__________ULTIME DALLA CALABRIA E DA MESSINA____
| Fantasmi di Stato e Stato di fantasmi. Ma allo svedese chi lo spiega? |
| Sabato 09 Gennaio 2010 21:17 | |||
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di Giusva Branca - Foto Franco Cufari - C’è uno Stato fantasma che non vede gli immigrati fantasma che svolgono un lavoro fantasma. Poi ci sono i colpi di fucile, le spranghe in testa e questi sono veri. Te ne accorgi dal sangue che sgorga, dalle urla, dalle lacrime di rabbia e di disperazione. Lo Stato fantasma – o il fantasma dello Stato, fate voi – in questa storiaccia abdica per tre volte, una dietro l’altra, ad una serie di funzioni e prerogative sue proprie. Lo Stato non vede i fantasmi e si comporta da fantasma quando consente a migliaia e migliaia di clandestini di sbarcare in Italia e stabilirsi lì, a Rosarno, sotto gli occhi di tutti. Lo Stato non vede i fantasmi e si comporta da fantasma quando – una volta scelto di violare una sua stessa legge lasciando i clandestini lì – non si preoccupa minimamente delle loro condizioni di vita, dello status igienico-sanitario nel quale vivono peggio che i dannati all’inferno. Non se ne preoccupa a dispetto di decine di reportage, anche video e fotografici, che testimoniano tutto. Lo Stato non vede i fantasmi e si comporta da fantasma quando – dopo aver acconsentito ai primi due punti violando leggi e precetti costituzionali basilari in tutti gli Stati democratici – non vede ciò che tutti sanno, non sa ciò che tutti vedono: che le migliaia di extracomunitari sono tenuti praticamente in schiavitù rispetto ad un lavoro massacrante nei campi per 15 euro al giorno, quasi sempre nelle mani di personaggi vicinissimi alla ‘ndrangheta . Ora, accade che di fronte alle violenze che fanno mobilitare i media di tutto il mondo, ti tocchi di dover spiegare questa realtà ad un collega della radio di Stato (quello si, Stato) svedese. E tu gli spieghi tutto, cosa è accaduto, con quali dinamiche, con quali tempi. E lui non capisce; tu lo sai, lui non può capire. Capisce perfettamente ciò che accade, non capisce perché tutto ciò sia stato consentito. E sorridi – con profonda ammirazione per lui e la terra che rappresenta – quando ti chiede, candido, come mai i sindacati non si ribellino, non controllino le condizioni di lavoro ed i livelli retributivi. E tu gli dici che i sindacati non hanno titolo alcuno per intervenire, dal momento che questi immigrati non esistono; sono dei fantasmi, come fantasmi sono i lavori che fanno ed i loro datori di lavoro. E lui ha una pausa, si ferma, prende fiato e poi ti dice: “Ma…come…?? Fantasmi?? Ma se da anni tutti sanno, chi sono, in che condizioni vivono, cosa fanno….la Polizia, le Istituzioni li vedono ogni giorno…???” E qui devi dare il meglio di te stesso e ti avventuri in una folle dissertazione sul concetto di fantasma fisico non necessariamente coincidente con quello di fantasma anagrafico, contabile, contrattuale. In tre parole per lo Stato. Cioè, ti verrebbe da dirgli, lo Stato nella sua primaria accezione nasce proprio per regolamentare, normare le azioni dell’uomo che esistono, come gli uomini, in quanto tali; non è lo Stato a sdoganarli da una condizione di fantasmi. Lo Stato ha il compito di incasellare uomini e cose ed irreggimentarli nel rispetto delle norme, dopo averli, in qualche modo, censiti ed aver dato loro una patente: cittadini, regolari, irregolari e così via, tenendo presente, però, che dove non arriva il diritto positivo perviene quello naturale con le norme base di buon senso ed umanità che impongono di non accettare che sul territorio della Nazione ci siano sacche ben note di condizioni di vita sub-umane. Invece - vorresti dire al collega svedese - proprio l’assoluta inerzia, inattività dello Stato rende tutto quanto, uomini, lavori, condotte di questi soggetti dei veri e propri fantasmi di Stato e per lo Stato. Loro, i neri, non esistono; non esistono in nessuna carta, registro, ( e con loro non esiste nessun diritto e/o forma di assistenza, ma nemmeno obbligo da parte delle Forze dell’Ordine di ottemperare alla legge sull’immigrazione clandestina) non esiste il lavoro che fanno e sul quale nessuno paga le tasse. E’ come, ad esempio, se le arance clementine si raccogliessero da sole, si auto-caricassero sui camion, si lavorassero l’una con l’altra. Improvvisamente – crudo e cinico paradosso – sono proprio i colpi di fucile e le sprangate in testa che fanno, per la prima volta, uscire questi soggetti dalla condizione di fantasmi. La prima volta in cui lo Stato fa i conto con loro è contestuale alla loro qualifica di parti offese nei fascicoli processuali aperti o alla loro iscrizione nei registri del “118”. Credi che sia caduta la linea o che lo svedese sia caduto dalla sedia ed invece è ancora là, magari pensando a come dovrà fare per farsi credere dai radioascoltatori quando racconterà questa storia. Almeno nella conclusione il collega scandinavo prova a riportare in tutta la vicenda un barlume di logica, di conseguenzialità, un momento in cui lo Stato, ubriaco ed in coma etilico, si risvegli e provi a reggersi in piedi: “Ma adesso che fanno, li rimpatriano, questi clandestini, vero? Sono tutti irregolari…” A te tocca l’ultimo sforzo e provi, ancora una volta, a fargli capire che lo Stato italiano ha scelto – che novità – il compromesso barattando l’accettazione dello spostamento da Rosarno con la loro libertà clandestina, una contraddizione in termini spettacolare. Cioè, gli extracomunitari non saranno obbligati a rimanere nei centri di Crotone e Bari, ma potranno allontanarsi liberamente , permanendo, ovviamente, nel loro status di clandestini, irregolari. Un po’ come quando da ragazzini giocavamo a guardie e ladri. Ad un certo punto, quando eravamo costretti ad interrompere il gioco, lo ricominciavamo in questo modo: le guardie contavano fino a dieci ed i ladri tornavano a nascondersi. Come? Ah, a Stoccolma da bambini non giocavate a guardie e ladri? Beh, forse vi è andata bene; noi, a forza di giocarci abbiamo finito per non capirci più nulla….
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Impressioni di Gianfranco Donadio
IL POTERE DELLE PAROLE, LE PAROLE DEL POTERE - Il linguaggio delle mafie ha codici precisi. I corleonesi sono stati i "maestri" nella costruzione dei parametri della legittimazione del comando, perché lo hanno saputo usare in modo flessibile, duttile, alternando nel tempo tutte le forme di governo dell'organizzazione mafiosa. Attraverso la doppiezza della parola e alla seduzione ingannevole della sua fascinazione si struttura la base del potere mafioso. E' quanto emerge dalla lezione del Procuratore Aggiunto della DDA di Reggio Calabria, Michele Prestipino in un Seminario di studi all'Università della Calabria il 22 maggio 2010, nell'ambito del programma corso di Etnologia delle culture mediterranee tenuto dal prof. Fulvio Librandi.
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