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Memorie | Quella lezione di Amore e Civiltà. Reginald Green scriva ancora all’Italia

di Anna Foti – La speranza che germoglia dal dolore indicibile della perdita di un figlio e la forza dell’amore che fa rinascere la vita, piuttosto che uccidere ogni giorno. Instancabile la testimonianza di papà Reginald che a distanza di quasi 24 anni dalla morte del figlio Nicholas di soli sette anni, rimasto vittima di un tentativo di rapina sul tratto vibonese della Salerno-Reggio Calabria e deceduto a Messina dopo due giorni di agonia, torna a parlare del potere dirompente che la donazione degli organi è capace di esercitare sulla vita di chi resta e su quella di chi viene ‘salvato’. Lui, che con la moglie Maggie ha seminato amore e donato la vita nel Paese in cui suo figlio ha trovato una morte prematura e violenta, ha scritto un’altra lettera* e l’ha inviata ai giornali affinchè in Italia possa tornare ad essere consentito a chi riceve gli organi di conoscere l’identità di chi ha donato. Il suo dramma familiare si consumò nel settembre del 1994; cinque anni dopo (1999) fu disposto, per motivi di privacy, il divieto di rendere pubbliche le informazioni sull’identità.
Si tratta di una lettera che è in realtà un appello accorato affinchè la gioia e la speranza, che Reginald e Maggie Green possono testimoniare, possano essere condivise da altri italiani ai quali la legge consenta di conoscere l’identità ed incontrare chi ha avuto il coraggio di trasformare in vita quella morte. I coniugi Green colpiti dalla tragedia del 1994 hanno potuto vivere questa esperienza unica a prescindere dagli esiti delle singole storie: Andrea Mongiardo, che a 15 anni ricevette il cuore di Nicholas, morì un anno fa all’età di 37 anni; Anna Maria Di Ceglie ricevette un rene, ma pochi mesi fa è tornata in dialisi.
Poi c’è anche la storia di Maria Pia Gentile. Porta proprio il nome di Nicholas, il giovane ammesso alla scuola per volontari della Marina Militare, uno dei suoi due figli. Lei, siciliana e originaria di Sant’Agata di Militello, è stata una delle sette persone che ricevette uno degli organi di Nicholas e che Reginald ha potuto conoscere. All’epoca giovanissima e in fin di vita, con il fegato di Nicholas ella poté andare avanti e avere una vita, una famiglia e due figli di cui uno al quale ha dato il nome del bimbo americano rimasto nel cuore dell’Italia per la grande lezione di civiltà data dal padre e dalla madre e per l’impegno da loro profuso, da allora, per la crescita della cultura della donazione degli organi nel nostro Paese.
Le lettere aperte di Reginald, che prima di emigrare negli Stati Uniti ha lavorato come giornalista in Inghilterra per il Guardian, il Times e il Daily Telegraph, sono sempre cariche di emozione e impegno civile. Scrisse la prima al nostro Paese oltre vent’anni fa, dopo la sua scelta di amore di donare la speranza all’Italia e a sette suoi cittadini. In essa ringraziava il popolo italiano per il calore umano ricevuto. La seconda fu incentrata su quello che fu soprannominato “effetto Nicholas”, al quale dedicò anche un libro. Negli anni successivi al drammatico fatto di cronaca, infatti, si registrò in Italia un significativo incremento di manifestazioni di consenso alla donazione di organi. Adesso c’è un’altra battaglia da avviare: quella per consentire ai familiari di chi dona di conoscere chi riceve. Oggi, uomo ottantenne ancora combattivo e tenace, Reginald scrive per sostenere Mario Bartoli, il padre livornese che nel 1998 perse un figlio di 17 anni e che ha recentemente scoperto che non potrà mai conoscere l’uomo che aveva ricevuto il cuore di suo figlio Christian, perchè già deceduto. Aveva invano chiesto allo Stato di poter conoscere l’identità del ricevente, ma la legge italiana, per motivi di privacy, non ha mai potuto autorizzare la divulgazione di queste informazioni.
Questa impossibilità di lasciar incontrare le persone la cui vita resterà comunque legata a doppio filo per sempre, ha spinto Reginald a scrivere un’altra lettera all’Italia, ricordando che in America ciò è possibile, come lo era in Italia prima del 1999. Poterlo fare darebbe gioia e conforto a chi ha perso una persona cara e, nonostante ciò, non si è lasciato piegare dal dolore al momento di scegliere la vita, e dunque fermare la morte, per altre persone.
