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Memorie | Fame di vita e la sete di speranza nell’Aspromonte del Secondo Dopoguerra

di Anna Foti – Un amore appena sfiorato e già lontano, stritolato nelle maglie fitte di un mistero e sfidato sul campo di una battaglia immaginaria, riflesso di una Storia ancora troppo dolorosa e recente. La spedizione dei Mille e il ferimento di Garibaldi nella battaglia in Aspromonte, assurto nei libri di storia a simbolo del cammino risorgimentale che portò ad un’Unità d’Italia non senza prezzi altissimi e con sacrifici ancora in là dall’essere pienamente compresi, si ritrova esposta ad interpretazioni discordanti e inconciliabili, mai pienamente appianate. La Storia moderna del Risorgimento e quella contemporanea della Guerra Fredda e del Secondo dopoguerra contrappongono eroi e vinti ed ideologie ancora cocenti e deluse mentre fanno capolino le speranze per il futuro. In questo contesto trovano spazio anche i sogni, le amicizie e i legami familiari, la povertà e la solidarietà, l’emigrazione e la nostalgia, lo sradicamento e l’identità, la diffidenza e l’incubo del complotto: tutto si mescola nella vita di persone e luoghi, nel mosaico di tradizioni e retaggi, di colori e paesaggi che animano un racconto corale, seppur narrato in prima persona da Giovanni Suraci. La memoria perennemente sospesa nel tempo, con la sua funzione di linfa e di spinta verso la consapevolezza e il cambiamento, è il leitmotiv del romanzo – il primo di una trilogia – “Era fame di vita” a firma di Giovanni Suraci, pubblicato un anno fa con i caratteri di Città del Sole e di cui si parla in questo articolo della rubrica intitolata appunto ‘Memorie’. Giovanni Suraci, allievo della poetessa Gilda Trisolini, ha compiuto il suo percorso di studio tra Reggio Calabria e Messina. Ha intrapreso la stesura della trilogia per raccontare la Calabria da un punto di vista inedito che non nega i limiti e l’arretratezza di visioni e approcci, ma audacemente esplora anche la forza e la bellezza di una terra, più sfruttata che amata, e di un popolo che ha combattuto per ideali forti e radicati appresi sui libri oppure dalla terra, a stretto contatto con la miseria, la fame e gli stenti. Per il suo sguardo non più alto, non superiore, non oggettivo, ma appartenente alla realtà, Giovanni Suraci è un moderno abitatore, più che testimone, come ci aiuta a distinguere lo scrittore e giornalista Maurizio Maggiani. “È un uomo della città che si prende cura della città, è un uomo della sua storia che ha sentimenti per la sua storia. (…) Ad un testimone è interdetta la passione in nome dell’attendibilità, agli abitatori la passione è necessaria anche solo per poter vivere senza smemoratezza”.

Le vicende sono ambientate in Aspromonte, a Santo Stefano, comune natio di Giovanni Suraci, posto ad un passo dalle vette di Gambarie e a più di un passo dal mare di Reggio Calabria. Santo Stefano è il luogo che assurge a tempio delle memoria dei Risorgimento e di timore di una nuova guerra dopo l’improvvisa istallazione nel 1965, a circa 10 km da Gambarie (1.750 metri sul livello del mare) nel comune di Roccaforte del Greco, sul monte Nardello, della base Usaf (United States Air Force) dagli scopi rimasti segreti e riservati. Santo Stefano è il luogo che assurge a simbolo di piccoli centri del Sud in cui la vita ricomincia dopo la guerra, in cui la speranza di restare è audace mentre quella di partire è ardentemente necessaria.

Al paese di Santo Stefano l’Italia si mostra attraversata da un fermento che rimane fuori, a meno di coraggiose incursioni di chi parte e non esita a tornare e a ripartire. Siamo negli anni Sessanta e il paese aspromontano diventa paradigma di un Sud che rievoca il Risorgimento e la spedizione dei Mille come momento di liberazione del Meridione dal Regno delle Due Sicilie, di un Sud marchiato a fuoco dal brigantaggio e poi schiacciato dall’emigrazione al nord ed anche all’estero. Sono i tempi dell’accordo con il Belgio per l’impiego di manodopera nelle miniere di carbone. E’ il Sud in cui le donne rimangono a casa e le giovani che possono permetterselo guardano già oltre, dove ad un tratto l’istallazione di base militare americana getta dal passato nuove ombre sul presente, che timidamente avanza dopo la guerra ed il Fascismo, e su un futuro ancora tutto da costruire. Quel pezzo d’America nel cuore dell’Aspromonte genera diffidenza e paura ma riserva anche pagine di collaborazione e incontro.

