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    Antonino De Masi: “Gioia Tauro non è solo una crisi”

    Di seguito la lettera aperta a firma di Antonino De Masi inviata alle istituzioni ed alle organizzazioni sindacali che nasce dalle manifestazioni di protesta nel Porto di Gioia Tauro. «Credo che sia un mio dovere di cittadino ed imprenditore che opera in questa terra richiamare tutti alla reale posta in gioco, il Porto di Gioia Tauro è un bene “pubblico” che ha una rilevanza sociale ed economica che va molto aldilà di un’attività produttiva».

    Illustrissimi,

    ho ritenuto di partecipare alla manifestazione del 22 u.s. organizzata dal sindacato SUL al porto di Gioia Tauro perché credo che il tema di quella protesta non fosse solo quello, già di per se importante, dei 300/400 posti di lavoro che possono perdersi dopo il periodo di cassa integrazione, ma quello ancor più drammatico della vita o morte del “sistema porto”. La vita o la morte quindi di un sistema che oggi garantisce non solo oltre 2000 posti di lavoro con l’indotto, ma che rappresenta la sola speranza di un futuro.

    Sono del parere che la crisi del mezzogiorno non la si affronta con i soldi a pioggia, con i fondi perduti. Quante risorse sono state dilapidate in questo modo senza che ciò portasse nessuna concreta ricaduta economica, sociale ed occupazionale? Credo che se avessimo il coraggio di guardare indietro e capire il fallimento, il disastro, che abbiamo lasciato dietro le spalle, forse ci accorgeremmo che le stesse manovre, oggi, seppur fatte con nomi diversi, nulla produrranno. Verità queste che tutti sanno, ma che si fa finta di non sapere: va di moda invece piangersi addosso e chiedere al governo aiuto e sostegno, facendo in tal modo il gioco di una classe di padroni e padrini che in questi decenni si sono appropriati di quelle ingenti somme di denaro destinate allo sviluppo.

    Il sud ed in particolare la Calabria è diventato (ci scandalizziamo a dirlo ma è la verità) il bubbone puzzolente del Paese e forse anche d’Europa. Siamo una delle poche aree in ritardo di sviluppo, dove la differenza di reddito pro-capite tra nord e sud è del doppio. Gli indicatori economici e quelli sull’occupazione sono pugni nello stomaco per tutti ed una fotografia drammatica che abbiamo sotto gli occhi ma che ancora ci ostiniamo a non vedere. Non è questa la sede ma certamente potrei citare tantissimi casi in cui con interventi specifici in aree molto più grandi del nostro sud che presentavano arretratezze culturali, sociali ed infrastrutturali molto peggiori delle nostre (Germania Est, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Andalusia, Portogallo, etc), sono state “riallineate” al resto dei paesi sviluppati.

    Perché in quelle aree è stato possibile e da noi in Calabria no? Quale risposta? Oggi chiunque avesse somme da investire ed un prodotto da produrre, perché dovrebbe scegliere la Calabria? Dove mancano infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie), dove non c’è un servizio sanitario degno di tale nome, dove i servizi per le aziende sono da terzo mondo, dove il sistema scolastico ha un gap di circa due lustri rispetto al nord? Per non parlare delle Università calabresi che hanno dimenticato che dovrebbero essere il volano dello sviluppo ed il punto di riferimento scientifico e dell’innovazione sul territorio, come avviene in tutto il mondo, ed invece vi è un distacco totale tra aziende, territorio ed università che è incomprensibile. Cosa dire poi della burocrazia locale e del rapporto tra istituzioni amministrative ed i vari enti pubblici con le aziende. Le aziende e gli imprenditori sono visti spesse volte come una “mucca da mungere”, ancora al livello di “ti metto il timbro e tu mi assumi un parente”. Verità e fatti che tutto sanno, ma che è preferibile far finta di non sapere e vedere. Perché quindi creare impresa ed investire qui?

    Ho lasciato per ultimo quella che io reputo “la madre” di tutti i fallimenti delle politiche di sviluppo e sociali: la criminalità o meglio la ndrangheta. La domanda è: può esistere uno sviluppo legale in presenza di un’organizzazione criminale che controlla il territorio? E la risposta non può essere che: No! Non può esserci nessuno sviluppo se non c’è una precondizione assoluta: la legalità ed uno Stato autorevole. Non può esserci sviluppo se “qui comandano loro”, la democrazia, lo sviluppo ed il lavoro sono in antitesi con la criminalità, così come lo debbono essere le imprese e l’economia sana. Tutti sanno che dietro il lavoro nero, sottopagato o schiavizzato come spesso avviene vi sono le organizzazioni criminali che si fanno da garante. Estorcere, pratica comune in territori come questi, il 30/40% della busta paga al lavoratore significa di fatto imporre un’estorsione all’operaio e creare nello pseudo imprenditore una ingente ricchezza (significa almeno 10/12 mila Euro per anno a lavoratore), producendo inoltre una turbativa sul mercato in quanto un’azienda sana, per il fatto di operare nella legalità, è messa fuori mercato, mentre vince chi non lo è. I fatti di cronaca e le indagini della magistratura ci hanno fatto leggere le “white list” di aziende gradite al sistema criminale e dallo stesso imposte, mentre le altre venivano buttate fuori, per non parlare poi dell’accesso al credito ed ai finanziamenti pubblici gestiti spesse volte da un sistema colluso di padrini e padroni.

