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Memorie | La ‘razza’, le leggi italiane che perseguitarono gli ebrei

Di Anna Foti – La forza dirompente di una parola che torna, con tutto il suo portato storico distruttivo, riaprendo ferite, imponendo riflessioni e ammissioni di responsabilità, dimostrando come nessuna epoca sia immune (sia una dittatura o una democrazia a contraddistinguerla) dal virus potente della discriminazione che arriva ad ottenebrare la coscienza e a legittimare arbitrarie disparità, atroci iniquità, cieche violenze e aberranti persecuzioni. Questa parola è ‘razza’. Essa ormai dovrebbe essere inappropriata con riferimento alle persone, essendo la razza umana una sola per tutti, le etnie diverse tra loro e la dignità di ogni persona inviolabile sempre. Non che questo ci salvi da derive terribili delle discriminazioni etniche, da cui per altro hanno già insanguinato la storia recente (guerra nella ex Jugoslavia, genocidio rwandese); tuttavia è ormai indifferibile e necessario riconoscere che non esistono differenze tra gli esseri umani che possano decretare superiorità o inferiorità e che, dunque, attengano alla nostra essenza: bianchi o neri, ariani o ebrei, solo per citare due storiche contrapposizioni particolarmente gravide di dolore, emarginazione e morte. E’ necessario comprendere in tutta la sua evidenza l’infondatezza, per altro supportata dalla scienza e dalla genetica, di differenze di razza tra i popoli. Eppure non c’è epoca in cui non siano state perpetrate forme di discriminazione razziale e razzismo. “Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana” affermava il genio, Albert Einstein, premio Nobel per la Fisica di origine tedesca ma naturalizzato svizzero e statunitense, anche lui perseguitato.

Dunque non si tratta solo di una questione lessicale e semantica, dal momento che le parole sono capaci di rappresentare una intera epoca con i suoi orrori e le sue bellezze, fermano nel tempo modi di pensare e di agire, uccidono e salvano.

All’indomani dell’orrore degli orrori, quale fu la Shoah, quando in Italia ebbe inizio il cammino Repubblicano che visse, con la stesura della Costituzione, uno dei principali momenti fondativi, uno degli articoli più poetici e rappresentativi, inserito non a caso nei principi fondamentali, l’articolo 3, sanciva e sancisce la pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge dei cittadini esplicitando tale valore dell’Uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini, a prescindere dal sesso, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, dalle opinioni politiche, dalle condizioni personali e sociali. Fermo restando il principio inossidabile e irriducibile per il quale non possono esserci cittadini di pari dignità ed uguali senza persone libere i cui diritti essenziali rimangano inviolati dallo Stato, la distinzione della razza inserita dai padri e dalle madri costituenti era stata evidenziata in reazione all’orrore dei campi di concentramento nazisti e assurgeva a monito contro quello stesso orrore. Oggi, a distanza di settanta anni, la rimozione di quella parola da un articolo così importante per la nostra vita di comunità Democratica, come chiesto proprio in questo frangente storico dalla neo senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz quando era una bambina, sarebbe un atto di grande responsabilità e di assoluta civiltà. Il termine ‘razza’, distorto e deformato ottanta anni fa da un manifesto che non predicava uguaglianza ma discriminazione ed esclusione e in cui, al punto 7, si leggeva che “E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, in piena linea con il delirio di onnipotenza ariana, ad oggi dovrebbe assumere intanto nella nostra Costituzione, riferimento giuridico e culturale del nostro Paese, l’unico significato che possiede: quello di Umanità senza distinzione alcuna.

In un momento storico di derive ideologiche violente, di evocazioni allarmanti di razza bianca, di strumentalizzazioni preelettorali, iniziamo facendo ordine tra le parole. Meno razza più Umanità.

