Da reggino a reggino: partecipare alla lotta contro la 'ndrangheta da cittadini e non da eroi PDF Stampa E-mail
Mercoledì 06 Gennaio 2010 20:51

lungomarereggio

di Stefano Musolino* - Ho conosciuto di recente Mimmo Gangemi. Mi è stata regalata la sua ultima fatica “Il giudice meschino”, edito da Einaudi-Stile libero, come speciale strenna natalizia.

Ho incominciato a leggerlo diffidente e di malavoglia,

per via di quel titolo che -da magistrato che sono - me lo faceva sentire istintivamente antipatico. Mi sono ricreduto. L’ho divorato in due giorni ed ho avuto modo di entusiasmarmi per un abilissimo divulgatore di costumi, paesaggi, modi e culture della nostra terra. Anche di ndrangheta. Anzi, soprattutto, di ndrangheta. Un romanzo affascinante e sensuale che racconta la ndrangheta tra irripetibili paesaggi di luci, odori e colori, storie di amore struggenti e sofferte, vite strapazzate, uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà. Tutto il bello e le porcherie di questa nostra provincia. Meglio di noi stessi. Una miscela indecifrabile per un osservatore esterno che Mimmo Gangemi, invece, ha la capacità di cogliere e spiegare tra le righe leggere di un romanzo-commedia.

Ho letto, ancora, con avida curiosità l’editoriale di Mimmo Gangemi comparso ieri sulla “Stampa”, sapientemente rilanciato da “Strill.it” e da “Calabria Ora”. Anche questo scritto colpisce allo stomaco, tocca testa e cuore, è capace di descrivere con speciale abilità i sentimenti del popolo reggino. Appena finita la lettura ho imprecato contro Mimmo Gangemi. Diamine aveva colto di nuovo nel segno. Avevo una comprensione profonda, anzi intima, del senso del suo argomentare, ma non lo condividevo. Non potevo accontentarmi di condividerlo.

Lo scetticismo amaro, il disincanto, una buona dose di pregiudizio e diffidenza fanno parte di noi, ma se ce ne lasciamo vincere ci resta solo l’amarezza della sconfitta, della resa. E non sarà la nostra acuta capacità di analisi a renderla meno bruciante. Non servirà neppure chiuderci in casa, dirci tra di noi che solo chi è vittima (u patutu) può veramente capire. Avremo perso, definitivamente, perché isolandoci, ci precluderemo persino la speranza che anela e si nutre di relazioni, di spazi ampi ed aperti.

Mimmo Gangemi ha già superato una prima barriera. Con il suo romanzo ci ha dimostrato che, benché tortuoso, viscido, talvolta inafferrabile anche il sistema criminale della ndrangheta (che è molto più ampio dei semplici associati dell’organizzazione e fa il patrimonio relazionale della mafia, di valore assimilabile a quello economico, per noi che lo subiamo) può essere reso più accessibile, comprensibile ai non reggini. E può essere ricordato anche a quei reggini che, in un sentimento misto di assuefazione e vigliaccheria, preferiscono dimenticarsene. Non siamo, insomma, condannati a restare isolati per incapacità di comunicazione.

E da noi l’isolamento talvolta è duplice: nei confronti degli interlocutori esterni che pretenderebbero di giudicare il nostro mondo, con una secca linea di demarcazione, tra buoni e cattivi e così facendo finiscono con il non capirci niente; nei confronti dei nostri vicini di casa, degli amici, dei compagni di fatiche che, spesso, preferiscono fare finta di niente, accettare il compromesso, limitare ancora di più i loro spazi di libertà ed andare avanti. A testa in giù e senza vergogna, perché anche vivere interamente la dignità personale, qui da noi ha un prezzo.

Lo sapeva bene Luigi Ioculano, un medico generico, nato a Seminara e cresciuto a Gioia Tauro, che un giorno ha deciso che non ne poteva più. Ed ha detto basta, mettendosi in testa di sfidare davvero la ndrangheta ed il suo sistema di relazioni criminali (tra colletti bianchi e professionisti dell’antimafia), rimettendoci la pelle, convinto com’era che quel sistema avrebbe potuto togliergli molto, ma mai la dignità di uomo libero. Ed a conferma delle sue qualità personali, le istituzioni lo hanno trattato come si conviene ai veri martiri della ndrangheta: dimenticandoselo e facendolo dimenticare, organizzando in coincidenza con gli anniversari del suo omicidio: un mega-concerto, una inaugurazione di un’opera pubblica e così via.

E’, però, ha ragione Mimmo Gangemi: abbiamo il diritto di non essere eroi.

Ma almeno non togliamoci il diritto di considerare la ndrangheta e l’esercito di flatulenti ominicchi di cui si circonda il nostro vero nemico.

Il brillante narratore di “Il giudice meschino”, scavando nel vocabolario truce che talvolta lo ha aiutato nel racconto, potrebbe ben dire che dobbiamo considerare nel nostro intimo, i componenti del sistema criminale della ndrangheta alla stregua di parti di escrementi oppure di cose sporche (lasciando così ancora al lettore il gusto della traduzione dialettale più adeguata). Riconoscendo in costoro qualcuno di cui diffidare, non frequentare, da tenere in disparte, sfuggendo i loro sorrisi seducenti ed ambigui, le lo strette di mano insanguinate e viscide. Mettendoli a parte, insomma, per incominciare a considerarli altro da noi. Nutrendo il rispetto per l’avversario che Antonio manifesta a Bruto, solo dopo averlo ucciso; non prima. Perché prima c’è solo la lotta, il lungo inseguimento del nemico, sino in Africa. Un percorso, tornando a noi, in cui non vi è spazio per riconoscimenti verso la saggezza dei vecchi capi bastone, perché quelli di oggi sono i loro figli e non sono peggiori dei loro padri. Fanno schifo entrambi. Sono i nostri nemici. I nemici di chiunque si arroghi il diritto di essere libero e felice in questa nostra terra.

Ed allora, proprio oggi, imparando dai Magi ad interpretare i segni di speranza, potremo leggere all’origine di questa bomba un sintomo di debolezza della ndrangheta, un segnale che lo Stato c’è e qualcosa sta facendo, che forse non siamo soli e non siamo destinati a restare miseramente isolati, chiusi nei nostri dorati arresti domiciliari, drammaticamente incompresi e sofferenti. Non siamo, insomma, condannati per sempre. Forse è il tempo di incominciarci a preparare, per partecipare alla lotta contro il nostro nemico non più da eroi, ma da cittadini.

E per chiudere, caro Mimmo Gangemi, rilancio uno slogan di battaglia che, parafrasando una bella canzone di Cecco Signa, ha la pretesa di integrare quello che afferma il “diritto a non essere eroi”: diamoci un’occasione, diamoci una speranza, la ndrangheta è una feccia si sta molto meglio senza.

Non sarà un battaglia facile, ma credo che ne valga la pena.

* Stefano Musolino è un magistrato reggino che esercita funzioni di Pm presso la Procura della Repubblica di Palmi

 

 
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