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Vent’anni senza Fabrizio De Andrè

di Isidoro Pennisi – I dubbi per non provarci sono venuti giù di colpo, come mattoni messi su male, dopo aver focalizzato in maniera più onesta e lucida le intenzioni di una persona a me cara che, almeno per tre o quattro anni dopo la morte di Fabrizio De Andre, imponeva con la sua nota caparbietà e autorità caratteriale, di riunire la sera dell’undici di Gennaio, per una specie di veglia funebre, una serie di persone che pur avendo avuto cose in comune, in quel momento forse non le avevano più. A quel tempo io semplicemente sopportavo questo rito.

Credo che l’animatrice di questi incontri, senza saperlo coscientemente, coglieva istintivamente, con il senso arcaico e animale che solo le femmine di valore possiedono, il tratto forse più potente di De Andre e della sua opera di scrittore di parole da pronunciare a voce alta. Un tratto potente, vasto e ingombrante come il tema intuito e messo in forma attraverso le parole composte ad arte: il destino fatato e la maledizione sempre incombente, la bellezza e i tratti orribili, la necessità materiale e l’irrilevanza sentimentale, del vivere insieme in un metro quadro, in una stanza, in una casa, in un quartiere, in una città, in un Paese e nel Mondo. A noi sembra banale il solo pensarci per il semplice fatto che lo consideriamo naturale, e anche ovvie le conseguenze: essere fratelli, figli, amici, amanti, cittadini, o anche italiani, europei, umani.

Così ovvie che siamo sempre pronti a scandalizzarci quando tutto questo non avviene in maniera semplice e ordinata, e sempre pronti, quando tutto questo non avviene in modo semplice e ordinato, a trovare soluzioni per farle avvenire comunque. Soluzioni, però, che sono sempre ciò che di più terribile gli esseri umani inventano, perché presuppongono sempre la depurazione della comunità che compone i naturali protagonisti, da riconfigurare artificiosamente in maniera tale che il vivere insieme continui a funzionare e a offrire i risultati attesi.

E questo vale sempre. Vale quando questa comunità è fatta da una femmina e da un maschio; vale quando questa è composta in forma di famiglia; vale quando è una cittadinanza o una comunità nazionale. A maggior ragione vale, quando questa è composta da identità, etnie, portati umani culturali diversi dentro la stessa Arca di Sasso persa nell’Universo. Una delle costanti della nostra storia umana è la tentazione di epurare ogni elemento che rappresenta un ostacolo alla presunta naturalità e ovvietà del vivere insieme; rendere omogeneo il capitale umano che deve rendere indiscutibile e scontato il vivere insieme.

Se questa epurazione deve passare attraverso lo strumento della discriminazione, che ha diverse forme ma tutte diaboliche, non ci siamo mai fatti scrupolo di farlo, o per un attimo, o per un giorno, o per una anno, o per secoli. Da quella del maschio rispetto alla femmina (in ogni sua forma) sino a quella di chi vive in condizioni di benessere rispetto a quelli che sopravvivono in condizioni di malessere (in ogni sua forma). Tra questi due apici elementari, però, vi sono tantissime forme di discriminazione funzionali a rendere ovvio il vivere insieme lì dove invece ovvio non è. De Andre non denuncia la discriminazione, che è un compito alla portata di chiunque di noi si sappia indignare. De Andre affronta l’illusione e il semplicismo che fa della discriminazione una sorta di malattia e devianza dell’etica e della politica mentre, al contrario, è forse il suo dato distintivo più perenne e abitudinario.

Non siamo naturalmente predisposti a vivere insieme, come fanno tutte le altre forme di vita su quest’Arca di Sasso, che trovano equilibri costanti secondo azioni implicite, automatiche e, di volta in volta, date ed auto sostenenti. Noi dobbiamo conquistarci innaturalmente questa condizione e, solo dopo, goderne i suoi splendori. Una conquista immane, complicata, eroica, epica, ma evidentemente ancora oggi non alla nostra portata. De Andre non fa altro che comporre versi indimenticabili che raccontano queste sconfitte, dando voce soprattutto alle vittime sacrificate in ognuna di esse. De Andre imbastisce un punto di vista realistico di queste vittime sacrificali, le fa parlare, le fa esprimere, le fa raccontare, e finanche le consente di forgiare suggerimenti per gli stessi carnefici. Non mi va di mettermi a citare i tanti momenti della sua opera in cui questo mi sembra evidente e chiaro ben oltre il dubbio. Vorrei invece invitarvi tutti a riascoltarlo in questo senso, per farci tutti una ragione di quel semplice fatto che ci dovrebbe indurre a non rendere ovvio per principio il vivere insieme, di sottovalutarne per principio la sua estraneità e, di contro, di dare modo ad altri, più pragmatici, di trovarne una forma qualsiasi, ottenuta attraverso le scorciatoie terribili della discriminazione.

