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Memorie | Le foibe e l’esilio,la persecuzione politica e la violenza delle ideologie

Di Anna Foti – Tra la memoria dell’orrore della Shoah e il ricordo delle vittime delle Foibe: in questo frangente del 2018 pregno di anniversari di dolore e di morte, particolarmente tormentato e attraversato da recrudescenze ideologiche che richiamano le violenze ed il clima di tensioni politiche alimentato da un passato terribile da cui sembra non si sia imparato nulla, scorre la vita del nostro Paese quest’anno chiamato ad rieleggere il Parlamento. Un momento di vita democratica in cui a soffiare è, tuttavia, un vento proveniente dal passato alimentato da razzismi e intolleranze. Questa la sensazione drammatica che si registra mentre da poco è trascorso anche ‘il giorno del ricordo’, indicato nel 2004 con legge di Stato quale occasione per non dimenticare le vittime delle Foibe. Il 10 febbraio è anche l’occasione in cui, seppure tardivamente, si ascrive a pieno titolo nella Storia nazionale quanto consumatosi dopo l’armistizio di Cassibile del 1943, con cui il Regno d’Italia cessò le ostilità nei confronti degli Alleati ed ebbe inizio in Italia la Resistenza e l’occupazione delle truppe nazifasciste che nel 1943 avevano invaso il confine con la ex Jugoslavia e le zone calde (Trieste, Fiume, Pola, Gorizia, Istria, queste ultime incorporate ufficialmente alla cosiddetta Zona di Operazioni del Litorale Adriatico o OZAK, sottratte al controllo della neonata Repubblica Sociale Italiana, ma sempre contese con il movimento partigiano di Tito che intanto si faceva largo), e quanto accaduto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale con la resa dei tedeschi del maggio 1945 e l’avanzata dei partigiani di Tito. In quei luoghi divenuti presto terra di nessuno ed emblema di quel ‘fascismo di frontiera’ (regime a contatto diretto e sofferto con sloveni e croati), l’Armistizio funse da vigilia di una vera propria carneficina, da teatro di guerra con fuochi incrociati (quello dei nazisti e quello degli slavi), da preludio di una caccia, senza esclusione di colpi, al nemico politico che con la resa dei tedeschi due anni dopo, nel 1945, sarebbe stata portata avanti dai partigiani di Tito. Tutto questo mentre in Italia nasceva la Resistenza e soffiavano i venti dell’insurrezione popolare. Un quadro complesso in cui si consumarono due drammi saldati dalla Storia: le foibe e l’esilio di istriani e dalmati verso un’Italia ostile e poi verso il mondo.

Incastonata con il sangue nell’epoca dei nazionalismi, oggi incombenti come spettri con le sembianze di serpeggianti forme di razzismo, l’intolleranza nei confronti degli italiani in Istria, Dalmazia, Pola, Zara, Trieste e Fiume, sfociò in un massacro in gran parte ignorato dalla Storia, dimentica così anche di migliaia di suoi infoibati e di suoi esuli, sradicati e senza più una patria. Due drammi si consumarono infatti; due drammi che la Storia ha disseppellito dall’oblio solo di recente, complici il regime di guerra Fredda conseguente alla Seconda Guerra Mondiale, gli equilibri con l’Unione sovietica di Stalin già distante dal comunismo slavo e una neonata Repubblica Italiana che non accolse quanti erano stati espulsi ‘da altri comunisti’, etichettati come fascisti o anticomunisti cacciati dalla Jugoslavia comunista (pur giudicando chi fosse rimasto in quelle terre, divenute un inferno dopo essere state la loro patria e la loro casa, dei traditori).

