Home / CALABRIA / Memorie | La Grande Guerra e la memoria delle vittime della Prima Guerra Mondiale

Memorie | La Grande Guerra e la memoria delle vittime della Prima Guerra Mondiale

di Anna Foti – Il giorno della memoria dolorosa della Prima guerra mondiale che tra il 1914 e il 1918 impegnò 28 nazioni. L’Italia fu in guerra l’Italia dal 21 maggio 1915 al 4 novembre del 1918. Si combatté via mare, via cielo e via terra. Furono 17 milioni le vittime tra militari e civili, oltre venti milioni i feriti e mutilati. Stime addirittura moltiplicano le drammatiche cifre di questo conflitto scoppiato esattamente 100 anni fa, passato alla storia come la Grande Guerra. Un secolo esatto è passato e la memoria di questo conflitto non è stata la stessa nel tempo.

Sanguinose pagine di storia, meno conosciute ma più documentate rispetto a quelle che rievocano la Seconda guerra mondiale, scorrono per l’Italia fino al novembre 1918.”Eppure la Grande Guerra – ha ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella –  ha pesato molto sullo svolgersi dei decenni successivi. Si può dire che l’Italia e l’Europa tra le due guerre siano state segnate, quasi ristrutturate, dagli esiti del primo grande conflitto globale. La Grande Guerra è stato uno spartiacque della storia. Fu una storia di sacrificio, coraggio e onore. Emersero però anche germi perversi che avrebbero continuato a produrre i loro effetti fino a vent’anni più tardi».

Il 4 novembre è oggi festa delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale, la più antica festa per l’Italia, istituita nel 1919, che ha resistito alle varie epoche storiche, al regime fascista, all’avvento della Repubblica. Giorno rosso sul calendario fino al 1976, festa sopita per decenni fino alla presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi.
In questo centenario (1918/2018), la sua celebrazione è stata particolarmente solenne.

Il 4 novembre 1918 fu firmato l’Armistizio di Villa Giusti tra l’impero Austro-Ungarico e il regno d’Italia, ma in realtà la Grande Guerra finì l’11 novembre di cento anni fa con la firma della Germania che si impegnò a ritirare le truppe dai territori occupati. Un’operazione che terminò solo nel gennaio del 1919. Lo storico armistizio fu siglato nei boschi vicino a Compiègne, località nella regione francese della Piccardia. Fu l’atto finale ufficiale della Prima guerra mondiale. Nelle poche ore che separarono la firma dall’effettiva cessazione delle ostilità, si continuò a combattere e ci fu ancora morte. Secondo una stima approssimativa in quel lasso di tempo morirono 2.500 soldati, tra cui Augustin Trébuchon, considerato l’ultimo soldato francese morto nella grande guerra.

Appare stridente festeggiare come l’anniversario di una “vittoria” quello che coincide con la fine di una guerra che costò la vita di quasi dieci milioni di militari e di quasi sette milioni di civili. Tra questi, seicentocinquantamila vittime italiane e oltre un milione i feriti e mutilati nostri connazionali. Oltre ventimila vittime furono calabresi e tra queste il giovanissimo tenente della brigata Messina, Antonio Panella (1895 – 1917), morto a soli ventuno anni in Slovenia dopo avere ricevuto già una medaglia d’argento al Valore in battaglia. A lui fu è intitolato l’istituto tecnico industriale fondato nel lontano 1881 a Reggio Calabria.

La Calabria fu la regione con il maggior numero di persone mobilitate, il 78% dei chiamati alle armi, e quindi con il maggior numero di vittime.
Un conflitto sanguinoso e cruento, in cui si sacrificarono anche migliaia di calabresi, scoppiato a seguito dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo in Bosnia. Vi presero parte soprattutto l’impero Germanico, l’impero Austro-Ungarico, l’impero Ottomano e il regno di Bulgaria, contro le potenze Alleate (Francia, regno Unito, impero Russo, Serbia, impero Giapponese). Dal 21 maggio 1915 anche l’Italia (ecco perché comunemente si parla della guerra del ’15-’18), prima neutrale e poi entrata in guerra contro l’Austria su proposta della Triplice Intesa e al fianco degli Alleati, e dal 1917 anche gli Stati Uniti. Le mire espansionistiche dell’Italia, antesignane dell’esaltazione fascista, in realtà non furono pienamente soddisfatte e, secondo alcuni, risultati analoghi o migliori sarebbero stati ottenuti con l’accoglimento, piuttosto, della proposta austriaca in cambio della non belligeranza.

