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9 agosto 1991–2018, la memoria di Scopelliti e l’impegno della Calabria che resta

di Anna Foti – La memoria autentica è quella che matura di pari passo con l’impegno. Nel ricordo e nell’esempio di qualcuno che, con la sua esistenza, ha testimoniato valori che sopravvivono al distacco, alla perdita e all’oblio, finanche alla giustizia e alla verità negate, tutti noi abbiamo un’occasione di riscatto. La testimonianza dei quei valori resta il faro al quale permettere di illuminare il cammino e, passo dopo passo, convivere con il dolore e proseguire con fiducia, pazienza e amore verso il futuro.

Rosanna aveva sette anni quando suo padre fu ucciso dalle mafie, 27 anni fa.
Antonino, il padre
“Ero solo una bambina e, nonostante siano passati ormai tanti anni, io conservo il ricordo della normalità dell’uomo, del papà che mi riempiva di cioccolata quando mia madre si girava dall’altra parte, di colui che accantonava il lavoro per trascorrere del tempo con me, di colui che la sera guardava i cartoni animati, piuttosto che il telegiornale. Anche se avevo solo sette anni quando è stato ucciso, non smarrisco la consapevolezza dell’uomo di valore che il mio papà è stato”. Risaltano sempre gli occhi scuri e luminosi di Rosanna, tratto di forte somiglianza con il padre e che, mentre racconta quanto vivo sia ancora il ricordo, si mostrano con un velo di tenera commozione. Rosanna è, e resterà, una figlia orgogliosa, nel tempo divenuta una madre radiosa e fiduciosa, e nell’ultimo decennio riscopertasi una calabrese tenace e impegnata.
Elena Maria e nonno Nino
“Il tempo scorre – racconta Rosanna – e oggi mi ritrovo mamma. Mia figlia si chiama Elena Maria, ha due anni e ‘conosce’ suo nonno Nino. Lo conosce attraverso le foto, ne sente parlare spesso e sa che adesso noi lo stiamo ricordando. Ne è contenta ed io con lei. Sono certa che nonno Nino sia per lei una presenza molto sentita e il fatto che lei percepisca il senso di ciò che faccio mi riempie di gioia e di motivazione per proseguire lungo questo percorso”.
Rosanna e la Calabria
Dopo anni di comprensibile distacco da questa regione, terra in cui da bambina le era stato violentemente portato via il padre, da un decennio Rosanna è ormai impegnata a rigenerare e rafforzare questo legame con la sua terra di origine. Legalitalia, l’esperienza parlamentare e la fondazione Antonino Scopelliti sono stati i viatici attraverso i quali far confluire l’impegno per il riscatto della Calabria. “Ho capito nel tempo che quella Calabria che io sentivo ostile, in realtà non era rimasta silente perché non ricordava mio padre. In realtà aveva custodito troppo gelosamente il suo Ninuzzo nelle pieghe di un’anima ferita, senza riuscire a capire che la figura di Antonino Scopelliti e ciò che era successo avrebbero dovuto essere patrimonio collettivo e che, dunque, il suo ricordo andava assolutamente portato fuori e condiviso”. Oggi Rosanna è una calabrese fiera di una terra che lei sa non avere mai dimenticato il sacrificio del “suo Ninuzzo” e che tuttavia ha bisogno di imparare a coltivare alla luce del sole la memoria di coloro che, pure nel sacrificio, non smettono di essere vivi e di rendere questo territorio un luogo migliore, nel quale rimanere e per il quale impegnarsi.
Per questa ragione dallo scorso anno Rosanna ha spostato da Roma (Via della Scrofa, dove risiedeva il padre) a Reggio Calabria, in via Capobianco, la sede della fondazione, istituita nel 2007 ed intitolata alla memoria di suo padre Antonino Scopelliti. Per questa ragione quest’anno, la tre giorni in memoria del padre, intitolata “Calabria in Campus. La Calabria di chi resta”, ha abbracciato tre comuni, Reggio Calabria, Campo Calabro e Villa San Giovanni e ha avuto come tema centrale le forme di resistenza e di impegno civile che esistono in Calabria e che spesso non mettono in condivisione idee ed esperienze. “Sono fermamente convinta che uno dei modi per sconfiggere le mafie sia quello di occupare degli spazi e di trasformarli in beni comuni, segni tangibili di resistenza. Se, per avere denunciato gli estortori, Tiberio Bentivoglio fosse costretto a chiudere la sua attività e a lasciare la Calabria, tutti avremmo fallito. Le energie positive esistono in questo territorio ma bisogna fare rete con loro e attorno a loro. In questo senso sono particolarmente fiduciosa e sono contenta della risposta che Città di Reggio ha riservato a questa iniziativa promossa dalla Fondazione. Reggio ha dimostrato di non volere dimenticare e di voler essere sollecitata a dibattere, a confrontarsi, a progettare e a costruire un futuro diverso”, ha sottolineato Rosanna Scopelliti confermando “quanto la memoria possa diventare impegno se associata alla riflessione e alla presa in carico” ma ribandendo anche “quanto sia vitale e necessario che l’impegno sia sollecitato anche con l’entusiasmo e la gioia della condivisione e dell’aggregazione”.
La Fondazione “Antonino Scopelliti”
La fondazione Scopelliti rinsalda e nutre il legame tra Rosanna e la Calabria. Essa si prefigge di perseguire lo scopo di riunire le energie buone e di metterle al servizio della comunità onesta ed integra che abita questo territorio. “In questo luogo nel centro della Città, la memoria vive, non è solo celebrata, e si declina in impegno, responsabilità, progettualità al servizio del bene comune e di questo territorio che mio padre amava”, ha spiegato Rosanna Scopelliti. “La Fondazione non è solo impegnata nelle scuole. Essa si propone anche di favorire pratiche di buona cittadinanza, di incentivare il contatto con le istituzioni, di alimentare e sperimentare forme di collaborazioni con le associazioni e di integrazione con il territorio. Dobbiamo imparare tutti a non essere più singoli individui che combattono disuniti per una causa, ma a sentirci comunità compatta che va verso la medesima direzione”, ha sottolineato ancora Rosanna. Non solo le attività nelle scuole, dunque, ma anche laboratori, dibattiti, incontri e iniziative di formazione per contribuire a sensibilizzare i cittadini e a fornire strumenti di approfondimento agli operatori professionali chiamati a assistere la comunità in questo cammino di riscatto e rigenerazione del tessuto civile, sociale, culturale ed anche economico-produttivo. Degni di nota, i corsi di alta formazione, in collaborazione con l’ordine degli Avvocati, in materia di Immigrazione e di assistenza alle Vittime di criminalità organizzata. La Fondazione si pone, quindi, come un luogo aperto alla comunità e al territorio, come una fucina di idee per la crescita e lo sviluppo che valorizzi le tante risorse positive presenti, senza dimenticare le sfide ancora aperte e tutte da combattere contro le forme diffuse di illegalità.