Giovanni Suraci racconta e nei suoi racconti scorre il tempo di nuovi inizi, anche lontano dal paese natio, dagli affetti e dalle amicizie, ma vicino ai desideri dell’anima. E’ la storia della giovane e bella Lilly, che si spinge oltre andando a studiare Lingue nella lontana Milano, ospite degli amorevoli zio Demetrio e zia Betty. Qui conosce Patrizia ma non dimentica le amiche di sempre Lauretta, Tanya e Lara con cui è cresciuta. Lilly, figlia del signor Fava che lavora nella bottega di Cosimino, è fragile, con la sua malformazione cardiaca e quell’innocente soffio al cuore, ed al contempo forte e determinata; sorella di quattro fratelli tutti più grandi di lei e molto protettivi, al punto da contrastare il suo amore per l’aitante marine, anche musicista, Jack che sfida ogni ostacolo per dichiararle un amore grande ma che resta sospeso e avvolto nel mistero.

Scorre nelle parole di Giovanni Suraci il tempo dei sacrifici e della quotidiana lotta per la sopravvivenza della sorella di Lilly, Concettina madre di tre bambini e moglie di uno dei tanti emigrati a Torino per lavorare alla Fiat.

A Santo Stefano d’Aspromonte si scontrano e si incontrano il radicamento delle tradizioni e l’impatto incontenibile del cambiamento. Esso non è solo il luogo semplice in cui bastava giocare a nascondino, battimuro, rumbula, campanaro e a pallone per assaporare la felicità; in cui la gita nel luogo incantato del laghetto delle due fiumare “rappresentava pura gioia e il massimo della trasgressione”; “Il fatato luogo smagliante per il contrasto di colori che, plasmandosi tra di loro, si riflettevano nella acque abbastanza profonde tanto che noi lo chiamavamo ‘maretto'”.

E’ anche il luogo dei fermenti e di sentimenti politici contrastanti. Lo spaccato generazionale si condensa nello stato d’animo dell’io narrante che così descrive il suo sentire: “(…)vivevo giornalmente il contrasto profondo che si delineava chiaramente attorno a me: da un lato i segnali di una società in pieno fermento, con la fiducia di una positiva evoluzione a favore delle classi deboli che, come diceva il sarto, avevano tutto il diritto di emanciparsi; dall’altro, le incessanti lamentele dei nonni che rimpiangevano il regime fascista, esaltando le qualità del Duce che, a loro avviso, era riuscito, durante il Ventennio, a ridare forza economica e dignità politica all’Italia”. Palpabili nel racconto di Giovanni Suraci i volti contrapposti di una stessa Storia e lo slancio verso l’emancipazione che riguardava le donne (“accessori essenziali ma secondari rispetto al ruolo dell’uomo”) in tutto il paese, e al Sud in modo particolare, e i ceti sociali più bassi sulla scia di un Comunismo che incantava i nostalgici e non solo.

Una inquietudine degli animi che preoccupava la Chiesa; una condizione enfatizzata dall’avvento della televisione e dalla amplificazione delle lotte politiche condotte da chi, non dovendo spezzarsi la schiena nei campi come i contadini, aveva più energie da spendere nei dibattiti.

Ritratti familiari in cui la piccola e la grande Storia si intrecciano e da questo articolato intarsio emergono paure, sentimenti, emozioni, legami tra le persone e con i luoghi: emerge, in modo spontaneo e disarmante, tutto ciò che rende ogni popolo e ogni comunità affamati della vita.

La descrizione dei personaggi è un aspetto su cui il narratore indugia allo scopo di contribuire ad affrescare, anche attraverso gli antichi mestieri e le preziose arti del passato, un’epoca. Ogni personaggio ha una storia, un sogno, un ideale: il parroco don Francesco, il calzolaio Cosimino, convinto marxista, e l’amico e sarto don Vincenzo, padre delle giovani intraprendenti Tanya, pediatra, e Lara, docente universitaria presso la facoltà di Giurisprudenza di Messina. Don Vincenzo, appassionato di stoffe ben oltre il mestiere, è anche lui marxista ed è ardente fautore della letteratura russa quale antidoto per decretare la fine del capitalismo. Per i compaesani egli vive nell’utopia. Poi c’è Salvatore, il compagno di banco dell’io narrante, quinto di sette fratelli e figlio di Pietro, tornato debilitato, come accadde a molti italiani e a molti calabresi, dalle miniere del Belgio. “Diceva di aver provato la sensazione di essere emigrato due volte: la prima quando era espatriato in Italia; la seconda quando era rientrato in Italia; e infatti, in paese era soprannominato ‘il Belga’ mentre per i belgi era ‘l’Italiano'”. Con il macellaio mastr’Andrea, tornato in Calabria dal Trentino con nuove tecniche di lavorazione dei suini, esploriamo il desiderio di riscatto di chi sceglie di tornare dopo essere stato costretto a partire.