Il primo conflitto mondiale mutò la geografia dell’Europa con la caduta definitiva degli imperi Austro-ungarico, Ottomano e Russo.

In risposta a tutta quella violenza fu costituita la società delle Nazioni, la prima organizzazione intergovernativa che avrebbe dovuto perseguire il benessere comune, antesignana delle Nazioni Unite.
Ventimila delle seicentocinquantamila vittime italiane furono calabresi. Un tributo altissimo di vite umane, molte delle quali giovani. Un contributo ancora una volta ignorato dalla Grande Storia che, con riferimento alla Prima Guerra Mondiale consumatasi tra il 1915 ed il 1918 per l’Italia, del Meridione ha stigmatizzato soltanto la renitenza alla leva e la diserzione, non il coraggio e non il valore dei suoi soldati.

Definita la Quarta Guerra di Indipendenza, ad essa si dovette il compimento del disegno risorgimentale di Unificazione dell’Italia. Non vi fu borgata o città nello stivale che non contribuì alla Prima Guerra Mondiale: tutti gli italiani, di tutte le regioni, si trovarono in trincea per combattere per il loro Paese. Ma fu una carneficina per un’intera generazione che sognò di combattere per la Patria.

L’80% del totale dei caduti in guerra furono fanti, seguiti da bersaglieri, alpini e granatieri.
La Fanteria infatti rappresentò l’Arma con il maggior numero di componenti per i compiti strategici dalla stessa assolti nei lunghi periodi in trincea come gli assalti cruentissimi alla baionetta contro le postazioni nemiche. Nel primo gruppo di 25 Brigate create nel 1915 – e che fino al 1918 sarebbero diventate 40 – vi era anche la Brigata ‘Catanzaro’ costituita dal 141° Reggimento di Fanteria, formatosi dal deposito del 48° reggimento di Catanzaro marina, e dal 142° Reggimento, formatosi dal deposito del 19° reggimento di Monteleone (attuale Vibo Valentia).

Una brigata che segnò molte pagine della storia della Grande Guerra tra cui quella che lo stesso generale Luigi Cadorna stigmatizzò come un brillante contrattacco delle valorose fanterie del 141°reggimento (brigata Catanzaro) in località monte Mosciagh, sull’altopiano di Asiago, il 27 maggio 1916. In Calabria furono presenti anche reparti di esercito permanente come il 19° reggimento fanteria “Brescia” a Cosenza, il 20° “Brescia” a Reggio ed il 48° “Ferrara” a Catanzaro. Poi ancora altre milizie mobili si formarono dal deposito di Catanzaro (96° reggimento “Udine”, 221° “Jonio”), dal deposito di Cosenza (142° “Catanzaro” e 243° “Cosenza”), dal deposito di Reggio (246° reggimento “Siracusa”).

 