E’ tristemente noto il passaggio del convoglio ferroviario – passato alla storia come ‘treno della vergogna’ – con a bordo esuli istriani provenienti da Pola e diretti ad Ancona. La sosta alla stazione di Bologna nel febbraio 1947 incarnò il livello di ideologizzazione del clima politica divenuto violento e particolarmente duro. Il convoglio infatti fu appellato come treno dei fascisti, preso a sassate e costretto a ripartire senza che il cibo preparato potesse essere distribuito. A bordo c’erano anche bambini. Quell’anno, solo nella città di Pola (oggi regione croata dell’Istria) il 90% della popolazione divenne esule e perse ogni cosa. Ciò accadde anche agli esuli da Zara e da Fiume, da altre zone dell’Istria.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la violenta e brutale caccia al nemico politico, perpetrata dai partigiani di Tito con uccisioni, arresti arbitrari e con processi sommari, esplose drammaticamente. L’imperativo, già all’indomani del crollo del regime fascista subito e vissuto con tutto il suo portato repressivo come un ventennio di snazionalizzazione antislava, era quello di sterminare non solo gli italiani, ritenuti tutti fascisti appunto, ma anche gli antifascisti, i comunisti e chiunque si opponesse al progetto di espansione dei territori, in sostanza dunque ogni dissidente ed ogni nemico politico. Per questo motivo nelle foibe furono gettati (anche vivi) cittadini ritenuti fascisti per il solo fatto di essere italiani dopo il 1943 e tutti i ‘resistenti’ contrari alle annessioni dopo il 1945. Dopo l’armistizio del settembre 1943, infatti, altro momento cruciale per questa violenza in attesa di esplodere fu il 2 maggio 1945 quando, con la resa dei tedeschi, i partigiani di Tito disarmarono i partigiani italiani, delegittimarono il Comitato di Liberazione nazionale ed insediarono a Trieste, Pola e Fiume governi locali. Quella persecuzione travolse anche i dissidenti slavi, ossia coloro che non avrebbero appoggiato il nuovo stato Slavo.

Un episodio marginale ed un atto di giustizia politica e di riscatto dal fascismo per la storia Slava, un genocidio nazionale ed un annientamento della popolazione italiana da parte della Jugoslavia per parte della Destra, un olocausto giuliano, una pulizia etnica: ebbe tante etichette questa Storia di violenza politica senza esclusione di colpi che invece fu molto più complessa e che, per queste ragioni, solo in questi anni sta emergendo in tutta la sua complicata architettura. Non mancarono le teorie negazioniste e le strumentalizzazioni con cui si cercò di intagliare gli eventi all’interno di una violenta reazione alle brutalità fasciste, ascrivendo a questa pagina vergognosa un numero di vittime notevolmente inferiore. Invece le radici di quell’odio politico non promanavano solo da un passato di assimilazione forzata delle popolazioni slave in epoca fascista ma anche dalle mire espansionistiche del nuovo stato Slavo, disposto a tutto, anche ad andare contro i dissidenti slavi, per realizzare il suo progetto politico.

La questione era molto più complessa e poggiava anche sull’annessione di parte della Slovenia per mano delle truppe italiane dopo il colpo di stato di Belgrado nel 1941, sulla feroce e violenta guerriglia che scoppiò tra slavi e italiani mentre cresceva la tensione tra comunisti e tedeschi in est Europa nello stesso anno. Le atrocità furono reciproche e la repressione delle truppe italiane cruenta, specie a seguito della nascita di movimenti di resistenza. L’armistizio del 1943 segnò poi l’inizio dell’ingresso delle truppe tedesche al confine con la Jugoslavia dove intanto i partigiani di Tito sopprimevano centinaia di italiani tra cui la studentessa istriana Norma Cossetto, medaglia d’oro al Valore Civile cui è intitolata una targa presso l’area archeologica “Griso- La boccetta”, in via Torrione a Reggio, oggi in stato di abbandono. Fu un genocidio.

Un silenzio lungo decenni che ha molti colpevoli e molti complici e che rende difficile anche una ricostruzione compiuta a cominciare dal numero delle vittime che da poche migliaia arriva e venti mila. Stessa difficoltà per le persone arrestate, per gli internati, per i rilasciati, per gli scomparsi. 3419 scomparsi tra Trieste, Gorizia e Pola. 1500 solo a Gorizia. 600 solo a Pola. Forse. Cifre che si rincorrono e si contraddicono. Un numero di salme recuperate dagli Alleati che non combacia mai con quello degli scomparsi.

Fosse scavate nel Carso, regione comune ad Italia, Slovenia e Croazia, le foibe erano cunicoli verticali, inghiottitoi naturali che l’uomo ha trasformato in corridoi della morte. Spaventoso strumento dell’intento, perseguito tante ma non si sa neppure quante volte, non solo di distruggere il nemico ma anche di cancellare i corpi ed eliminare le tracce con la complicità delle viscere delle terra. Qui vennero gettati ventimila italiani (forse di più), molti dei quali ancora vivi; vennero torturati e massacrati dai partigiani di Tito negli anni tra il 1943 e il 1945. Emblema di questi inghiottitoi è la foiba di Basovizza a Trieste, nella zona nord-est dell’altopiano del Carso, a 377 metri di altitudine, dove oggi si erge un monumento alla memoria dell’orrore. Un pozzo minerario abbandonato nel 1915, poi divenuto deposito di armi austriache ed infine, nel maggio 1945, luogo di esecuzioni arbitrarie da parte dell’esercito slavo durante l’occupazione di Trieste. Oggi la foiba di Basovizza è monumento di interesse nazionale.