    Questo è il sud, questa è purtroppo la Calabria, lo abbiamo forse dimenticato? O preferiamo come diceva Benigni dire che “il problema a Palermo è il traffico”? Per molto tempo alcuni ben pensanti hanno affermato che la criminalità non era un problema e che con essa si poteva trattare e convivere. Guardiamoci attorno e vediamo quali sono i risultati: tutti i ragazzi, tutta la gioventù calabrese, i nostri figli, sono stati costretti da noi stessi ad andare via. Noi tutti abbiamo con la nostra omertà, con il nostro far finta di non vedere e capire, contribuito a creare quella terra bruciata intorno alle future generazioni. E’ totalmente nostra la responsabilità che li sta facendo scappare da qui. Questo noi abbiamo fatto, e non lo dobbiamo mai dimenticare. La mafia come tutte le organizzazioni criminali che proliferano in un territorio lo fanno perché trovano un terreno fertile nel tessuto sociale che li protegge. Noi calabresi questo stiamo facendo, anche oggi.

    Da ciò si evince che, o la mia analisi e sbagliata, è folle, oppure purtroppo non c’è futuro, la partita è ormai persa. E’ chiaro a tutti che se non si sconfigge la criminalità non può esserci futuro, ma la criminalità non può essere sconfitta solo dalla repressione di uno Stato, anche se autorevole e fermo, la gente vuole mangiare e vuole avere la certezza che domani ha di che sfamare i propri figli, quindi il lavoro è un elemento imprescindibile senza il quale non può esserci futuro. Il lavoro e le imprese quindi sono la base si cui costruire una sperata nuova “cultura” della legalità. Gioia Tauro, grazie a MedCenter Container Terminal, e ciò non va dimenticato, ha dato la possibilità, facendo certamente i propri interessi, e dando lavoro, di innescare in ogni lavoratore la cultura dei diritti e dei doveri. All’interno della cinta portuale si parla di rappresentanze sindacali, di contrapposizioni, si parla di democrazia e di libertà, si parla di diritti e doveri dei lavoratori. Per quelle migliaia di persone oggi il sistema porto rappresenta la possibilità di crescere affrancati da quella cultura criminale che altrimenti li avrebbe fagocitati.

    Proviamo adesso ad immaginare un paventato pericolo di chiusura del porto cosa significherebbe per i lavoratori, e in particolare per la regione tutta. Significa, e lo dico in modo forte e chiaro a chi fa finta di non capire, mettere nelle mani della mafia migliaia di persone in cerca di un lavoro, significa accrescere gli eserciti di tali organizzazioni. Il sistema Porto in questo territorio va molto al di là di un’attività produttiva, oggi il sistema porto è il fortino che presidia la legalità, o quello che ne resta, in una terra che rischia di trascinarsi con le sue negatività tutto il resto del Paese. Il tema non è quindi solo quello di 300/400 posti di lavoro, ma il futuro della Calabria e, permettetemi, dell’Italia. La mia è un’analisi che nasce dal leggere relazioni di esperti che dimostrano come il sistema Gioia Tauro è in abbandono, come i movimenti di merce promessi non vengono mantenuti, non per crisi, ma per decisioni strategiche. Territorio tutto, Istituzioni, imprese, organizzazioni sindacali, società civile, famiglie, riuniamoci tutti ed abbracciamo il Porto di Gioia Tauro per proteggerlo, per rivendicarne la “proprietà” come bene collettivo e come strumento (ultimo) di speranza per le prossime generazioni. Qui non ci sono colori politici, non ci sono contrapposizioni, ma solamente il bene pubblico, quello dei calabresi e degli italiani, il futuro di questa terra, del nostro Paese. E per tale ragione invito tutti e le Istituzioni in particolare a far sedere intorno ad un tavolo i soggetti preposti, in quanto non è il momento di essere uno contro l’altro, ma uno con l’altro, a parlare in modo autorevole e serio del futuro, con fatti concreti e con il rispetto che si deve ai nostri figli, figli di questa terra.

     

    Antonino De Masi