Antonino, il magistrato
Una brillante carriera di uomo di legge quella di Antonino Scopelliti. Pubblico ministero presso la procura della Repubblica di Roma, poi presso la procura della Repubblica di Milano, quindi procuratore generale presso la Corte d’appello e infine sostituto procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Si occupò di mafia e anche di terrorismo, rappresentando la pubblica accusa nel primo processo sul caso Moro ed in quelli relativi al sequestro dell’Achille Lauro, alle stragi di Piazza Fontana e del Rapido 904. Tra i processi a lui affidati anche quello contro Cosa Nostra. Quell’estate lavorava infatti al rigetto dei ricorsi avverso le condanne in appello presentati, dinnanzi alla corte di Cassazione, dagli imputati nel maxiprocesso di Palermo; il processo penale più imponente di sempre, 460 imputati, istruito da Falcone e Borsellino nella prima metà degli anni Ottanta. Quel giudizio per crimini di mafia iniziò il 10 febbraio 1986 e terminò il 30 gennaio 1992, con la conferma di 19 ergastoli e di oltre 2600 anni complessivi di reclusione.
9 agosto 1991, il delitto
Era il 9 agosto 1991 quando, in vacanza nella sua Calabria, il magistrato Antonino Scopelliti rimase vittima di un brutale agguato a Piale, tra Campo Calabro e Villa San Giovanni, nel territorio della città metropolitana di Reggio Calabria. Era a bordo dell’auto e stava tornando a casa dal mare quando almeno due uomini in moto lo uccisero, indirizzando alla sua persona una pioggia di proiettili esplosi da un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. Due lo colpirono mortalmente alla testa. Morì sul colpo. Quel delitto, a distanza di oltre un quarto di secolo, non ha ancora avuto giustizia e verità.

