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Storie di calabresi lontani da casa – Gregory Corso, il poeta calabrese della Beat Generation

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di Damiano Praticò –
“Io sono di una razza ricca del tempo della terra / Mia nonna era una donna delle caverne / nei monti di Calabria / e sorvegliava le capre, le pecore, e gli alberi di limone /

dove Pitagora faceva lezione”.

Di lui, Jack Kerouac disse: “Era un ragazzo duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti e che cantava canzoni italiane con la stessa dolcezza di Caruso e Sinatra”.

Gregory Corso è il poeta calabrese della Beat Generation, amico dello stesso Kerouac, di Allen Ginsberg, di William S. Burroughs e di tanti altri sognatori romantici appartenenti a questa corrente letteraria americana del secondo dopoguerra. Il suo vero nome era Gregorio Nunzio Corso, nato a New York il 26 marzo 1930 da genitori italiani: suo padre, Sam, era calabrese.

La madre – appena sedicenne – dopo il parto, si separò dal marito e tornò in Italia dalla sua famiglia. Gregory trascorse un’infanzia dura e randagia, divisa tra la strada, tentativi di adozione, orfanotrofi e, più tardi, riformatori e prigioni. Quando aveva 11 anni, il padre si risposò e riprese il figlio con sé, ma dopo due anni Gregory scappò di casa. Nel 1947, venne condannato a tre anni di carcere per aver partecipato a una rapina. Li trascorse nella prigione di Clinton e, anche se aveva fatto solo le scuole elementari, iniziò a leggere avidamente e di tutto (anche volumi di retorica e dizionari) cominciando a scrivere i primi versi da autodidatta. A 20 anni uscì di prigione e disse: “Quando dicevo a mio padre che desideravo moltissimo scrivere, lui diceva che non c’è posto in questo mondo per uno “scrittore poeta”. Ma la prigione era diversa: c’era posto per uno “scrittore poeta”. Uscii da lì a 20 anni, colto e innamorato di Chatterton, Marlowe e Shelley”.

Nel 1950, tornò a vivere a New York, dove casualmente incontrò in un bar del Greenwich Village Allen Ginsberg che, colpito dai suoi testi e dal suo fervore poetico, lo presentò ai suoi amici e poi lo aiutò a trovare un editore per l’uscita della sua prima raccolta poetica: ‘The Vestal Lady Brattle and other poems’ (1955, La vestale di Brattle), con testi dedicati alla memoria del musicista “Bird” Parker e al poeta Dylan Thomas, sregolato come Corso e morto a New York nel 1953. I due poeti rimarranno amici per sempre e Ginsberg risolverà non poche situazioni di difficoltà economiche costantemente attraversate dall’amico Gregory.

Nel 1958, Corso pubblicò una seconda e più ampia raccolta, Gasoline (Benzina), ottavo volume della serie “City Lights Pocket Poets”, curata da Lawrence Ferlinghetti. Molti i testi surreali e ironici come “Non sparate sul facocero” o biografici, ad esempio “Capriccio italiano” e “Ritorno alla casa natale”. Ancora nel 1958, scrisse a Parigi e poi diffuse la famosa poesia “Bomba”, redatta in forma di fungo nucleare, sia per provocazione sia per reagire agli eccessi dei pacifisti. La poesia suscitò molte polemiche – tesseva le “lodi” per la bomba atomica – e vari tipi di accuse, ma in realtà usa toni ironici e corrosivi, talvolta comici (“Povera piccola Bomba che non sarai mai / una canzone eschimese Io ti amo / Voglio mettere un leccalecca / nella tua bocca forcuta / Una parrucca da Ricciolidoro sulla tua zucca pelata / e farti saltellare con me alla Hänsel e Gretel / attraverso lo schermo hollywoodiano”), contro ogni tipo di violenza quotidiana inflitta all’uomo (spesso non vista o trascurata da chi si occupa – e giustamente si preoccupa – della proliferazione nucleare), contro il fanatismo e la paura, contro l’aggressività del pensiero e, quindi, intimamente pacifista.