1938 – 2018: sono trascorsi 80 anni dal momento in cui questa parola marchiò il popolo ebraico, rendendo i suoi carnefici artefici di un abominio di cui fu complice anche il nostro Paese. Nel campo di sterminio di Auschwitz I, nella città polacca di Oswiecim, oggi museo statale e dal 1979 patrimonio Unesco, una cartina fotografa la provenienza dei convogli verso le camere a gas. C’è anche l’Italia con le sue città di partenza Fossoli, Bolzano, Verona, Trieste, Roma. Ci sono anche i dati con il numero di ebrei deportati all’inferno, partiti da diversi paesi europei: Ungheria (430 mila ebrei); Polonia (300 mila); Francia (69 mila); Olanda (60 mila); Grecia (55 mila); Boemia e Moravia (46 mila); Slovacchia (27 mila); Belgio (25 mila); Austria (23 mila); Yugoslavia (10 mila); Italia (7mila e 500); Norvegia (960). Approvando le leggi razziali, il regime fascista si macchiò, infatti, con la complicità del regno d’Italia, di uno degli atti più offensivi della dignità della persona. Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Re d’Italia e imperatore d’Etiopia, ritenuta la necessità urgente ed assoluta di provvedere; sentito il Consiglio dei Ministri; sulla proposta del Duce, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro per l’interno, di concerto coi Ministri per gli affari esteri, per la grazia e giustizia, per le finanze e per le corporazioni, decreta(...) Esordisce così il regio decreto-legge del 17 novembre 1938-XVII, n. 1728 che disciplinò il divieto dei matrimoni tra persone di razza ariana e persone di altra razza, non solo ebraica, e limitò, con il secondo e ultimo capo, la vita degli “appartenenti alla razza ebraica”. Ecco il paradigmatico articolo 9: “L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione”. Un dettame da cui discese una persecuzione concretizzata in divieti e limitazioni lavorative, personali e familiari, con la previsione persino della privazione della patria potestà. Una targa argentata in mezzo alla pavimentazione di Piazza Unità d’Italia a Trieste ricorda Benito Mussolini che, su un palco davanti al Municipio il 18 settembre 1938, ne diede l’annuncio ufficiale. Le leggi razziali rimasero in vigore fino al 1944 e furono abrogate con i regi decreti-legge n. 25 e 26 del 20 gennaio di quell’anno.

Quella scelta ha un sapore particolarmente amaro ancora oggi, dopo 80 anni, e in questo momento storico così tormentato e complesso per i gravi fatti di violenza di questi ultimi giorni. Non solo cronaca, ma anche una Storia che ritorna e continua ad interrogarci: la giornata della Memoria; il ricordo doveroso delle vittime della Shoah; il pogrom di Kielce in Polonia (4 luglio del 1946), drammatico e inatteso strascico di odio e violenza che spezzò vite anche dopo la liberazione dei campi e la resa incondizionata della Germania Nazista agli Alleati dell’8 maggio 1945 (Giornata della Vittoria e della fine della Seconda guerra mondiale in Europa in cui fu decretata la fine del Terzo Reich e di Hitler); il ritorno (discusso) con volo militare da Alessandria d’Egitto della salma di Vittorio Emanuele III di Savoia (sbarcato con la moglie Elena di Montenegro in Italia passando per Reggio Calabria nell’estate del 1900 dopo l’uccisione del padre, re Umberto I di Savoia, e durante il rientro frettoloso in Italia per subentrare al trono). Lui approvò le leggi razziali, prestò consenso al regime fascista, fuggì dopo l’armistizio del 1943 e abdicò in favore dell’ultimo re d’Italia, Umberto II nel maggio del 1946, un mese prima del referendum che proclamò l’Italia Repubblicana.

L’approvazione delle leggi razziali fasciste ci ricorda che c’è stato un tempo in cui manifestare di essere razzista era segno di appartenenza e condivisione di un’ideologia. Era una questione di orgoglio e di difesa di un’identità. La difesa di una identità di alcuni contro la vita di altri. Una visione deviata e una coscienza offuscata rispetto alle quali non saremo mai definitivamente immuni. Questo è bene saperlo e non dimenticarlo.

Coerenti con il riarmo forzato, la strategia espansionistica, la gerarchia del terrore e l’aspirazione a guidare l’Europa, obiettivi della Germania di Hitler, le leggi razziali in Italia furono parte dell’eredità dell’Asse Roma – Berlino, di quella omogeneità di ideali tra Fascismo e Nazismo, consacrata in occasione dell’incontro tra Mussolini e Hitler, avvenuto nella capitale tedesca il 25 settembre 1937 e matrice del Patto d’Acciaio ratificato nel 1939. Già da tempo condannati al lavoro forzato anche nell’Unione Sovietica dei gulag, in Germania già dal 1933 i dissidenti politici erano detenuti presso campi di concentramento, prima che questi diventassero nel 1936 i lager – luoghi del massacro di milioni di ebrei. L’Italia si allineò alla logica della supremazia della razza ariana alcuni anni dopo, nel 1938, con l’inserimento delle leggi razziali che perseguitarono migliaia di ebrei italiani e anche quelli stranieri (polacchi, austriaci e tedeschi in particolar modo) rifugiatisi in Italia a causa delle persecuzioni ormai serrate nei paesi caduti sotto il dominio del Reich. Nel 1938 la situazione di sicurezza in Italia si rivelò apparente, sbriciolandosi sotto il peso delle leggi razziali. Ebrei stranieri, italiani e oppositori politici, apolidi, slavi, in forza di quella legge furono internati anche in Calabria, nel campo di Ferramonti costruito nella valle del Crati di Tarsia in provincia di Cosenza, entrato in funzione quando l’Italia entrò in guerra, nel giugno del 1940. Tra i campi progettati a questo fine dal Regime, quello di Ferramonti fu il più grande. Oggi quel luogo è un museo che ricorda cosa accadde (ed anche cosa non accadde) in questo lembo di terra calabrese, in uno dei momenti più bui della Storia.