La complessità della storia, la sua assurdità. Mentre l’Italia si accingeva a vivere un nuovo capitolo, liberata per mano degli Alleati dall’occupazione nazista, mentre finiva la Seconda Guerra Mondiale in territori come Trieste, solo dal 1954 provincia esclusivamente italiana, e in Istria, solo dallo stesso anno sotto la piena amministrazione jugoslava, si consumava una tragedia che ebbe i contorni netti e drammatici di una pulizia politica, dunque non solo etnica, per mano dell’Armata Popolare di Liberazione della Yugoslavia spinta dal desiderio di annientare l’avversario e di compiere una vera e propria epurazione preventiva in vista del dominio futuro sui territori del confine orientale dell’Italia dopo il crollo del Fascismo. Una violenza dal sapore amaro di spietata resa dei conti perpetrata con una strategia politica messa in atto tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 con l’assedio di 42 giorni della Venezia Giulia nell’agosto 1944, con la battaglia di Gorizia tra i due ex alleati italiani e tedeschi (città quest’ultima posta tra il 1943 e il 1945 sotto il governatorato tedesco e nel 1945 invasa dai partigiani di Tito), con la repressione dei dissidenti e dei rappresentanti della Repubblica sociale italiana a Trieste e a Gorizia, appunto. Intanto il governatorato della Dalmazia istituito dall’Asse nel 1941 e divenuto rifugio per i perseguitati dagli slavi balcanici in lotta contro i turchi (Ustascia), con la resa italiana nell’estate 1943 fu annesso allo Stato ustascia croato unitamente alla città di Zara. Entrambi i territori di Dalmazia, oggi regione divisa tra Croazia, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Albania, e Zara, oggi nella regione croata della Zaratina, subirono poi i bombardamenti degli Alleati nel 1944 ma alla fine di quell’anno caddero sotto il controllo dei partigiani di Tito.

Il dramma dell’esilio di migliaia di famiglie precedette e accompagnò la spartizione dei territori.

Una prima definizione dei confini, tra il 1945 ed il 1947, si ebbe nel giugno del 1945 con la cosiddetta linea Morgan posta tra i territori della Venezia Giulia italiana. La divisione prese il nome dal generale William Duthie Morgan, ufficiale del generale Harold Alexander, comandante degli Alleati in Italia che siglò a Belgrado l’accordo con Tito e divise i territori tra Alleati e Jugoslavia. Questo primo accordo temporaneo prevedeva che la parte di Venezia Giulia comprendente la provincia triestina e una parte di quella goriziana (zona A) restassero sotto il controllo degli Alleati e che l’altra parte di Venezia Giulia comprendente l’Istria e Fiume (zona B) fosse annessa alla Jugoslavia.

L’accordo più definitivo fu poi siglato a Parigi il 10 febbraio (giorno scelto per il ricordo delle vittime delle foibe) del 1947. In quell’occasione fu sancita la cessione alla Jugoslavia di Fiume (oggi nella regione croata Litoraneo – montana), Zara (oggi nella regione croata della Zaratina), le isole di Lagosta e Pelagosa (sempre in Croazia), gran parte dell’Istria (oggi divisa tra Croazia, Slovenia e Italia – provincia di Trieste), del Carso triestino e goriziano, e l’alta valle dell’Isonzo. Gorizia fu divisa tra Italia e Jugoslavia. Il trattato previde che la provincia di Trieste e alcuni piccoli territori dell’Istria settentrionale restassero sotto l’autorità internazionale come territorio libero (TLT). Tale territorio fu oggetto del cosiddetto Memorandum di Londra siglato il 5 ottobre 1954 fra i governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia. Fu stabilito che Trieste e il suo porto franco internazionale passassero dall’amministrazione militare Alleata e a quella civile Italiana. Nell’Istria settentrionale la minoranza di 5000 italiani rimase in bilico tra l’espulsione e l’assimilazione.

La memoria è necessaria ma non si creda che essa possa neanche lontanamente sopperire ad una giustizia che avrebbe dovuto essere in grado di ricostruire la verità e consegnare a quella Stessa Storia i responsabili. Crimini contro l’Umanità rimasti impuniti ed a lungo anche taciuti.

Alla memoria è stato consentito solo a distanza di decenni di acquisire quella storia vissuta ma troppo poco raccontata, del dramma delle Foibe il cui numero di vittime resta ancora indefinito e imprecisato, e dello sradicamento di oltre 2500 cittadini italiani, esuli istriani e dalmati. Una legge ha infatti istituito solo nel 2004 “Il giorno del Ricordo”, mentre si concludeva un processo, senza colpevoli, nei confronti di Oscar Piskulic e Ivan Motika, non processati perchè non estradati e non perchè innocenti.