Nel 1960, Corso pubblicò la raccolta ‘The Happy Birthday of Death’ (Il buon compleanno della morte), mentre due anni dopo diede alle stampe ‘Long Live Man’ (Lunga vita all’uomo), quarta raccolta poetica, dedicata al padre Sam.

A 32 anni, Gregory Corso era un poeta eversivo e sperimentale: partecipa ai famosi e affollati “poetry reading” di San Francisco, in locali e in aule universitarie, in cui affascina gli spettatori con la sua forza umana e poetica; è il più giovane dei quattro padri della “beat generation” (Kerouac, Ginsberg, Burroughs e lui), nata a New York intorno al 1950, che come modello di vita sostiene la libertà da ogni vincolo sociale, il nomadismo, il rifiuto del conformismo e dell’opulenza americana, dell’assillo del denaro e del successo, la ricerca di nuove dimensioni di conoscenza attraverso il viaggio, la trasgressione, l’eros, l’uso di sostanze stupefacenti.

Durante i primi Anni Sessanta, i testi di Corso iniziarono a essere tradotti e a farsi apprezzare anche all’estero. In Italia, nel 1964, uscì l’antologia Poesia degli ultimi americani (Feltrinelli), a cura di Fernanda Pivano, che comprende “Bomba” e altre poesie di Corso. “Bomba” verrà poi letta da Vittorio Gassman nel film di Zampa La contestazione generale (1969).

La quinta raccolta di poesie di Corso venne pubblicata nel 1970, otto anni dopo l’ultima. Si intitolava ‘Elegiac Feelings American’ (Elegiaci sentimenti americani). La raccolta si apre con un lungo testo dedicato a Jack Kerouac – morto l’anno prima – e contiene testi imprevedibili, come quello sull’assassinio del presidente Kennedy, provocatori (“Dio è un masturbatore”) e critici verso gli Stati Uniti. Gli Anni Settanta segnano l’inizio della discesa letteraria di Corso, il quale pubblicò solo questa raccolta nel decennio.

L’ultima sua fatica letteraria, infatti, è datata 1981: ‘Herald of the Autochthonic Spirit’ (Nunzio dello spirito autoctonio), che – già nel titolo – richiama aspetti autobiografici (Nunzio era il suo nome di battesimo).

Nel 1989, uscì l’antologia tradotta in italiano nel volume della Newton Compton: ‘Mindfield: New and Selected Poems’, che contiene un’ampia selezione di poesie dalle sei raccolte pubblicate da Corso dal 1955 al 1981, con l’aggiunta di una corposa sezione di poesie inedite.

Pur non avendo mai avuto un lavoro stabile, pur essendo alcolista e tossicodipendente dall’inizio degli Anni Sessanta, Gregory Corso viaggiò molto (Sud America, Africa, Messico) e visse a lungo in Europa: in Francia, in Germania, in Spagna, in Inghilterra, in Grecia, in Italia. Trascorse quasi un decennio della sua vita (1957-1966) a Parigi, spesso all’Hotel Rachou – detto “Beat Hotel” – del Quartiere Latino. Qui risiedevano abitualmente gli scrittori americani della “beat generation” come Ginsberg, Orlovsky e Burroughs. Visse anche in Italia, ospite della Pivano a Milano (conosciuta nel 1960), e soprattutto a Roma, dove la sera si ubriacava nei bar e nelle vinoteche di Campo de’ Fiori e via del Governo Vecchio. Negli anni ’80, tenne molte letture in tutta Italia, dove ormai veniva considerato il rappresentante della poesia americana “beat”. Si sposò cinque volte e da ciascuna delle mogli ebbe un figlio.

Nel 2000, Corso venne operato a New York per un tumore alla prostata. L’11 gennaio 2001, morì a Robbinsdale, presso Minneapolis. Il 5 maggio dello stesso anno, le sue ceneri vennero trasportate in Italia e sepolte, per sua espressa volontà, nel Cimitero acattolico del Testaccio, sotto l’ombra della piramide Cestia, accanto ai suoi amati poeti inglesi Keats e Shelley. Sulla sua lapide, sono incisi i versi della poesia “Spirito”: Spirito / è Vita / Scorre attraverso / la mia morte / incessantemente / come un fiume / che non ha paura / di diventare / mare.

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