A Ferramonti vi fu spazio per la speranza e ciò fu possibile non solo perchè il campo fu costruito in una zona lontana dai riflettori ed anche seconda frontiera dello sbarco degli Alleati dopo la Sicilia, ma anche per gli atti di umanità e coraggio che trovarono cittadinanza nell’animo di chi quel campo lo governò in pieno regime fascista, e dunque militare, senza cedere all’abominio di una persecuzione cieca, crudele e atroce.

Anche a Ferramonti gli ebrei, e non solo, dopo lo sradicamento e la spoliazione di tutto, vissero senza libertà, in un contesto militarizzato in cui il controllo consentiva per necessità di uscire dal campo solo scortati. Nato sulla scia di uno stesso disegno di morte, tuttavia, la vita e la speranza non furono spezzati e dopo la liberazione del 1943 in molti vi restarono in attesa della fine del conflitto e oltre, mentre negli campi di concentramento e di sterminio nazista in Europa si moriva in massa e in modo orrendo. Una pagina di luce in questa storia di negazione di identità e di libertà, furono la solidarietà e le relazioni che nacquero tra gli internati e la popolazione di Tarsia. Molti di questi rapporti sopravvissero alla guerra. Nell’unico campo calabrese, a Ferramonti di Tarsia, furono internate 2200 persone, a fronte di una capienza di 2700, non meno perseguitate e imprigionate delle altre ma non vittime degli orrori che invece hanno contraddistinto soprattutto le fasi precedenti e successive alla fine del conflitto e prima della liberazione ad opera degli Alleati. Una deriva che a Ferramonti non fu raggiunta e c’è chi testimonia anche atti di grande coraggio, come la decisione di far rissare la bandiera gialla simbolo dell’epidemia di colera, in realtà inesistente, per evitare l’ingresso di nazisti nel campo. Quell’atto di coraggio, che avrebbe potuto costare la vita a chi lo aveva compiuto, fu del comandante reggino Gaetano Marrari, inserito tra i quasi settecento Giusti tra le nazioni di nazionalità italiana, riconosciuti dall’istituto Yad Vashem, ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele con sede a Gerusalemme, nato nel 1953 per «documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime». In Gaetano Marrari, l’uomo si distinse dal servo abbrutito di un’ideologia delirante, di un progetto indegno che si consumava impunemente in altri luoghi di internamento degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.

Il campo di Ferramonti fu il primo ad essere liberato dagli Alleati, il 14 settembre 1943 – la liberazione dei campi del Reich da parte dei Sovietici e degli Alleati avvenne qualche anno dopo (Auschwitz – Birkenau liberato dalle Armate Rosse il 27 gennaio 1945 e Bergen Belsen e Buchenwald liberato nell’aprile 1945, rispettivamente dagli Inglesi e dagli Americani). Esso fu anche l’ultimo ad essere chiuso l’11 dicembre 1945. Molti internati a Ferramonti, non avendo dove andare, restarono lì per qualche tempo, anche dopo la liberazione. Iniziarono così a vivere una nuova vita. La pubblicazione curata da Carlo Spartaco Capogreco intitolata “Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo di concentramento fascista (1940/1945)”, edita da Giuntina nel 1987 con prima ristampa nel 1993, ci racconta dei fermenti di Libertà e di Democrazia, nonostante la miseria e l’incertezza sul futuro. Nell’ottobre successivo alla liberazione furono coloro così duramente perseguitati a presagire un futuro diverso per l’Italia. Loro, contrariamente ad altri ebrei internati in Italia (dal campo di Urbisaglia in provincia di Macerata, passando per Fossoli, furono deportati ad Auschwitz nel settembre del 1943), invece si salvarono. “Con l’aiuto degli alleati ed in particolare dei soldati della brigata Ebraica, la vita dentro il campo riprendeva con grande fervore di iniziative e Ferramonti si trasformava in breve in una vera e propria comunità autonoma che dava subito prova di grande efficienza organizzativa e che gli internati definirono, con ironia ed orgoglio insieme, ‘Repubblica di Ferramonti'”. Un’invocazione quanto mai significativa, che presagì il nuovo destino istituzionale per l’Italia che tuttavia avrebbe ancora dovuto Resistere e combattere per liberarsi dagli oppressori, dagli invasori, e attendere quasi due anni prima di sentirsi chiamare Repubblica.

 

 

 

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