Dei bui giorni del maggio 1917, Gabriele D’Annunzio, nel brano “Cantano i morti con la terra in bocca e le carene valicano i monti” del “Libro Ascetico della Giovane Italia”, anche richiamata nella pubblicazione “Percorsi di ricerca nella Grande Guerra. Il fronte marittimo dell’Italia meridionale” a firma dello storico reggino Agazio Trombetta (Falzea 2015),di essa scrisse:
Dissanguata da troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, non restaurata dal troppo breve riposo, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori come quel battaglione della Quota 28 che aveva gridato di non voler più essere spinto al macello, l’eroica Brigata “Catanzaro” una notte, a Santa Maria la Longa, presso il mio campo d’aviazione si ammutinò. (…) La sedizione fu doma con le bocche delle armi corazzate. Il fragore sinistro dei carri d’acciaio nella notte e nel mattino lacerava il cuore del Friuli carico di presagi. Una parola spaventevole correva coi mulinelli di polvere, arrossava la carrareccia, per la via battuta: “La decimazione! La decimazione!”. L’imminenza del castigo incrudeliva l’arsura (…) Di schiena al muro grigio furono messi i fanti condannati alla fucilazione, tratti a sorte nel mucchio dei sediziosi. Ce n’erano della Campania e della Puglia, di Calabria e di Sicilia: quasi tutti di bassa statura, scarni, bruni, adusti come i mietitori delle belle messi ov’erano nati. Il resto dei corpi nei poveri panni grigi pareva confondersi con la calcina, quasi intridersi con la calcina come i ciottoli. E da quello scoloramento e agguagliamento dei corpi mi pareva l’umanità dei volti farsi più espressiva, quasi più avvicinarmisi, per non so qual rilievo terribile che quasi mi ferisse con gli spigoli dell’osso. I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s’appigliavano al terreno come radici maestre. Io traversavo il muro col mio penoso occhio di linee; e scoprivo i seppellitori anch’essi allineati dall’altra parte con le vanghe e con le zappe pronti a scavare la fossa vasta e profonda. Non mi facevano male come gli sguardi dei condannati alla fossa. I morituri mi guardavano. I loro sguardi smarriti non più erravano ma si fermavano su me che dovevo essere pallido come se la vita mi avesse abbandonato prima di abbandonarli. Gli orecchi mi sibilavano come nell’inizio della vertigine, ma era il ronzio delle mosche immonde.

Siete innocenti?

Forse trasognavo. Forse la voce non passò la chiostra de’ miei denti. Ma perché allora il silenzio divenne più spaventoso, e tutte le facce umane apparvero più esangui? E perché l’afa del mattino d’estate s’approssimò e s’appesantì come se il cielo della Campania e il cielo della Puglia e il cielo della Calabria e il cielo di Sicilia precipitassero in quell’ardore fermo e bianco?

Siete innocenti? Siete traditi dalla sorte della decimazione? Si, vedo. La figura eroica del vostro reggimento è riscolpita nella vostra angoscia muta, nell‘osso delle vostre facce che hanno il colore del vostro grano, di quel grano grosso che si chiama grano del miracolo, o contadini. Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata? Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda. I fanti avevano discostato dal muro le schiene. Tenevano tuttora i piedi piantati nella zolla ma le ginocchia flesse come sul punto di entrare nelle impronte delle calcagna. E, con una passione che curvava anche me verso terra, vidi le loro labbra muoversi, vidi nelle loro labbra smorte formarsi la preghiera: la preghiera del tugurio lontano, la preghiera dell’oratorio lontano, del santuario lontano, della lontana madre, dei lontani vecchi. (…) Le armi brillarono. (…) M’appressai. Attonito riconobbi le foglie dell’acanto (…). Recisi i gambi col mio pugnale. Raccolsi il fascio. Tornai verso gli uomini morti che con le bocche prone affidavano al cuor della terra il sospiro interrotto dagli uomini vivi. E tolsi le frasche ignobili di sul frantume sanguinoso. Chino, lo ricopersi con l’acanto.

Numeri e nomi, ma soprattutto storie e vite di tanti calabresi che nel Risorgimento, come in questa Grande Guerra, morirono per poi essere dimenticati, per una Patria più criticata che amata e per una Libertà che ancora oggi deve essere difesa nei campi di battaglia di ogni dove, che ancora oggi costa sangue. In questo tipo di battaglie le trincee esistono ancora, hanno solo mutato aspetto ed il nemico da colpire non necessariamente è parimenti armato e indossa una divisa.

Leggi qui!

Lamezia Terme – “Le malattie professionali: ieri, oggi e domani”

Si svolgerà venerdì 14 dicembre p.v. dalle ore 9,00 a Lamezia Terme –Sant’Eufemia nella sala …