Questa l’esperienza dei coniugi Green. Tutto scorse veloce tra il 29 settembre e il primo ottobre 1994. La macchina, in viaggio verso la Sicilia, venne scambiata per quella di un gioielliere e, all’altezza dello svincolo di Serre nel vibonese, nel tentativo di un furto, contro di essa alcuni rapinatori aprirono il fuoco. Un proiettile vagante raggiunse sul sedile posteriore un bimbo di sette anni. Il volto di quel bimbo, il suo sorriso e le sue lentiggini hanno incarnato in questi oltre venti anni il volto della Vita, dell’Amore e del Coraggio oltre ogni umano dolore. Quel bimbo si chiamava Nicholas Green e quella pallottola lo uccise. Una morte per errore ma comunque una morte prematura e drammatica. I suoi organi furono donati e salvarono sette persone. La memoria di Nicholas è oggi viva in molte città italiane che hanno intitolato scuole, vie, giardini pubblici e sale istituzionali come accaduto a Reggio al palazzo Campanella, sede del Consiglio Regionale della Calabria. Qui anche un monumento, realizzato attraverso la fusione di ferro ricavato dalla fusione di armi sequestrate alla criminalità organizzata e raffigurante sette campane e sette colombe, è stato eretto in memoria del piccolo. Dal settembre 2014, dalla visita di Reginald Green a Reggio Calabria, è collocata anche una targa in ricordo dell’immenso gesto di amore.
La storia è rimasta indimenticata anche e soprattutto per il coraggioso atto compiuto dai genitori del piccolo, Reginald e Maggie, che donarono gli organi a sette persone in attesa di trapianto. Una grande testimonianza di civiltà nel paese straniero in cui avevano visto uccidere il loro figlioletto.
“Cittadini statunitensi, in Italia per una vacanza, con generoso slancio ed altissimo senso di solidarietà disponevano che gli organi del proprio figliolo, vittima di un barbaro agguato sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria, venissero donati a giovani italiani in attesa di trapianto. Nobile esempio di umanità, di amore e di grande civiltà. Messina, 1º ottobre 1994”, si legge sulla medaglia d’oro al Merito civile consegnata al Quirinale dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro e al Campidoglio dal sindaco Francesco Rutelli.
Nicholas perse la vita due giorni dopo all’ospedale di Messina. Il gesto dei genitori fu particolarmente significativo in una Italia dove la donazione degli organi era ancora una scelta di pochi. Il loro consenso trasformò il dolore straziante e incontenibile in speranza viva e tenace. Un gesto dirompente, allora come ora, che riscrisse una tragedia con parole di speranza. La loro scelta, già allora, fece aumentare il numero delle manifestazioni di volontà di donazione, dando un contributo fondamentale alla crescita della cultura del trapianto in Italia e tracciando per i coraggiosi genitori californiani la strada da percorrere per onorare la memoria del loro piccolo. Solo da qualche mese, all’epoca, era in vigore la legge 578 del 1993 che precisava i criteri scientifici di accertamento e certificazione della morte anche ai fini dell’espianto; quella legge consentì ai genitori di Nicholas di donare gli organi del piccolo.
Fino ad allora la legge 26 giugno 1967 n. 458 regolamentava solo il trapianto di rene tra viventi: «In deroga al divieto di cui all’articolo 5 del Codice civile, è ammesso disporre a titolo gratuito del rene al fine del trapianto tra persone viventi….». L’articolo 5 del codice civile vieta «gli atti di disposizione del proprio corpo quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica….». Nell’aprile del 1999, la legge 91 (Disposizioni in materia di prelievi e di trapianti di organi e di tessuti) introdusse poi il principio del silenzio-assenso alla donazione (artt. 4 e 5 della Legge 91/99), in sostanza mai applicato in Italia e nei fatti sostituito dal principio del consenso o del dissenso esplicito alla donazione, come previsto dalla relativa disposizione transitoria (art. 23 della Legge n. 91 del 1 aprile 1999 implementata dal successivo decreto del ministero della Salute dell’8 aprile 2000). Tale consenso o tale dissenso può essere manifestato mediante il deposito della dichiarazione di volontà presso l’asp o le aziende ospedaliere competenti o i medici di famiglia. La stessa legge del 1991 diede anche impulso alla nascita del Sistema Informativo Trapianti (Sit) per raccogliere le dichiarazioni di volontà.