Il processo e i pentiti

Era il 24 maggio 1994 e a Reggio Calabria presso la Corte di Assise, nel palazzo dello storico Tribunale in piazza Castello, si stava svolgendo il processo contro la “cupola” di Cosa Nostra per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti; nel processo era imputato anche Totò Riina come mandante unitamente agli altri capi mandamento e componenti della “commissione” di Cosa Nostra.
La pubblica accusa era rappresentata dal pm reggino Salvatore Boemi. Il giudizio si stava celebrando in un clima abbastanza incandescente. Nell’aprile del 1995 fu addirittura necessario l’arrivo a Reggio Calabria del capo della procura Antimafia Bruno Siclari, per via di un sovraccarico di lavoro a fronte di risorse umane scarse. Erano i tempi del maxi processo contro la ndrangheta e 500 erano state le richieste di misure cautelari formulate dalla procura distrettuale e ferme da mesi.
Salvatore Boemi, magistrato che per decenni ha contrastato la criminalità organizzata, ha sempre ricordato che “negli anni ‘93 e 94 tra i tre processi che impegnavano la DDA di Reggio Calabria, insieme al processo Olimpia, sulla seconda guerra di mafia reggina, e al processo per la morte di Lodovico Ligato, vi era proprio il processo per l’assassinio di Antonino Scopelliti”. Nell’ambito di questo venne accertato l’asse ndrangheta – cosa nostra che nulla avrebbe avuto da guadagnare dalle condanne che quel maxiprocesso certamente avrebbe procurato e che dunque avrebbe cercato e trovato nei calabresi dei validi alleati per quell’irreversibile e sanguinoso disegno criminale. Una tesi, questa della committenza siciliana del delitto e dell’esecuzione del tutto irrituale dei calabresi, supportata dalle dichiarazioni rese da altri pentiti calabresi come Pippo Barreca e Giacomo Ubaldo Lauro negli anni Novanta, ma poi miseramente smantellate in appello.
Un accordo, dunque, tra le più spietate mafie del Sud Italia – nei decenni successivi divenute holding internazionali del crimine – per fermare nell’unico modo possibile, l’azione coraggiosa ed imperturbabile di un giudice onesto, integro e incorruttibile, quale Antonino Scopelliti è stato.

Un accordo che vide come prima tappa la località vibonese di Nicotera dove, nel giugno del 1991, solo due mesi prima dell’agguato, per la prima volta si era riunito il gotha di Cosa Nostra e quello della ‘ndrangheta. Presenti i Corleonesi di Totò Riina dalla Sicilia ed i padroni di casa in Calabria i Commisso, Aquino, Pesce, Piromalli, Mancuso, Ficara, Latella, Tegano, Condello, Rosmini e Imerti. L’incontro definitivo pare fosse avvenuto nel reggino, nella frazione Bosco di Rosarno, alcune settimane dopo.