Tra i deportati verso le foibe ci furono anche uomini calabresi, come si legge nell’elenco delle 1048 anime trasferite forzatamente in Slovenia nel maggio del 1945; vite strappate nella Gorizia occupata da Tito. Le anime che non fecero mai ritorno a casa furono quelle dei carabinieri Pasquale Pellegrino ed Umberto Abate, rispettivamente di Falerna (Catanzaro) di San Lucido (Cosenza), del civile Gregorio Malena di Rossano (Cosenza), dei fratelli Mario e Oscar D’Atri di Castrovillari (Cosenza), rispettivamente esercente e sergente maggiore dell’Esercito. In quella lista nera come la tenebra ci sono anche i nomi dell’agente di pubblica sicurezza Giuseppe Crea di Motta San Giovanni (Reggio Calabria), Michele Lubrano di Radicena (Reggio Calabria), portato via dal carcere di Monfalcone prima di scomparire, Severino Quartuccio, nato a Chorio (Reggio Calabria).

La violenza e la morte non risparmiarono, inoltre, il caporale bersagliere Antonio Muraca (o Muracca), ucciso a Tolmino (Slovenia), Giacomo Spezzano, guardia di pubblica sicurezza scomparso da Gorizia il 10 settembre 1944, entrambi di Reggio Calabria, l’appuntato dei carabinieri Gaetano Mirenzi di Vazzano (Vibo Valentia), arrestato il 5 maggio 1945, il Bersagliere Pietro Fazzari, catturato da partigiani slavi nel maggio del 1945 e deportato nel lager di Borovnica dove morì il 2 luglio successivo. Il Palazzo del Governo di Reggio Calabria ha ospitato lo scorso 10 febbraio la cerimonia di consegna di un riconoscimento alla memoria, ai discendenti Vincenzo e Fortunato Fazzari.

Tra gli esuli, privati di patria e radici che questo dramma lasciò in eredità alla Storia, vi è anche Lidia Muggia, da mezzo secolo residente a Reggio Calabria. Il suo cuore e i suoi ricordi vivono anche nella natia Istria, occupata dai tedeschi prima e oppressa dai partigiani di Tito poi, e che per sopravvivere fu costretta a lasciare. La ‘terra rossa’ di cui cantava nel 2002 l’artista giuliano Christian Pertan. “Questa terra ho nelle vene/ Questa terra mi appartiene/ Terra nostra per la storia/Nel mio sangue la memoria/Terra e sangue sempre uniti/Non possono esser divisi/Terra mia santificata con il sangue /Terra sacra/Questa è la mia religione/Unità della Nazione/Religione insanguinata…”.

Migliaia le persone scomparse. Centinaia di migliaia gli esuli. Uomini uccisi, donne abusate e poi gettati in queste fosse in un feroce progetto di eliminazione degli oppositori politici e di affermazione ad ogni costo del dominio slavo.

Cittadini perseguitati perché italiani, in minoranza anche di nazionalità slovena e croata, tedesca e ungherese, tanti abitanti dell’Istria, della Dalmazia, di Fiume, di Trieste, di Gorizia; furono migliaia i cadaveri occultati di cui il governo De Gasperi chiese lumi a Tito che mai smentì anche se non vi fu mai collaborazione per le successive inchieste.

L’amnistia Togliatti del giugno 1946, l’amnistia e l’indulto per i reati politici commessi entro il giugno del 1948 approvata dal Governo Pella impedirono di fatto i processi di accertamento delle responsabilità di quella che fu un’esecuzione di massa per mortivi etnici, ascrivibile a crimine contro l’Umanità.

In Italia venne istruito un processo contro alcuni responsabili dei massacri. Ma sotto il manto di una geografia non ancora definita e di confini che dopo la Guerra sarebbero cambiati, fu negata la competenza italiana dei giudici. Insomma il massacro è rimasto impunito.

Oggi, almeno, si esce dalla congiura di un silenzio intollerabile. Oggi finalmente il sacrificio di tanti italiani è stato ricordato, la loro storia è divenuta storia nazionale e quella vergogna, una vergogna di tutti. Esistono ancora delle contaminazioni etniche tra Slavi ed Italiani in quelle stesse zone nel secolo scorso contese e insanguinate.

Un tempo, invece, migliaia furono le persone italiane di sangue, lingua, cultura, alcuni di nazionalità altra, che scomparirono vittime di quei confini ancora indefiniti e delle ‘ragioni’ spesso folli ed incomprensibili che l’Uomo, mai un uomo solo, infligge alla Storia.

 

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