Ad oggi è possibile manifestare la propria volontà anche presso i Comuni, che abbiano attivato l’apposito servizio, al momento di rinnovare la carta di identità (art. 3, comma 8-bis della legge 26 febbraio 2010 n. 25 e successivo art. 43 del decreto-legge 21 giugno 2013 n. 69, così come modificato dalla legge di conversione 9 agosto 2013 n. 98). Dal 2015 questa possibilità è offerta anche dal comune di Reggio Calabria che ha aderito al Progetto “Carta d’Identità – Donazione Organi” (delibera di giunta n° 125/2015).
Valida è anche la dichiarazione di volontà attraverso la compilazione del c.d. “tesserino blu” del ministero della Salute o di una delle associazioni di settore, da conservare insieme ai documenti personali. In particolare l’Aido (Associazione Italiana per la Donazione di Organi,e tessuti e cellule) ha sottoscritto nel 2008 una convenzione con il centro nazionale Trapianti, per cui le dichiarazioni rilasciate dai cittadini confluiscono direttamente nel SIT. Inoltre qualunque dichiarazione scritta che contenga nome, cognome, data di nascita, dichiarazione di volontà (positiva o negativa), data e firma, (considerata valida ai fini della dichiarazione dal decreto ministeriale 8 aprile 2000), anch’essa da conservare tra i documenti personali, è ritenuta valida ai fini dell’accertamento del consenso o del diniego espresso alla donazione di organi.
Sul sito del ministero della Sanità si riferisce che, secondo il Report 2011 del centro nazionale Trapianti, in Italia ci sono 22 donatori per milione di abitanti (terzo tra i grandi paesi europei, dopo la Spagna e la Francia e avanti al Regno Unito e alla Germania) con un trend in crescita di numero di donatori e di trapianti. La strada è comunque lunga.
Oggi i coniugi Green, con i tre figli Eleonor, Martin e Laura, sono ancora impegnati in America, con la fondazione che porta il nome di Nicholas, in un’attività di sensibilizzazione a favore della donazione degli organi. Un film tv (“Il dono di Nicholas”) nel 1998, diretto da Robert Markowitz, ha anche trasposto questa storia sul piccolo schermo.
Sul versante giudiziario, nel 1998 furono condannati dalla Corte di’Assise d’Appello di Catanzaro, poi confermata in Cassazione, Michele Iannello e Francesco Mesiano, rispettivamente all’ergastolo, quale esecutore materiale, e a 20 anni di reclusione. Entrambi, originari di Mileto, erano stati assolti in primo grado dalla Corte di Appello di Catanzaro nel 1997 e si sono sempre dichiarati innocenti. In particolare Michele Iannello, ex affiliato alla ‘ndrangheta diventato poi collaboratore di giustizia, aveva accusato apertamente il fratello Giuseppe dell’omicidio Green. Un’archiviazione chiesta e ottenuta dalla Procura di Vibo ha chiuso questo filone di indagine.
Nel 2007, l’ufficio stampa della Regione Emilia Romagna che ospitò i coniugi, diffuse una nota in cui si riportava il seguente ricordo di Reginald Green: “Quando andai all’ospedale, l’ultimo giorno dopo che avevamo preso la nostra decisione, e vidi Nicholas sdraiato su una barella, la prima cosa che notai furono le sue lentiggini e pensai: ‘Mi sarebbe piaciuto se avessero potuto usare anche quelle’. Ci furono sette beneficiari. La cosa ci sorprese perché non ci avevamo mai pensato. Siamo dei principianti in questo campo, grazie a Dio. Uno di loro era a due giorni dalla morte. C’era un ragazzino di quindici anni grande quanto Nicholas. C’era una ragazzina che era stata in coma profondo varie volte. E poi c’era un uomo che ricevette una cornea e che era già rimasto cieco in precedenza ma adesso poteva vedere i suoi bambini. Queste persone erano molto malate e per noi, il fatto di aver saputo chi fossero, aggiunse una nuova dimensione al tutto perché vedemmo la gioia sui visi dei loro familiari e sul loro volto. Quelle persone tornarono in vita dopo aver sfiorato la morte. Per noi fu una grande consolazione. Veramente. Sappiamo che Nicholas era un bambino molto speciale; era molto intelligente, era anche molto buono. E so che abbiamo preso la decisione che lui avrebbe voluto”.
Commuovente è sempre il ricordo del gesto dei coniugi Green, pieno di senso e di sostanza. Quella sostanza che stravolge disegni distratti e casuali di una vita, tessendo e nutrendo storie che di vite ne toccano tante. Per Sempre.