Non manca la nutrice, Sara, persona cara tanto al calzolaio Cosimino che allo zio Mimì. Poi ci sono il falegname Enzo e la moglie Maria, sposata nel giorno del Corpus Domini, il bizzarro fotografo Emanuele dall’accento parigino, il comandante Armando, gestore del bar ritrovo di Santo Stefano, anche lui reduce dalla guerra ma di stanza a Napoli, città della quale ricorda moltissimo e non ultimo il giovane napoletano Gaetano Alessi e la sua ardente convinzione per la quale “Napoli e tutto il Sud avessero vissuto proprio con i Borboni un risveglio economico e culturale di straordinario spessore”. Un punto di vista piuttosto inedito in una Italia unita da poco più di cento anni e che, nel segno dell’Unificazione, considerava il Risorgimento un il trionfo dell’idea di unità, un momento fondante di rinascita, messo a dura prova poi dal sisma del 1908 e dalle guerre, e non un inganno, una prevaricazione, una strumentalizzazione meschina del sentimento patriottico, un evento vessatorio, privativo e punitivo per il Mezzogiorno. Senza dimenticare che Santo Stefano è il luogo della memoria del Risorgimento per antonomasia con vie e slarghi intitolati ai Mille, ai compaesani patrioti Romeo e a Domenico Morabito. Al lettore, la libertà di avere una propria opinione sull’argomento.

I volti e le storie si susseguono. C’è Ninetto, figlio del veterinario Germanò che ama la montagna e della maestra Pina che non ha dimenticato il mare e che ogni estate si reca a Reggio per le vacanze; c’è Pinuccio, di fatto apprendista bibliotecario data la grande passione per la lettura condivisa con l’amico Ninetto; ci sono anche l’agnostico professore Toscano invalidato dalla guerra, che torna al suo paese per gli ultimi anni della sua vita, e il centralinista Lorenzo, detto ‘il sordo’, che mettendo in comunicazione le persone, da quella postazione telefonica pubblica, collega quell’angolo di Sud al resto del mondo.

In un momento storico di cambiamenti epocali, di grandi fermenti e timori, mentre monta quello che viene percepito come l’affaire di monte Nardello – la base americana istallata nel 1965 unitamente a quelle di Catania e Trapani per il controllo delle telecomunicazioni nell’area del Mediterraneo e rimasta operativa fino al 1985 – sboccia un amore contrastato dall’uomo e dagli eventi storici.

Una storia che sa mettere in luce la genuinità dei sentimenti e la forza dell’amicizia, nonostante le resistenze culturali di famiglie unite ma strette nel loro solo mondo; famiglie diffidenti con il mondo esterno e non ancora pronte al cambiamento.

“La società contadina, con i suoi tempi, i suoi ritmi e le sue cadenze, ancora resisteva agli stimoli che incalzavano verso la ricerca di nuovi orizzonti. L’Aspromonte proteggeva la sua realtà, rallentava con diffidenza il dinamismo frenetico dei cambiamenti. Erano naturali l’apprensione e la paura del nuovo: segnate da troppe aspettative calpestate in passato, quando il vento di cambiamento era stato ritenuto migliorativo, adesso la tosta mentalità montagnola consigliava cautela. (…)il luogo prediletto delle ricche e colte discussioni si sviluppava principalmente attraverso la passeggiata che dal centro del paese si incanalava sino ad una sorgente celebrata per la qualità dell’acqua. Durante il percorso e nel piccolo spiazzo antistante una caratteristica fontana di pietra, il vocio delle persone sagge e istruite infrangeva il silenzio assordante delle calde notti estive, illuminate da un indescrivibile cielo stellato che, rischiarando a giorno la buia valle, creava un effetto scenico di impareggiabile splendore. La volta celeste si congiungeva con lo sfondo illuminato della punta della Sicilia, oltrepassando lo Stretto e formando così un orizzonte luccicante che sembrava, per questo atipico gioco di luci, poter essere sfiorato e quasi accarezzato con il palmo della mano”.

La Storia scritta e le Storie raccontate. La Storia e le storie di ogni giorno incastonate in un luogo quasi poetico e carico di straordinarie suggestione in cui l’umanità, con tutto il suo bagaglio esperienziale per lo più drammatico, compie, nel bene e nel male, il suo percorso e il suo cammino verso il futuro. Perchè il cammino dell’Italia, con la partecipazione emotiva della natura a questa processo imponente e prepotente, si è compiuto, e ancora continua a compiersi, anche al Sud. Laborioso e sempre impegnativo è il contributo richiesto alla sua gente che non si tira indietro, lasciandosi sostenere, inarrestabilmente, da quel desiderio di vita che sopravvive al tempo, alle guerre, alle verità negate e manipolate, alla Storia.

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