Presso il Tribunale di Reggio in quel periodo si celebravano altri due grossi processi: il primo sempre contro Totò Riina (con plurime condanne all’ergastolo, arrestato nel gennaio del 1993 dopo ventiquattro anni di latitanza dal capitano Ultimo) e altri 13 boss della Cupola di Cosa Nostra, sfociato nel 1996 in una sentenza di condanna in primo grado, poi capovolta in assoluzione in appello. Il secondo processo vedeva imputati Binnu Provenzano (morto il 13 luglio scorso dopo sette anni di reclusione e quarantatre di latitanza, tre processi in contumacia confluiti in una condanna all’ergastolo) e altri 9 componenti della cosiddetta Commissione regionale siciliana, tra i quali Pippo Graviano e Nitto Santapaola. Anche in questo caso il verdetto di condanna comminata nel 1998, divenne di assoluzione nel 2000 per inattendibilità dei pentiti, tra cui Giovanni Brusca che azionò il telecomando a distanza nella strage di Capaci.

Il convincimento diffuso secondo il quale il delitto Scopelliti fosse esito di un agguato mafioso, frutto di un accordo tra cosa nostra e ndrangheta, nonostante le dichiarazioni dei pentiti, in realtà non ebbe mai un volto né il crisma di una verità giudiziaria definitiva. Si susseguirono nel tempo le conferme di questo assetto, grazie a numerose deposizioni di pentiti in altri processi, durante i quali si riferì anche del delitto Scopelliti.

Nel 2012, dopo due decenni di silenzio, si era accesa una nuova fiaccola di luce nella ricerca della verità sull’agguato. Ad alimentarla erano state le dichiarazioni del pentito Antonino Fiume che nell’ambito dell’inchiesta Meta, condotta dal sostituto procuratore della DDA reggina Giuseppe Lombardo, aveva attributo l’agguato ad un commando di affiliati alla ndrina reggina dei De Stefano; commando incaricato, da Totò Riina e dai corleonesi minacciati dal processo ormai alle porte, di eseguire il delitto in cambio dell’intervento pacificatore dei siciliani tra i due cartelli reggini De Stefano – Tegano – Libri e Condello – Rosmini – Serraino – Imerti che insanguinarono le strade di Reggio con 700 morti durante la seconda guerra di mafia alla fine degli anni Ottanta.
Ad oggi nessuna verità, nonostante gli anni, i processi e le dichiarazioni dei pentiti. L’ultima risale a qualche mese fa, quando nell’ambito del processo celebrato presso la corte d’Assise a Reggio Calabria, il reo confesso dell’omicidio del deputato siciliano della Democrazia Cristiana, ucciso il 12 marzo 1992 a Palermo da Cosa Nostra, Francesco Onorato ha dichiarato che Antonino Scopelliti fu ucciso dalla ndrangheta su richiesta di Totò Riina. Uno scambio di favori rispetto al quale non ci si poteva sottrarre. Al momento, tuttavia, di fornire nome e volto dei sicari, anche in questa occasione è calato il sipario. Le informazioni continuano ad essere raccolte anche se la riapertura delle indagini richiede sforzi ulteriori e cautela.

Giustizia e Verità
Incrollabile la fiducia di Rosanna Scopelliti nelle istituzioni e nella magistratura. “Sono stata sempre rassicurata, anche da parlamentare, circa la ricerca di una verità ancora difficile da svelare. So che in procura si sta lavorando. Non ho dunque motivo di dubitare circa l’impegno dello Stato e della Magistratura. Se è vero, come affermò Montesquieu, che ogni giustizia ritardata è giustizia negata, è anche vero che conosciamo le lungaggini del nostro Paese e i tempi dilatati della nostra Giustizia che spesso accerta verità a distanzi di moltissimi anni, come avvenuto per il delitto del magistrato piemontese Bruno Caccia. So che è difficile credere in questa giustizia ma io non demordo. Ho fiducia e credo che la verità arriverà anche per l’omicidio di mio padre, ripagando non solo noi familiari ma tutta la Calabria. Intanto con la Fondazione opero affinché sia anche la verità di una Calabria Onesta e laboriosa a sapersi manifestare meglio e più efficacemente”, ha concluso Rosanna Scopelliti.

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