* “L’opinione pubblica si è divisa sulla decisione di Mario Bartoli di rendere pubblici i suoi sforzi di trovare la persona trapiantata con il cuore di suo figlio Christian – ha scritto Reginald -. Questo weekend, mia moglie Maggie ed io abbiamo ricevuto un’email che spero possa mettere d’accordo tutti gli Italiani. È arrivata da Maria Pia Gentile, la donna siciliana che in punto di morte, 23 anni fa, ricevette il fegato di mio figlio Nicholas di sette anni, che era stato colpito da un proiettile durante un tentativo di rapina lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ci ha scritto per raccontarci la sua felicità per l’accettazione di suo figlio Nicholas, 20 anni, alla Scuola Allievi della Marina Militare di Taranto, il suo sogno sin da quando era bambino. Il fegato trapiantato di nostro figlio ha mantenuto Maria Pia in buona salute per tutti questi anni e, in una famiglia con una storia di malattie al fegato, questa buona salute è stata trasmessa così bene che il figlio ha soddisfatto i rigorosi requisiti sanitari necessari per una vita in Marina”.

“Maria Pia si è tenuta in contatto con noi, sebbene viviamo in California. Il trapianto non solo le ha salvato la vita ma senza di questo suo figlio (e anche la figlia minore) non sarebbero mai nati. Per gratitudine, con suo marito Salvatore, decisero di chiamare il figlio Nicholas, scritto alla maniera americana”.

“Abbiamo conosciuto Maria Pia e gli altri sei riceventi degli organi perché il nostro Nicholas venne ucciso prima della legge del 1999 che proibisce al personale sanitario di divulgare le informazioni sulle parti coinvolte in un trapianto. Da allora, le famiglie dei donatori e i loro riceventi in Italia non hanno la possibilità di incontrarsi, salvo che a seguito delle circostanze più insolite”.

“Il signor Bartoli è diventato così disperato che ha agito da solo – ha proseguito -. La situazione è straziante per tutti. Il calore delle comunicazioni della nostra famiglia con tutti i riceventi degli organi di nostro figlio mostra quanto questi problemi possano essere gestiti in modo migliore. Negli Stati Uniti, le due parti possono mettersi in contatto se entrambe lo vogliono e solo sotto la supervisione dei loro dottori. Le autorità sanitarie incoraggiano ovunque questi contatti in America e riferiscono che nella stragrande maggioranza delle migliaia e migliaia di casi che hanno gestito i risultati sono positivi per la salute e felicità di entrambe le famiglie”.

“So che questo è vero per noi – ha concluso -. Vedendo con i nostri occhi come persone che erano vicine alla morte hanno già avuto ulteriori 23 anni di vita è il miglior tonico che potessimo avere. Anche i riceventi sono rasserenati vedendo che non ce l’abbiamo con loro perché sono vivi solo grazie alla morte di Nicholas ma, di fatto, sono eccitati perché le cose per loro stanno andando bene. Così, è stato terapeutico per entrambe le parti proprio come nella stragrande maggioranza dei contatti organizzati appropriatamente”.
Reginald Green

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