Anche sul Comune di Messina incombe lo spettro del commissariamento
di Peppe Caridi - Messina rischia di restare senza Sindaco e, così come Reggio, il Comune potrebbe essere commissariato. Giuseppe Buzzanca, sindaco da appena due anni, rischia di decadere a causa dell’incompatibilità tra Leggi tutto.


La Sovrintendente ai Beni Archeologici, Simonetta Bonomi: ''I Bronzi di Riace non si muovono dalla Calabria''
I Bronzi di Riace "non prendono polvere" e per ora non si muovono dalla Calabria. E' la dura replica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria all'affermazione del Direttore Generale Leggi tutto.


Reggio: l'Unione Europea apre procedura infrazione per gli aiuti pubblici alla Sogas
La Commissione Europea ha aperto una procedura d'infrazione contro l'Italia in relazione ai finanziamenti pubblici conferiti, dal 2004 in avanti, alla Sogas, la societa' di gestione dell'aeroporto di Reggio Calabria. Leggi tutto.

__________ULTIME DALLA CALABRIA E DA MESSINA____

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Lipari (Me): cani randagi sbranano mucche e terrorizzano abitanti
Decine di cani randagi hanno messo in crisi l'allevamento di Nicola Milazzo, nativo di Palermo e residente a Lipari. In localita' Palmeto cinque mucche sono state rincorse dai randagi nell'apprensione generale. Una e' stata letteralmente sbranata, un...Leggi tutto
Ma veramente vogliamo ancora non capire?
Sabato 09 Gennaio 2010 10:00

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di Damiano Zito - Le intimidazioni e le violenze, in Calabria, avvengono con una certa frequenza, ma difficilmente si vede la gente per strada che manifesta contro le prevaricazioni, per questo motivo quello che sta succedendo a Rosarno è significativo per una terra

difficile come la Calabria.

Gli africani della piana di Gioia Tauro si sono ribellati dopo che alcuni di loro sono stati colpiti con un’arma ad aria compressa. Lo scorso anno due ivoriani vennero feriti con un’arma da fuoco, anche in quell’occasione l’indignazione sfociò in una manifestazione ma senza tafferugli. Gli africani vivono come bestie, ammassati in edifici abbandonati, lavorano nei campi, raccolgono arance e mandarini. Una situazione da “terzo mondo”. La loro condizione disperata li ha portati a non aver cura di niente dopo la violenza subita e accecati dalla rabbia hanno distrutto tutto ciò che gli veniva a portata di mano per le strade di Rosarno. La gente è spaventata, i giornali riportano le notizie di qualche ferito anche tra i cittadini rosarnesi e, mentre scrivo, leggo che circa sette extracomunitari sono stati arrestati.

Citando Roberto Saviano viene da chiedersi: “come abbiamo fatto a diventare così ciechi, asserviti, rassegnati e piegati, mentre gli ultimi degli ultimi, gli africani, sono riusciti a tirar fuori più rabbia che paura e rassegnazione?”. Le comunità africane di Rosarno e di Castel Volturno, non bisogna dimenticarlo, sono le uniche due comunità che si sono ribellate alle mafie. A settembre del 2008 per mano dei casalesi venivano uccisi sei africani e nella cittadina casertana si scatenò un clima di guerriglia urbana simile a quello che in queste ore ha avvolto Rosarno. Gli africani si sono sostituiti a noi, ai calabresi, ai campani, agli italiani. Loro si ribellano alle umiliazioni subite. In Calabria dove la presenza dello Stato si avverte come il vento in una giornata calda ed afosa d’estate, gli africani si sono integrati solo grazie all’impegno di alcuni volontari. Altrimenti per il resto della popolazione sono come dei porci in un porcile, lasciati a sé stessi, per servirsene quando ce n’è bisogno.

Dopo quest’ultima protesta è probabile che in tanti chiedano di mandarli via, alcuni lo stanno già facendo, perché questo è il destino di chi in Calabria non vuole piegare la testa. O viene cacciato, o se ne va spontaneamente. Chi rimane, invece, è destinato ad essere isolato e a subire. Quasi come nei racconti di James Joyce che in “Gente di Dublino” analizza il tema dalla paralisi morale e della fuga, a differenza che mentre nei racconti dello scrittore irlandese la fuga non viene mai intrapresa, in Calabria avviene spesso.

Il desiderio di una vita tranquilla, lontana dalle ribellioni ha un prezzo da pagare: il silenzio e quindi la rabbia da tenere rinchiusa nel petto anche quando si è l’oggetto diretto di un sopruso.

Gli africani ci stanno insegnando che agendo insieme, si può cancellare la paura e il senso di frustrazione, ci stanno insegnando il sano principio dell’inviolabilità della persona umana. La degenerazione della loro protesta non deve indurci nell’errore di scambiare i ruoli, di considerare loro come i criminali e gli altri come dei benefattori che vogliono pulire il territorio. È facile etichettare. Il loro gesto è l’ultimo stadio di una sofferenza covata nel tempo e dovuta all’ostilità mostrata da un’Italia che considera criminale chi è senza casa, senza soldi e viaggia su un barcone, rischiando la vita in cerca di un futuro migliore da dare a sé stesso e alla propria famiglia. Mi chiedo come facciamo noi, che abbiamo avuto antenati morti per la mancanza di cibo mentre andavano in giro a chiedere l’elemosina, a non capire la loro situazione. Come facciamo a restare inermi davanti allo sfruttamento delle loro braccia, dei loro corpi magri, nutriti da arance e mandarini.

Davvero non riusciamo a capire che quella degli africani di Rosarno e di Castel Volturno è una vera e propria denuncia? Non vogliono sottostare, non vogliono rassegnarsi. Stanno chiedendo rispetto e libertà. Noi cosa siamo in grado di dargli? Sarebbe meglio non prendere in considerazione le dichiarazioni di alcuni politici, sempre se non vogliamo credere alla favola di alcuni disperati senza tetto e senza dignità che hanno deciso di sfondare vetrine poiché criminali, magari trafficanti di cocaina e che vengono a rubarci il lavoro.

Gli africani pagheranno la loro violenza. Ma si assuma la propria responsabilità chi ha alimentato il razzismo verso chi ha un colore della pelle diverso dal nostro o non professa la nostra stessa religione, si assumano responsabilità coloro che alimentano l’odio verso questa gente, facendo credere agli italiani che il male di questo Paese sia la diversità culturale e non le mafie che rappresentano invece il cancro incurabile di una Repubblica fondata sul sangue dei giudici Falcone e Borsellino.

 
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Impressioni di Gianfranco Donadio

 

IL POTERE DELLE PAROLE, LE PAROLE DEL POTERE  - Il linguaggio delle mafie ha codici precisi. I corleonesi sono stati i "maestri" nella costruzione dei parametri della legittimazione del comando, perché lo hanno saputo usare in modo flessibile, duttile, alternando nel tempo tutte le forme di governo dell'organizzazione mafiosa. Attraverso la doppiezza della parola e alla seduzione ingannevole della sua fascinazione si struttura la base del potere mafioso. E' quanto emerge dalla lezione del Procuratore Aggiunto della DDA di Reggio Calabria, Michele Prestipino in un Seminario di studi all'Università della Calabria il 22 maggio 2010, nell'ambito del programma corso di Etnologia delle culture mediterranee tenuto dal prof. Fulvio Librandi.

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