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Memorie | Lo Stretto tra Reggio Calabria e Messina, teatro del mito e della guerra

di Anna Foti – Uno scrigno di biodiversità, teatro delle Sirene incantatrici, della Fata Morgana e della Lupa, da sempre culla di mito, definita dal poeta emiliano Giovanni Pascoli come il luogo in cui le onde greche incontrano quelle latine, lo Stretto tra Reggio e Messina, fu scenario di siluramenti e affondamenti durante la Prima guerra mondiale, un conflitto combattuto in aria, via mare e per terra.

In questo conflitto che mutò la geografia dell’Europa con la caduta degli imperi Austro-ungarico, Ottomano e Russo, decine di milioni furono i morti, i feriti e i mutilati, sia militari che civili. Fu la prima guerra aerea ed anche il conflitto in cui cambiarono le strategie da terra, in cui gli eserciti non attaccavano il nemico con la fanteria o con la cavalleria, in cui lo scontro non era di movimento ma di posizione e logoramento, in trincea.

 

Il 14 settembre del 1917 nello Stretto e nei circondari di Reggio e Messina fu addirittura dichiarato lo stato di Guerra per l’intensificazione della presenza di sottomarini tedeschi (U boot abbreviazione di Unterseeboot, ossia “battello sottomarino”), responsabili di siluramenti di piroscafi e imbarcazioni a vapore e di morti. Con l’ausilio di mine navali, ossia ordigni esplosivi finalizzati ad impedire alle navi militari nemiche e alle imbarcazioni commerciali il passaggio e l’ingresso nei porti, la Germania intraprese una guerra sottomarina al fine di ostacolare il traffico commerciale, i rifornimenti di industrie belliche e derrate alimentari. Ciò avvenne dopo la chiusura dello stretto di Gibilterra ad opera delle truppe inglesi e lo sbarramento della flotta austro-ungarica ad opera delle navi italo-francesi nel canale di Otranto.

 

Una guerra così combattuta anche in mare con diversi affondamenti anche nello specchio tra Punta Pezzo in Calabria e la zona di Capo Peloro – Laghi di Ganzirri in Sicilia. Posto al centro del Mediterraneo, lo Stretto tra Reggio e Messina da secoli unisce Oriente e Occidente, ponendosi come passaggio prezioso tra i mondi, equidistante dallo Stretto di Gibilterra tra la Spagna e il Marocco, dalla città ucraina di Odessa e da quella egiziana di Port Said. Un punto strategico in cui confluiscono le correnti dei mari che bagnano la Calabria, lo Jonio e il Tirreno, da Capo D’Armi e Palmi. Non a caso sulle coste siciliane e calabresi, per posizione e visibilità, lo Stato maggiore dell’esercito Regio aveva già collocato (tra il 1884 e il 1889) svariate installazioni fisse di artiglieria che costituivano il sistema difensivo dello Stretto. Le prime furono la batteria da Costa Polveriera (Masotto), sul versante peloritano, e la batteria da Costa Matiniti Superiore (Siacci), sul versante reggino; poi sulle alture calabresi furono allestite anche la batteria Matiniti Inferiore sempre a Campo Calabro, la Poggio Pignatelli a Villa San Giovanni, nel reggino la Cimitero di Catona e la Conteduca in contrada Pellaro – Testa di cane, la Pellizzari a Pentimele nord, un’altra a Pentimele sud e la Gullì sul piano di Arghillà.

 

Le imbarcazioni che scomparvero nella zona furono il piroscafo inglese Karanga, silurato il 28 aprile 1917 al largo di Capo Taormina dove il 25 marzo era già affondato anche il veliero Immacolata – in quello stesso giorno al largo di Capo d’Armi era affondato anche il cargo Berbera – e il traghetto Scilla, partito da Reggio Calabria, dove aveva caricato un contingente di truppa costituito da seicento uomini tra soldati, ufficiali e sottufficiali destinato a Messina, affondato il 28 agosto 1917 davanti all’abitato di Gallico. Fragore e paura e i vani i colpi di cannoni partiti dalle batterie di Matiniti ed Arghillà.

Sempre nel 1917 si registrarono anche i siluramenti di un piroscafo al largo di Torre Faro e di un vapore francese, rispettivamente in data 4 e 6 agosto e di un vapore andato giù al cospetto della Lanterna di San Ranieri della Messina Fortificata.

 

Anche nel 1908 gli affondamenti non mancarono. Tra le pagine di questo drammatico diario c’è quella dell’11 maggio con l’affondamento nelle acque di Reggio del piroscafo Verona diretto in Libia a Tripoli con a bordo tremila soldati italiani disertori. Partito al mattino dal porto di Messina, fu colpito nel pomeriggio. Affondò in mezzo’ora. Un migliaio di soldati morirono, circa 2.000 furono salvati da navi italiane; 150 cadaveri vennero recuperati e sepolti nel cimitero di Reggio Calabria. Poi sfogliando il diario, si arriva, al 17 maggio in cui nella acque di Giardini nel messinese affondò il veliero Pietro Brizzolari carico di zolfo e diretto in Spagna, all’8 giugno in cui dinnanzi alla Lanterna di San Ranieri un piroscafo carico di tessuti e proveniente da Salonicco fu silurato, e al 9 giugno in cui affondò il piroscafo Concettina tra Catona e Gallico. Altra giornata drammatica fu quella del 12 settembre in cui, con il suo carico di sale, affondò il brigantino Gingillo nella acque di Taormina.

Da Scilla e Cariddi, due mostri marini associati dalla mitologia greca ai due vortici di correnti proprio in corrispondenza delle due sponde di Sicilia, sorretta dal leggendario Colapesce, e Calabria, al braccio di mare più stretto tra Messene e Rhegion che lo storico latino Plinio il Vecchio e il geografo greco Strabone collocavano nel I sec. d.C. tra la Colonna Reggina (una volta luogo in cui si ergeva la statua di Poseidone e oggi borgo di Porticello) e Capo Cenide (oggi Punta Pezzo), sulla sponda calabra, e il promontorio Peloro sulla sponda sicula. Uno scenario antico che non avrebbe potuto rimanere estraneo, purtroppo, rispetto ad un’arte non meno antica come quella della guerra.

 

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