tornare dal mare e a popolare i pochi locali aperti su Corso Garibaldi, si vedono facce di tutti colori, coppie con bambini, giovani seduti ai tavoli dei caffè, anziani che si trascinano stanchi da un lato all’altro della strada, tutto sommato un atmosfera vivace se si considera l’orario e la temperatura.
    Una leggera brezza arriva da una delle traversa che porta al mare, decidiamo di spostarci in basso e seguire la linea di costa prima di tornare all’auto. Qui lo sgomento. Percorrendo la “via marina bassa” in direzione sud lo spettacolo che la natura offre toglie il fiato. Il sole tramonta dietro i dolci rilievi siciliani, la calda luce rossa volge i tamerici alle mie spalle, il mare è un invitante tavola blu/arancio, ma poi metto a fuoco quello che c’è attorno a me: un tappeto di fazzoletti sporchi, immondizia letteralmente ovunque, buste, lattine, bottiglie, tutto quello che si può immaginare di trovare (e anche quello che non ti immagini) in una discarica. Continuando a percorrere la strada che passa dietro la stazione mi avvicino alla ringhiera che separa il marciapiedi dalla spiaggia sottostante e lo spettacolo lì non è diverso. La foce del Calopinace, il luogo in cui, secondo la leggenda, la stessa Reggio fu fondata, è uno spettacolo desolante di melma e buste della spazzatura. Accelero il passo perché il rischio di prendere qualche malattia non mi sembra così remoto e mi sento depressa sconfortata.
    È questa la vocazione turistica della città? Pensiamo che bastino i bronzi e due lidi a far decollare l’economia? Come cittadina, mi vergogno. E mi vergogno così tanto che fa male fisicamente. Già il fatto che ci sia differenza tra il centro città e le periferie è da paese del terzo mondo, ma qui siamo in pieno centro storico, a 50 m dalla stazione centrale e dagli scavi archeologici che testimoniano le nostre origini greco/romane, a 10 m da quel mare che dovrebbe fornirci la metà degli introiti relativi al turismo.
    E la mia rabbia non si rivolge solo alle istituzioni che non sono in grado di tenere 1 km di costa in maniera decorosa (cosa gravissima peraltro), si rivolge a tutte quelle persone che pensano che buttare il pacchetto di sigarette dalla macchina in corsa sia una cosa normale, a quei ragazzini che si appartano al tempietto e abbandonano al proprio destino i rifiuti che producono, ai giovani che consumano una bibita e sono convinti che il vuoto appartenga alla comunità e lo abbandonano graziosamente su un muretto.
    Sono arrabbiata, sconfortata, umiliata. Penso a tutti i miei amici e ai miei parenti costretti ad andare via per poter campare. Si pensa davvero che questo non abbia nulla a che fare con il degrado in cui viviamo? Se questa città fosse un posto più accogliente, se la gente non pensasse solo a farsi i rubinetti d’oro in casa senza crearsi alcun problema a lasciare la busta dell’immondizia accanto al cassonetto vuoto, quanti posti di lavoro in più nel turismo potrebbero esserci? In tutta coscienza, come potrei portare un gruppo di turisti che vuole fare escursionismo in Aspromonte a visitare il centro città e assistere a questo scempio? Come potrei permettere che, oltre ai ricordi, portino a casa anche il tifo? Con buona pace di chi in centro città ha un’attività commerciale, questo è senz’altro un segno meno sul bilancio.
    Forse queste mie parole rimarranno nel vento, forse è solo lo sfogo di qualcuno che ci ha creduto per 36 anni e si sente sconfitta dall’ignoranza e menefreghismo in un assolato lunedì di Ferragosto“.