Io oggi chiamo questa nostra patologia innata come “mixofobia” e non so se a De Andre questa definizione sarebbe andata bene. Però so quello che De Andre non ha potuto vedere in questi venti anni di sua assenza. In questi vent’anni d’assenza sono velocemente maturate le condizioni (dopo una breve pausa fatta di decenni di apparente sospensione di questo immane problema che, però, non fu un inganno per la sua intelligenza e sensibilità poetica) per innescare le conosciute e consolidate forme di scorciatoie discriminatorie che ci permettano di vivere insieme al solito prezzo.

De Andre morì all’alba del millennio in corso. Un alba che fu salutata dalla fine dell’adolescenza della globalizzazione, dalla nuova moneta unica europea e dal preciso segnale di rigetto, a questi e altri cambiamenti, segnalati ante litteram dalla polvere alzata dal crollo doloso di due grandi edifici nel cuore dell’Occidente. La combinazione dell’evoluzione di questi tre eventi propulsivi del primo secolo del millennio è, al momento, un intreccio che non sembriamo capaci di ordinare. Non è la prima volta nella storia umana, ma è la prima in cui ciò è vissuto attraverso una coscienza planetaria, contemporanea, che mette in difficoltà le risposte per via dell’uniformità e il conformismo delle idee in campo che l’azzeramento delle differenze culturali, prodotto proprio dalla globalizzazione, ha realizzato.

Essere dei cittadini del mondo, come oggi diciamo, e non più di una città, vuol dire essere dei cittadini di una città che non esiste se non come ipotesi retorica di principio. L’assenza di questa città e di questo luogo preciso per la cittadinanza è, però, un prerequisito della globalizzazione. Al mondo esiste una minoranza di persone che fa di quest’assenza di cittadinanza il suo copioso privilegio, ma ne esiste poi una maggioranza per cui tutto ciò si è già trasformato in una maledizione, che ha visto scendere la qualità delle attese di vita. Una maledizione che sta spingendo questa maggioranza, ormai non più silenziosa, verso un ammutinamento diffuso e globale, che assume forme diverse ma tutte destinate, se non si trova la maniera di cavalcarle e domarle, a far crollare l’attuale ordine costituito generale con le conseguenze che ciò comporterà. Le diverse maniere di reagire, al momento, sono più che altro delle reazioni isteriche. Sovranisiti e Mondialisti, Europeisti e Nazionalisti, rappresentano le due facce della stessa medaglia, sono un vaticinio di ciò che il futuro ci riserva se non torniamo a usare un pragmatismo radicale che i momenti difficili pretendono. Un pragmatismo radicale che si deve nutrire di ciò che i poeti hanno intuito quando la situazione non lo faceva minimante presagire. Immergiamoci nuovamente nelle sue parole, ma impariamo a nuotarci; ascoltiamo di nuovo le sue canzoni, ma impariamo a cantarle senza chitarra e senza voce, perché è per questo che i poeti vengono mandati in questo Mondo: per farci essere migliori, quel tanto che basta per dare maggiori possibilità a questa Arca di Sasso di sperimentare l’impossibile.

Ascoltiamo ogni protagonista delle sue canzoni, che nei casi più evidenti come in quelli meno appariscenti, sono o interpretano sempre la parte del testimone di una evidente o nascosta discriminazione da attuare in nome del vivere insieme, costi quel che costi. Abbiamo alle porte una nuova fase terribile per la convivenza ma, per chi se la sente, anche una sfida.  “Corriamo a vedere il colore del vento”: poi battiamoci, con onore, dignità ma soprattutto ragione, in ogni angolo della nostra vita, inchinandoci di fronte a questa possibilità che ci viene data.

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